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‘La Javanaise’: i segreti del capolavoro di Serge Gainsbourg

Il libro 'Gainsbourg. SCANDALE!', in arrivo il 18 luglio, racconta la vita e le opere dell'ultimo poeta maledetto Serge Gainsbourg. In questo estratto, la storia della 'Javanaise', il vero inno nazionale francese

Serge Gainsbourg e Jane Birkin

Foto: Photo 12 / Alamy / IPA

Il passaggio che state per leggere è estratto da Gainsbourg. SCANDALE!, il libro (edito da Paginauno, nella collana In Utero) dedicato alla vita e alle opere del genio Serge Gainsbourg, in arrivo il 18 luglio per i 50 anni dall’uscita di La Javanaise. «Questo libro è la storia di un artista sconosciuto, figlio di immigrati russi ebrei, che da Pigalle è giunto alla vetta del mondo», dice l’autrice Jennifer Radulović. «È la storia di un uomo che cammina passo a passo con quella di un paese dalla Seconda Guerra Mondiale a piazza Tienanmen, passando per il consumismo, lo yé-yé, la rivoluzione del ’68, le contestazioni dei ’70 e i favolosi anni ’80». L’estratto che state per leggere è dedicato alla notte in cui nacque il suo capolavoro.

È notte fonda. Tra vortici caleidoscopici di luci scintillanti, Parigi vive e pulsa di musiche, amori e schiamazzi nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, il quartiere degli intellettuali, ma anche l’avamposto sulla Rive gauche della vita notturna. In quell’intrico di vie, incastonate tra un’austera chiesa medievale e la Senna dorata, c’è una stradina silenziosa che resta sospesa in un mondo a parte, come se fosse fuori dal tempo e fuori dallo spazio. È rue de Verneuil, traversa dell’elegante rue des Saints-Pères, un’arteria costellata dalle vetrine degli antiquari più raffinati e costosi della capitale. Questa piccola via a senso unico, che segnerà per tutta la vita l’esistenza di Serge Gainsbourg, parte dall’angolo in cui dal ’53 si staglia uno dei locali più effervescenti del sesto arrondissement, il Don Camilo, un luogo dove arte, musica e cabaret si incontrano fino alle prime luci dell’aurora. In fondo a questa strada, al civico 33, in una grande casa foderata da tappeti e dipinti, nasce una delle canzoni più belle e iconiche della storia francese. Questa lunga notte inizia con un ballo. È un ballo notturno, conturbante e magnetico, fatto di movenze sinuose. Le volute di fumo, a cerchi iridescenti opacizzati dal tabacco, si librano per la sala, il pianoforte tesse melodie notturne alternandosi al giradischi con brani di musica classica e jazz mentre lo champagne freme nei calici, sostituito a tratti da possenti vini rossi. È quasi l’alba, Juliette Gréco, come sempre di nero vestita, con una sigaretta in una mano e un flûte nell’altra, ondeggia scalza nella sua grande casa al 33 di rue de Verneuil mentre la chioma corvina le carezza il viso. In quel ballo ci sono profumi d’Oriente, di donne dalla carnagione ambrata che ritmano i suoni della loro terra ancestrale, c’è la poesia esistenzialista della Francia intellettuale, c’è la personalità indelebile di Juliette e dei grandi narratori francesi. Dall’altro lato, seduto al pianoforte, inebriato dai vapori delle Gitanes e dalla sensualità della scena, Serge la guarda silenzioso. Il volto ancora immaturo dove le rughe si rifiutano di comparire, gli zigomi alti e tirati, le orecchie pronunciate che un taglio di capelli troppo corto non può occultare. Due creature accomunate da una bellezza non convenzionale, da un fascino ardente, da occhi scuri penetranti e da un culto speciale per la notte, l’arte e la musica. Il giorno dopo Juliette si alza e trova un regalo speciale: una composizione floreale di orchidee e un grazioso biglietto che annuncia una canzone, anzi la canzone. È l’estate del 1962, nel cuore della Rive gauche, per uno strano sortilegio malinconico ed entusiasmante, Gainsbourg compone quello che è considerato il suo ultimo brano del “periodo Rive gauche”. Malinconico perché chiude una stagione artistica e spirituale particolare, entusiasmante perché apre un periodo straordinario. Juliette parte in crociera dall’Inghilterra per gli Stati Uniti in un viaggio transatlantico che, con i successi americani, confermerà la sua consacrazione. Al rientro a Parigi, Serge è di nuovo a casa sua per intonarle il brano al pianoforte: Juliette è estasiata. Il pezzo è cucito addosso all’intrigante chanteuse e dal titolo sembra voglia rendere tributo alle composizioni di alcuni celebri cantanti di Francia, ma il risultato è del tutto originale e personalissimo, al punto che questo lavoro firmato S.G. diventerà culto, spingendo subito nell’oblio le illustri suggestioni musicali che lo hanno stimolato. Questo pezzo, entrato nel mito e amato follemente da un popolo intero, è La Javanaise.

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Il brano viene dichiarato alla Sacem l’8 ottobre 1962 e registrato a Londra nel gennaio del 1963: è la prima volta che Serge usa uno studio di registrazione inglese, scelta che negli anni diventerà abituale per tutte le sue canzoni più importanti e che conferma ancora una volta la sua forte anglofilia. La chitarra acustica, la chitarra elettrica e i violini accompagnano la voce calda di Juliette in una progressione armonica all’epoca peculiare soprattutto della musica britannica e, in seguito, caratteristica di molti brani gloriosi di Serge. La canzone esce ufficialmente nel marzo dello stesso anno e, sebbene Juliette Gréco sia all’apice della celebrità, il pezzo passa poco alla radio. Troppo poco. È molto apprezzato dagli ambienti intellettuali, ma al suo esordio resta incredibilmente incompreso dal pubblico – inosservato, ignorato o comunque poco considerato – turbando oltre misura Serge e il suo amor proprio. Ancora per poco, però: Juliette insiste ancora con Gainsbourg, perché continui a farsi lui stesso interprete delle sue canzoni in un momento in cui Serge, ferito da diverse delusioni professionali, sta pensando seriamente di abbandonare per sempre la musica (o almeno l’attività di chansonnier). Juliette, forte della sua esperienza e del suo intuito, ha ragione: passano quattro o cinque anni, Gainsbourg cambia totalmente l’arrangiamento e il ritmo della canzone, si mette lui stesso al microfono e La Javanaise si afferma un po’ alla volta come la canzone. È bene sottolineare, a questo punto, che ormai il ragazzo macilento e impacciato ha ceduto il posto a un uomo disinvolto e spudorato. Nel suo intimo, Serge resta ancora una persona timida e insicura, ma ha imparato finalmente a tenere il palco, ad affrontare il pubblico con padronanza e ad ammiccare dietro la telecamera. Il suo estetismo si traduce ora nella ricerca della mise più adatta, del dettaglio curato all’eccesso, della posa studiata, del sorriso sornione che accompagnano una figura virile, dal fisico più imponente e dal volto reso più maturo da un’intrigante ombra di barba.

Tornando a La Javanaise, si può affermare che oggi non ci sia quasi cantante d’Oltralpe che non l’abbia intonata almeno una volta nella vita. È quasi impossibile tenere il conto delle versioni e delle personalizzazioni operate su questo brano che diventerà la canzone di Gainsbourg più famosa in Francia. In tutte le occasioni in cui si è reso omaggio alla sua carriera o alla sua memoria, ogni interprete ha prestato la voce al ritornello più osannato della nazione. Ragazzine e uomini attempati, giovanotti e signore mature, attori e musicisti, cantanti e comici, coristi e personaggi televisivi, mattatori, rapper e pop-star statunitensi. Al di là della toccante messa in opera di Jane Birkin, nessuno ha resistito a La Javanaise, nemmeno Charles Aznavour. La canzone torna di gran moda nei tardi anni Ottanta con nuove trasposizioni, forse perché già nel 1979 Gainsbourg l’ha audacemente riproposta in stile reggae. Ne ha fatto una versione interessante addirittura Iggy Pop nel suo disco Après del 2012. L’esuberante cantante americano, in un’intervista televisiva, dichiara a proposito della Javanaise che “quando ho compreso questa canzone l’ho trovata talmente geniale che non avevo mai immaginato potesse esistere una canzone così bella. […] Gainsbourg non aggredisce la persona che ascolta, si insinua nella sua mente.” Da segnalare anche il successo dell’adattamento di Madeleine Peyroux, datato 2006 e inserito nel film La forma dell’acqua di Guillermo del Toro (2017), vincitore di un Leone d’Oro a Venezia e di quattro Oscar, tra cui quello per la colonna sonora originale. Da ricordare che nel 1963 La Javanaise è stata incisa su 45 giri quasi in contemporanea anche da Michèle Arnaud, una pratica diffusa al tempo, ma che dimostra come questa canzone avesse assunto sin da subito una sua indipendenza e universalità. Oggi, in Francia, appena si nomina La Javanaise, si suole ripetere due cose, quasi fossero un proverbio, un aforisma o più semplicemente una constatazione nota a tutti: la prima, si dice, è che non esista francese che non ne conosca a memoria le parole, la seconda è che La Javanaise è il vero inno nazionale.

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