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Il punk matto di Los Angeles

Sulla costa ovest degli USA, il punk si è fatto le ossa. Un libro racconta, con la voce dei protagonisti, quella scena esagerata

Henry Rollins dei Black Flag. Crediti: Edward Colver

Henry Rollins dei Black Flag. Crediti: Edward Colver

Il punk americano potrà anche essere nato a New York, ma si è fatto le ossa a L.A., dove si è reinventato – come fanno un po’ tutti in California. Più eccentrica e più grezza della sua controparte sulla East Coast, la scena della costa occidentale è stata anche più giocosa e, in qualche modo, più pericolosa. “La scena di L.A. era più matta”, dice John Doe, cofondatore dell’innovativa band X. “New York era più oscura, si ispirava ai Velvet Underground e alle gallerie d’arte. L.A. veniva dalle automobili… dalla birra e dalla velocità. Era tutto un: Andiamo su quella cazzo di autostrada a guidare!”. Sono alcune frasi di Under the Big Black Sun, raccolta di intensi racconti personali, curata da Doe con lo scrittore Tom DeSavia; tra i contributor, Jane Wiedlin e Charlotte Caffey delle Go-Go’s, Exene Cervenka, Henry Rollins e altri pionieri. Non è la prima rettifica al dogma scolastico dell’esistenza di un solo asse del punk tra N.Y. e Londra (leggete We Got the Neutron Bomb, di Marc Spitz con Brendan Mullen). Ma il libro di Doe rappresenta lo sguardo più vicino al mondo degli artisti che ci sia al momento, e parla di chi ha aiutato a definire il futuro di una musica il cui inno era “No future”. C’è un sacco di droga e di dissolutezza. “Nel nostro ruolo di devoti bohémien, era nostro compito cercare e trovare l’altro lato della coscienza”, sostiene Doe, mentre Wiedlin e la scrittrice Pleasant Gehman rispolverano nostalgiche le loro avventure BDSM. Ma il racconto del processo creativo della Caffey è ugualmente interessante, oltre allo spirito di cameratismo di cui molti scrittori narrano. Le droghe, la morte, i “fan” esagitati e i soldi (o l’assenza di) avevano spesso un prezzo da pagare. Ma Under the Big Black Sun parla del punk fondamentalmente come un continuum tribale. Il suo passaggio più intenso potrebbe essere quello di Mike Watt, il bassista dei Minutemen, che racconta la sua ultima jam con il compagno D.Boon, morto nel 1985 a 27 anni: una cover di See No Evil, dei Television, rappresentanti del punk di N.Y., suonata nel North Carolina con i loro compagni di tour, i R.E.M. “Cazzo, io e D.Boon suonavamo tutt’e due alla chitarra”, scrive, “abbiamo riso per tutto il tempo”.