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Autobiografie, ovvero il mestiere di vivere (da rockstar)

Dopo il Boss, un sacco di leggende della musica si raccontano con un libro: questo autunno è la stagione dell’autobiografia
Un dettaglio della cover di "Chapter and Verse", il nuovo disco di Springsteen con 5 canzoni inedite

Un dettaglio della cover di "Chapter and Verse", il nuovo disco di Springsteen con 5 canzoni inedite

Ha dato il via Bruce Springsteen con il suo Born to Run, l’attesissima autobiografia pubblicata in contemporanea mondiale (in Italia da Mondadori) pochi giorni fa (il 27 settembre per la precisione). Il libro copre l’intera vita del Boss, analizzando le sue canzoni più famose e ciò che avveniva all’epoca della loro pubblicazione. “I fan mi chiedono sempre come sono riuscito a scrivere questa o quella canzone”, racconta Springsteen nell’introduzione. “Cercherò di fare un po’ di luce sul come e, cosa più importante, sul perché”. E sull’esempio del Boss, nelle prossime settimane le librerie verranno invase da una serie di bio, autobio, memoir scritti da alcuni dei più iconici musicisti americani: Brian Wilson (e il “cattivo” Mike Love), Paul Simon, Phil Collins e tanti altri (voltate pagina). Perché in fondo restare vivi, e avere la forza di raccontarlo, è ancora il gesto più rock &roll di tutti.

“I Am Brian Wilson: A Memoir” di Brian Wilson (con Ben Greenman) Capo Press

La copertina del libro di Brian Wilson

La prima autobiografia di Wilson risale al 1991: ma oggi è largamente considerata il lavoro del suo invadente terapista, Eugene Landy. Questa volta, Wilson racconta la sua versione della storia: gli scontri con il padre violento, la pressione per sfornare una hit dopo l’altra negli anni ’60, la sua lunga battaglia con la malattia mentale. “Le voci erano dappertutto”, racconta Wilson a proposito delle cure contro la schizofrenia negli anni ’70. Wilson dice di avere fiducia “che le persone raggiungano una migliore comprensione delle malattie mentali, e magari un po’ di empatia verso le persone che ne soffrono”.

“Good Vibrations: My Life as Beach Boy” di Mike Love (con James S. Hirsch) Blue Rider Press

Good Vibrations: My Life As A Beach Boy

Il secondo memoir di un ex membro dei Beach Boys (dopo Brian Wilson) punta a smontare l’immagine di Mike Love come il “cattivo” della band, quello che odiava Pet Sounds e faceva causa agli altri Beach Boys con pretesti assurdi. “Sono state scritte centinaia di migliaia di parole sui Beach Boys”, Love racconta a Rolling Stone, “il più delle volte da persone che non erano lì con noi”. Il libro scava in profondità per raccontare il regno del tirannico primo manager dei Beach Boys, Murry Wilson (zio di Love), e la discesa agli inferi della band alla fine degli anni ’60 (una delle killer di Sharon Tate aveva fatto da babysitter ai figli di Love). “La mia storia si inserisce perfettamente dentro il quadro del sogno americano – o il California Dream, se preferite”, dice Love.

“Homeward Bound: The Life
of Paul Simon Henry”
di Peter Ames Carlin
Henry Holt & Co.

Homeward Bound: The Life Of Paul Simon

“Non era mai stato scritto un libro autorevole e documentato su Paul Simon”, dichiara il veterano delle biografie rock Peter Ames Carlin, che si è preso in carico il progetto intervistando più di 100 persone del passato di Simon, dalle ex fidanzate ai collaboratori (anche se né Simon né Art Garfunkel hanno partecipato). Homeward Bound è pieno di storie inedite: Carlin ha rintracciato Heidi Berg, una ex musicista del SNL che afferma di avere ispirato a Simon l’idea per Graceland il giorno in cui gli passò una cassetta con alcuni musicisti sudafricani, che poi finirono per suonare nell’album. L’autore scava anche nel burrascoso rapporto di Simon con Garfunkel, rivelando che quest’ultimo non ha mai perdonato a Simon di avere firmato di nascosto un contratto da solista nel 1957. “Avevo 15 anni!”, urlò Simon nel 1983 durante una discussione. E Garfunkel rispose: “Sei ancora la stessa persona”.

“Gone ‘Til November:
A Journal of Rikers”
di Lil Wayne
Island Plume

Gone ‘Til November: A Journal Of Rikers Island

Dopo che la polizia ha trovato una pistola carica sul suo tour bus, nel 2007, Lil Wayne è stato condannato a scontare un anno nella prigione di Rikers Island, New York. Gone ’Til November è il suo diario da dietro le sbarre. Le pagine raccontano della vergogna che Wayne ha provato quando è stato visto in manette dalla sua famiglia, e di quella volta in cui Drake è andato a trovarlo per dirgli che era andato a letto con la sua ragazza, prima che si mettessero insieme. E ancora: Wayne sbattuto in isolamento, quando le guardie gli trovano addosso un lettore mp3; Wayne che nelle docce è costretto a scavalcare “pozze di sangue tanto grosse da far paura”. “Spero che grazie a questo libro la gente capisca”, dice Wayne, “che sono solo un bastardo come tanti, che cerca di adattarsi a un ambiente insolito”.

“Not Dead Yet: The Memoir” di Phil Collins Crown Archetype

Not Dead Yet: The Memoir

Collins promette una biografia senza alcun abbellimento, “con verruche e tutto”. Not Dead Yet affronta il suo periodo con i Genesis, i suoi tre divorzi e i problemi mentali che gli hanno reso impossibile suonare la batteria negli ultimi anni. “Affrontare di petto i miei sbagli mi ha fatto davvero bene”, dice Collins. “Spero che i lettori ne escano con un giudizio nuovo, più corretto sulla mia vita. Non è sempre piacevole; ma è la verità, per come la ricordo io”.

“Testimony” di Robbie Robertson Crown Archetype

Testimony

“Avevo bisogno di portare in superfice l’incredibile storia della Band”, dice Robertson, chitarrista e principale autore del gruppo. E ci è riuscito, partendo dal giorno in cui prese un treno dal Canada all’Arkansas per raggiungere il suo eroe rockabilly Ronnie Hawkins, nel 1961. Chiude il discorso 15 anni più tardi, con la storia di The Last Waltz. Robertson getta nuova luce sull’esperienza di lavorare con Bob Dylan e scrivere classici come The Weight. È in grado di evocare tutto con un livello di dettaglio stupefacente, se consideriamo che sta parlando di fatti avvenuti più di 40 anni fa. “Dai miei genitori ho ereditato un ottimo chip di memoria”, dice. “Da piccolo era una cosa imbarazzante, ma oggi mi è piuttosto utile”.

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