Il futuro è dei dati, e potrebbe non essere così male | Rolling Stone Italia
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Il futuro è dei dati, e potrebbe non essere così male

Ne parla un libro diventato best-seller, "Il nostro futuro", in cui Alec Ross ipotizza i prossimi vent'anni – e se avete tra i parenti un adolescente, dategliene una copia: potrà ancora salvarsi

Il mondo occidentale vive da quasi dieci anni una fase di profonda incertezza provocata dalla crisi economica. Questa situazione ha portato alcune conseguenze come, ad esempio, la rimozione totale del “futuro” come tema del discorso pubblico. Non si ragiona più sulla lunga distanza. Non si immaginano più evoluzioni e innovazioni tali da cambiare radicalmente la faccia del pianeta terra da qui a cento anni. Se ci fate caso, è sempre soltanto un discorso di “sopravvivenza”. Arrivare alla fine del mese alla meno peggio e cercare di annullare il fattore di rischio perché non ne vale la pena. È un po’ come quando stai cercando di iscriverti all’università e vuoi iscriverti a un corso di laurea tipo Lettere, Filosofia, DAMS, Scienze della Comunicazione e i tuoi genitori ti guardano con un po’ di paura e un po’ di tenerezza facendoti capire che forse sarebbe meglio iscriversi a qualcosa di più “sicuro” come Economia, come Medicina, come Giurisprudenza. Siamo attanagliati dalla paura di finire sotto un ponte perché siamo stati abituati a pensare al futuro come una minaccia e non come un’opportunità (se ci pensate è anche il motivo per cui nella musica si è “tornati indietro” abbracciando la consolazione della retromania). Forse, senza lasciarsi andare a facili ottimismi (del resto, negli USA ci sono persone che voteranno per Donald Trump, non c’è motivo per esserlo), sarebbe il caso di innescare un cambiamento che deve partire da noi, perché se aspettiamo la politica facciamo notte. Non sto dicendo di non ascoltare i vostri genitori, ma forse iscriversi a Economia, a Medicina e a Giurisprudenza non è la soluzione a tutti i nostri mali.

C’è qualcuno che, in barba a tutto questo, cerca di delineare qualche scenario futuro. Chi abbracciando la distopia cyberpunk cercando di aggiornarla ai tempi nostri; chi attraverso TED Talk ad uso e consumo dei tecnoentusiasti; chi scrivendo dei libri. Tra questi ultimi c’è Alec Ross, un esperto di nuove tecnologie che ha lavorato con Hillary Clinton e Barack Obama. Il suo primo libro, Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni (edito in Italia da Feltrinelli) è diventato un best-seller con numerosi fan importanti come Matteo Renzi. Sperando che il Presidente del Consiglio lo abbia effettivamente letto, questo libro affronta il tema dell’innovazione in maniera interessante e assolutamente pragmatica, azzerando gli slogan e entrando nelle questioni fondamentali: come la tecnologia, che sta accelerando in maniera inusitata, può aiutarci ad affrontare il futuro con un po’ più di consapevolezza e un po’ più di “lungimiranza”?

Il futuro dei prossimi vent’anni, secondo Alec Ross, dovrà essere affrontato con una maggiore capacità analitica e una maggiore elasticità mentale. Quella con cui avremo a che fare, infatti, molto più di oggi, sarà l’era dei Dati. Anno dopo anno, i terabyte di dati che si accumulano diventano sempre di più e determineranno ogni aspetto della nostra vita: dagli oggetti che usiamo nel quotidiano (l’Internet delle cose) al cibo che mangiamo (l’agricoltura di precisione per affrontare meglio il sovraffollamento del pianeta) passando per la genomica (uno dei settori più in crescita anche dal punto di vista economico) e la totale ridefinizione del mercato del lavoro (l’innovazione renderà obsoleti tantissimi lavori che adesso ci sembrano fondamentali oltre che la quasi totalità dei mcjobs con cui molti studenti arrotondano la paghetta). Lo tsunami dei dati – il dataclisma, per citare il suggestivo titolo del libro di Christian Rudder – non va accettato acriticamente come si sta facendo oggi. Nel discorso pubblico, anche in Italia, quando non sai cosa dire usi “Big Data” e ti salvi in corner per qualsiasi cosa. La realtà è – e sarà – sempre più complessa. La partita, quindi, si sposta sulla capacità di analisi e di “unire i puntini” per meglio interpretare la massa di dati. Non solo come strumento per delineare le strategie di consumo, ma per leggere comportamenti e specificità di un determinato luogo per meglio definire quali politiche e quali scelte attuare (secondo Ross è inutile cercare di replicare il modello Silicon Valley quanto partire dalle peculiarità di ogni luogo per innovare a proprio modo).

Forse Ross è troppo deterministico, forse troppo entusiasta e volto all’uso del futuro come strumento di crescita economica (del resto, è americano). Il suo libro, però, è un’analisi interessante per capire come meglio muoversi nel mondo che sarà. Avete presente quella puntata dei Simpson in cui Lionel Hutz – l’avvocato cialtrone del sottoproletariato di Springfield – chiede a Bart di immaginarsi un mondo senza avvocati (un mondo in pace e in armonia, ironizza Groening)? Ecco, quando cercherete di capire cosa fare da grandi immaginatevi il mondo non oggi, non domani, ma fra cinquant’anni e cercate di capire cosa succederà. Si giocherà tutto sulle idee, tutto sull’analisi, tutto sulla comprensione. Io – che ho trent’anni – vengo da una generazione che ha visto troppi film in cui gli umani sono stati sopraffatti dai dati e computer, robot e altri aggeggi diabolici prendevano il potere. Per chi è più giovane: avete l’opportunità di surfare il dataclisma e portarlo un po’ dove volete voi disegnando, e non subendo, il futuro.