Il cibo ha sempre influenzato la moda, e viceversa | Rolling Stone Italia
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Il cibo ha sempre influenzato la moda, e viceversa

Pubblichiamo un estratto da 'Gastrofashion' di Adam Geczy e Vicki Karaminas, da oggi disponibile con Mimesis Edizioni. In cui si spiegano le radici del dissidio moderno tra il mordere e il non mordere

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Foto: Nikita Shirokov su Unsplash

Mentre il resto del mondo era ancora preda delle restrizioni per la pandemia del Covid-19 e dei confini chiusi, Sydney diede il via alla Afterpay Australian Fashion Week, avvenuta tra il 31 maggio e il 4 giugno 2021. Le varie sfilate “senza mascherina” si svolsero in diversi siti storici della città e includevano modelle molto diverse, indigene, asiatiche, nere, genderfluid, magre e formose, giovani e anziane. Le silhouette oversize e un’abbondanza di layering la fecero da padrone sulla passerella.

Da un lato questo stile derivava dall’abbigliamento comodo dell’epoca del Covid, che rifletteva i mesi di cucina casalinga derivati dalla mancanza di interazioni sociali, frustrazione e noia dei lockdown. Dall’altro i pattern e gli stili riflettevano la risposta dell’industria della moda alle pressioni di alcuni gruppi politici verso lo smantellamento, la decolonizzazione e il cambiamento.

Gli ideali di bellezza furono ricalibrati e i capi disegnati per i diversi generi cominciarono a scomparire, le forme fisiche precedentemente considerate convenzionali vennero messe in discussione. Il movimento di liberazione delle persone trans* con la sua richiesta di diversità di genere, Black Lives Matter (BLM) per i diritti delle persone razzializzate e il movimento #MeToo contro il sessismo hanno evidenziato tutti i problemi del sistema della moda attuale. Il lato positivo della crisi dovuta alla pandemia è stato che ha presentato l’occasione per la creazione di un nuovo mondo.

Due anni prima della pandemia, Vogue annunciò: «La moda è marcia dentro e fuori e, come un uroboro, il serpente mangia la sua stessa coda». «L’industria continua a tornare sui molti problemi del sistema prêt-à-porter». A differenza della haute couture e del fatto su misura, che adegua il capo d’abbigliamento al corpo, nel sistema prêt-à-porter, che applica una serie di taglie nella manifattura dell’abbigliamento, il corpo deve adattarsi al capo».

La moda, come il cinema e la fotografia, è figlia della modernità, la cui fondazione risiede nelle imprese coloniali e nei discorsi egemonici occidentali dell’imperialismo. Nel 2020 Toby Slade e Angela M. Jansen hanno osservato che «lo sfruttamento dell’ambiente, lo sfruttamento delle persone e del lavoro e lo sfruttamento delle culture sono interconnessi; senza la logica del colonialismo, esteso alla globalizzazione e al capitalismo nazionale e alle loro gerarchie intrinseche, la moda per com’è al momento sarebbe impossibile».

Non si può sfuggire né negare il ruolo della moda nella creazione della bellezza ideale e dei tipi di fisicità che sono intrinsechi alla costruzione di valori e sistemi di gusto bianchi e borghesi. Il cibo e gli ingredienti (o la loro assenza), modi di cucinare (nouvelle cuisine) e le diete di moda (Atkins, Paleo, Keto) hanno perpetuato la possibilità di obiettivi di riduzione delle calorie. Ma la privazione di cibo che va a braccetto con il mantenimento di una taglia “ideale” ha portato alla diffusione di disturbi alimentari quali bulimia e anoressia, diffusi a macchia d’olio nelle industrie della moda e delle modelle nonostante le proteste nei confronti della rappresentazione di un singolo tipo di corpo come ottimale.

Il concetto di corpo ideale ha attanagliato la moda da molto tempo ormai. Anche se questi ideali sono cambiati nel tempo, sono rimasti essenzialmente gli stessi e sono stati incorporati nelle abitudini e nelle routine delle industrie adiacenti che legittimano la pratica della moda, quali il fitness, la salute e la bellezza. Usiamo il termine “culto della magrezza” per questa rete di settori industriali, compresi i media e le agenzie di modelle, che supportano e promuovono quella che Paolo Volonté chiama “tirannia della magrezza”.

Come scrive Volonté, ci sono stati momenti in cui la moda ha esplorato il mondo “curvy”, in edizioni speciali di riviste quali Vogue Italia (giugno 2010) o Elle (aprile 2010), o tramite designer che ingaggiavano testimonial plus size (Kim Kardashian per Pierre Balmain dal 2014) o modelle da sfilata plus size (Beth Ditto per Jean Paul Gaultier, Primavera-Estate 2011). Ciononostante, avverte Volonté, queste «esplorazioni sono state limitate alla sfera della comunicazione e non hanno intaccato il sistema di produzione, distribuzione e consumo della moda». In altre parole, il corpo magro è nonostante tutto lo standard di bellezza che domina l’industria della moda occidentale ed è particolarmente prominente e disciplinato nell’industria delle modelle, in cui il peso, la forma e la taglia delle modelle creano gli standard ideali di bellezza.

Cibo e corpi ideali delle donne
Anche se è generalmente accettato che il concetto di corpo ideale è cambiato nel tempo, si può tracciare un collegamento tra cibo, diete e tecniche di cucina, accostando la taglia e la forma del corpo ideale al consumo della moda. In ogni caso, i collegamenti tra cibo, corpo e mondo della moda sono più che evidenti e possono essere accomunati ai trend nelle industrie della gastronomia e della moda. Un esempio si può trovare nel corpo pieno del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo. La disponibilità e il consumo di cibo durante la Rivoluzione Industriale variavano in base alla classe.

Come sostengono Susanne Daly e Ross G. Forman, «il cibo è un segnale positivo di posizionamento sociale, ma sottintende la realtà più inquietante che il prestigio sociale spesso determina chi vive e chi muore». Laura Frazer sottolinea come il focolaio di tubercolosi in Europa tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo influenzò l’atteggiamento delle persone nei confronti delle taglie corporee. Scrive che molti artisti, compresi John Keats ed Emily Brontë tra gli altri, contrassero a un certo punto la tubercolosi, che li rese magri, pallidi e malaticci. «I membri delle classi alte», scrive Frazer, «credevano che avere la tubercolosi, ed essere magri di per sé, fossero segno del possesso di un’anima di natura delicata, intellettuale e superiore […] sembrare malaticci era glamour». Nota anche che Lord Byron, che era alto un metro e sessantasette centimetri e che al suo massimo aveva pesato più di 90 chili, intraprese una serie di diete ossessive per perdere peso e diventare magro. La sua dieta consisteva di acqua e aceto da bere e biscotti e patate come cibo.

Gli abitanti degli slum vivevano in condizioni miserevoli e mangiavano principalmente pane, porridge e brodo, mentre gli operai di fabbrica spendevano circa il 58% del loro reddito in cibo e il 40% di questa spesa era per il pane. Secondo Emma Griffin, una grande parte del loro stipendio era spesa in cibo poco costoso ma particolarmente nutriente, compresi alcuni scarti (salati) di carne, di solito bacon. Il resto dello stipendio veniva speso in zucchero, lieviti, the, sale, burro e formaggio. Riso, uova, ribes e uva passa venivano spesso comprati in piccole quantità per il pudding. Uno studio diretto da Paul Clayton e Judith Rowbotham su Come lavoravano, mangiavano e morivano i vittoriani riporta che i più abbienti consumavano una grande varietà di cibo che comprendeva pesce grasso quale aringhe, eglefino e merluzzo oltre a graminacee, patate e frutti di mare quali ostriche, cardio e mitili. La borghesia consumava grandi quantità di vino insieme a carni di oca, maiale, tacchino e manzo, sapientemente insaporite con spezie importate dall’India. Una tipica colazione consisteva di carne fredda, pane macinato a pietra con lardo e formaggio e birra. Queste spese stravaganti per il cibo erano accompagnate dalle spese in beni di lusso, compresi abiti e accessori, che diventarono segnali di aspirazioni di classe.

Anche se Thorstein Veblen non ha scritto di gastronomia di per sé, ha scritto delle abitudini delle classi agiate e del consumo ostentativo come ideologia oltre che strategia sociale. Nel suo La teoria della classe agiata (1899), Veblen sostiene che abbigliamento e moda erano un mezzo importante attraverso il quale la classe agiata poteva competere al suo interno per il prestigio sociale, oltre a essere un modo per mettere in mostra la superiorità di classe; in breve, consumo ostentativo e agiatezza ostentativa. Possedere o poter accedere ad abiti di qualità creati con metodi dispendiosi di tempo e materiali costosi dava valore aggiunto alla reputazione di chi li indossava, garantendo loro prestigio sociale. Apparire in pubblico in abiti di tendenza e all’ultima moda diventò un segno di forza finanziaria.

La stessa analisi può essere applicata al consumo di cibo, specialmente al ristorante, dove si disciplinava il cibo e l’atto del suo consumo. Scrive Priscilla Parkhurst Ferguson, «Mangiare divenne più che mai una questione di savoir-faire […] e mettere in mostra il proprio savoir-faire segnalava potere». Molti anni dopo Veblen, Bourdieu notò che il cibo consumato dalle classi alte rifletteva «gusto e raffinatezza» e il loro valore percepito in società. Cibi storicamente esclusivi, come ad esempio il curry, suscitavano una grande domanda ed erano disponibili in poche quantità. Nel 1849 lo chef “celebre” Alexis Soyer, che aveva sempre una quantità di curry nella sua dispensa, sostenne che l’alto prezzo del curry «era uno di quei condimenti stimolanti che sarebbero inestimabili per i poveri».