‘Friends, amanti e la Cosa Terribile’ di Matthew Perry è uno dei libri migliori che leggerete quest’anno | Rolling Stone Italia
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‘Friends, amanti e la Cosa Terribile’ di Matthew Perry è uno dei libri migliori che leggerete quest’anno

Nel suo memoir, il Chandler di 'Friends' racconta la sua vita con un’onestà e uno humour nero disarmanti, e ci obbliga a scendere a patti con i giudizi frettolosi e semplicistici su abusi e dipendenze. Che sono una malattia dalla quale - forse - non si guarisce veramente mai

Foto: Frederick M. Brown/Getty Images

A un certo punto della sua autobiografia, Matthew Perry racconta che il padre, dopo una brutta serata alcolica, era stato cazziato dalla moglie: conscio di essersi reso ridicolo, va a fare una passeggiata e decide che non avrebbe mai più bevuto nemmeno un goccio. «Scusami? Sei andato a farti una camminata e hai smesso di bere? Io ho speso più di sette milioni di dollari cercando di diventare sobrio. Ho partecipato a seimila incontri di Alcolisti Anonimi. Sono stato in rehab quindici volte. Sono stato in ospedale psichiatrico, sono andato in terapia due volte a settimana per trent’anni, sono stato in punto di morte. E tu sei andato a farti una cazzo di camminata?».

In Friends, amanti e la Cosa Terribile (uscito l’8 novembre in Italia, lo pubblica La nave di Teseo) Matthew Perry, aka il Chandler di Friends, passa in rassegna la sua vita con un’onestà e uno humour nero disarmanti: da prima che lo scritturassero per Friends alla fama che lo travolse quando Friends diventò la sit-com più vista della storia della televisione (cinquantadue milioni di persone incollate davanti allo schermo in occasione della puntata finale, numeri che le piattaforme oggi manco si sognano). Le ex famose: Julia Roberts che lo va a prendere con un aereo privato; i limoni con Gwyneth Paltrow chiusi in un armadio; la fidanzata storica (lui non la nomina mai direttamente, ma è Lizzy Caplan) che lo snobba non appena inizia a frequentare Tom Riley; la cotta per Jennifer Aniston che mai si concretizzò per via dello «scoraggiante disinteresse» da lei dimostrato.

Poi, soprattutto, la Cosa Terribile, ossia la dipendenza: vodka (una bottiglia a sera come minimo sindacale per tirare avanti); Xanax; cocaina; oppiacei (cinquantacinque pastiglie di idrocodone – ossia Vicodin – al giorno, più OxyContin, fentanyl, Suboxone, metadone). La Cosa Terribile che ha fatto perdere a Perry tutti i denti: saltano i due incisivi, poi un morso a un toast stacca gli altri, con lui che corre dal dentista tenendoli in un sacchetto dentro alla tasca dei jeans. La Cosa Terribile che lo distrugge al punto da doversi sottoporre a una colostomia e a un’ileostomia, con i sacchetti che t’attaccano post-intervento che puntualmente la notte si sfasciano. «Ero in terapia da quando avevo diciott’anni, e se posso dire la verità a quel punto non avevo più bisogno di terapia: quello di cui avevo bisogno erano due incisivi e un sacchetto della colostomia che non si rompesse. Quando dico che mi svegliavo ricoperto di merda, intendo: tra le cinquanta e le sessanta volte». La Cosa Terribile che gli fa vedere dio nella cucina della sua casa, ricordandogli la preghiera che gli aveva rivolto nel 1994: fammi ciò che vuoi, basta che mi fai diventare famoso.

E dio – o meglio, Matthew Perry a sé stesso – gli fa veramente di tutto per accontentarlo: in mezzo, i tentativi fallimentari di disintossicazione, sabotati ogni volta da una coazione a ripetere che la psicologia spicciola identifica come una pulsione di morte, ma che in realtà è una faccenda più subdola, complicata, difficilmente riconducibile a un’unica causa o definizione. La Cosa Terribile è una malattia «frastornante, potente e pure paziente (…) Agli AA spesso ti dicono che quando partecipi a un incontro, la tua malattia se ne sta lì fuori a fare i piegamenti su una mano sola, aspettando soltanto che tu esca». Matthew Perry arriva al punto in cui non esistono al mondo abbastanza oppiacei e abbastanza vodka per riuscire ancora a sballarlo, ed è questo dato di fatto a condurlo verso la sobrietà: «Che io smetta di bere e fare uso di oppiacei non ha nulla a che vedere con la forza, comunque – è che non fanno più effetto. Se qualcuno venisse a casa mia e mi dicesse “Eccoti un centinaio di milligrammi di Oxy”, gli risponderei “Non bastano”».

Leggere d’una persona che aveva tutto – bellezza, intelligenza, umorismo, soldi, successo – che si autodistrugge fino a ridursi a un catorcio, se da un lato è devastante dall’altro risulta quasi fastidioso, ed è questo il risvolto con cui Friends, amanti e la Cosa Terribile ti obbliga a scendere a patti. Ossia che «la gente che ha delle dipendenze non è cattiva. Siamo solo persone che provano a sentirsi meglio, ma abbiamo questa malattia. Quando mi sento male, penso “Datemi qualcosa che mi faccia sentire meglio”. Semplicissimo». E che la malattia ha radici profonde, soggettive, insindacabili: per Perry, il divorzio dei genitori quand’era piccolo; la mamma troppo giovane e troppo impegnata (era l’assistente dell’allora Primo Ministro canadese Pierre Trudeau) per dargli le attenzioni che avrebbe voluto; il terrore d’essere abbandonato; il desiderio d’essere visto che lo portava costantemente «a mettere su uno show»; una voragine interiore che comincia ad aprirsi, e che lui riempie con vodka e pastiglie.

«Come se la passa Matthew Perry?», scrive l’amica/collega Lisa Kudrow (insomma, la nostra adorata Phoebe) nella prefazione. Dopo la solitudine lancinante, la dipendenza, il Dolore (che lui chiama con l’iniziale maiuscola non a caso), la malattia, i quattordici interventi allo stomaco e le cicatrici diventate «un promemoria per restare sobrio», alla fine non si riesce a non intravedere una speranza. Sebbene ci sia un passaggio del memoir che suona come un pericoloso monito: «Robert Downey Jr., parlando della sua dipendenza, una volta disse “È come avere una pistola in bocca con il mio dito sul grilletto, e mi piace il sapore del metallo”. Capivo cosa volesse dire; lo comprendevo. Persino nei giorni buoni, quando sono sobrio e guardo al futuro, è sempre con me. C’è sempre una pistola». Ed è quella consapevolezza, forse, a fare più male. A Matthew Perry, ma anche a noi.