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Eduardo Rabasa e il suo ‘Cintura nera’: Fantozzi nella Silicon Valley

Il romanzo dello scrittore messicano è una distopia alla Don DeLillo su una megaditta da incubo. Che assomiglia molto a quella dove lavorate voi

Eduardo Rabasa

Foto Shadia Cure

In realtà Eduardo Rabasa (nato a Città del Messico nel 1978) non sa chi sia Fantozzi, come la gran parte di chi abita fuori dal nostro Paese – quello sì che è qualcosa che gli altri non hanno, altro che il parmigiano e il bidet. Ma il paragone con il personaggio creato da Paolo Villaggio nel 1971, devo ammetterlo, è calzante. Sarei tentato di rivendicarne il copyright, invece pare sia un’intuizione del direttore editoriale di SUR, Marco Cassini. Cintura nera è il secondo romanzo di Rabasa, una puntuale satira del mondo lavorativo contemporaneo, con le sue ossessioni, i suoi slanci idealistici, le sue abominevoli parole d’ordine in stile LinkedIn, le sue brutalità e le sue miserie. Ma anche i suoi momenti esilaranti. Abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore in occasione di una sua visita in Italia: lui in spagnolo, io in italiano, e ci capivamo benissimo, come in una specie di spot progresso per la fratellanza tra latinos.

Ci sono molti film e serie tv che raccontano quegli spazi dell’assurdo che sono i posti di lavoro, il primo esempio che mi viene in mente è The Office, ma non molti romanzi. 
Qualcuno mi ha detto che Cintura nera gli ha ricordato Black Mirror. In realtà non saprei, l’unica serie che ho mai visto in vita mia è Twin Peaks. Però a livello di registro direi che il modello è Don DeLillo di Rumore Bianco, soprattutto per lo humor nero. L’hanno scorso l’ho intervistato a New York, e gli ho chiesto di quella scena del suo ultimo romanzo, Zero K, in cui un gruppo di persone corrono, ammassandosi le une sopra le altre… quando gli ho chiesto perché avesse scritto quella scena mi ha risposto: “Non lo so. Mi immaginavo solo un gruppo di persone che passavano correndo attraverso un luogo”. Lo trovo fantastico. È il tipo di registro surreale che volevo cercare con questo romanzo. 


Il ragionier Ugo Fantozzi torna alla luce dopo essere stato murato vivo in ufficio. Da Fantozzi (1975).

Qualcuno, estremizzando ma forse nemmeno troppo, ha detto che per avere successo in una grande azienda avere un profilo psicologico da serial killer aiuta.
Un libro che ho letto mentre stavo scrivendo il romanzo è Work Rules! di Laszlo Bock, un ex dirigente di Google. Mi ha colpito come, accanto a pratiche lavorative che richiamano il gioco ce ne siano altre che posso definire soltanto come terrificanti. Per esempio, alcune aziende categorizzano le persone secondo un punteggio decimale: “Questa settimana la tua performance è di 8,375…”. È una forma di controllo mentale, per tenere il lavoratore in un perenne stato di angoscia. Nel libro di Bock c’è un capitolo dove, sostanzialmente, l’autore sostiene che sia giusto pagare molto il talento e poco chi svolge i lavori più bassi. Sono pratiche brutali, immerse in un mondo alla Disney in cui puoi giocare al pallone tra una riunione e l’altra. 

Il mondo del lavoro descritto in Cintura nera è completamente destrutturato – al protagonista, Retencio, ogni mattina viene assegnato un ufficio da una sorta di lotteria, e per questo non ha mai lavorato due volte con gli stessi colleghi – ma questa assenza di regole sembra una gabbia ancora più rigida. 
Quello che mi colpisce è la distanza tra ciò che aziende come Facebook comunicano di loro stesse, e le azioni che compiono nella vita reale. È documentato come Facebook abbia aiutato Donald Trump ad andare alla Casa Bianca, ma nella loro visione il mondo è diventato un posto migliore proprio grazie a loro. Google ha più volte parlato di un progetto di luoghi utopici, dove innovare ed essere guidati dalla tecnologia senza il fardello delle regole governative e delle convenzioni sociali. Anche Facebook ha la sua Facebook City ideale. Io spero che non diventino mai realtà.

Ho letto in un’intervista che scrivere il romanzo è stato difficile. Entrare in questo mondo lavorativo sadico ti ha trascinato in uno stato mentale che non avevi previsto.
Sì, e in un certo senso è stato il contrario di quanto successo con il mio primo romanzo, La suma de los ceros. Quello era il prodotto di una crisi personale molto forte, ma scriverlo è stata un esperienza rasserenante, anche molto ordinata dal punto di vista del metodo di lavoro. Con questo libro, invece, sono caduto in uno stato quasi ossessivo, scrivevo per cinque o sei ore di fila, che per me è moltissimo. Ero entrato in una sorta di frenesia, andavo a dormire e sognavo la vicenda del romanzo. Di solito sono molto mattiniero, mi sveglio alle cinque per scrivere, e mi addormentavo già anticipando quello che avrei scritto la mattina seguente. Non aiutava il fatto di andare a dormire sempre un po’ alterato, da alcol e marijuana. Credo che avere nella mente questo mondo e questi personaggi per anni mi abbia danneggiato in modi che non avevo previsto. Il protagonista del romanzo è un personaggio da disprezzare, in cui non mi identifico, ma i flashback sulla sua infanzia e adolescenza sono al 99% autobiografici, come per esempio il padre alcolizzato. Quindi Retencio è, in un certo senso, quello che avrei potuto diventare se a un certo punto non mi fossi allontanato dall’ambiente in cui sono cresciuto.

Ma sai chi è Fantozzi?
In realtà no. Ma a questo punto mi sa che devo rimediare. 

 

 

 

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