Cosa succede quando il dub giamaicano incontra lo spaghetti western? | Rolling Stone Italia
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Cosa succede quando il dub giamaicano incontra lo spaghetti western?

È la domanda che si fa Riccardo Balli aka Dj Balli nel suo nuovo e psichedelico saggio 'Per un pugno di bling bling'. Un estratto

Cosa succede quando il dub giamaicano incontra lo spaghetti western?

Riccardo Balli aka Dj Balli

Foto: press courtesy of Riccardo Balli aka Dj Balli

Riccardo Balli, in arte Dj Balli, è musicista, dj e scrittore. Ma è anche un rumorista, un esploratore del suono, un membro dell’Associazione Astronauti Autonomi. È un’istituzione clandestina dell’underground, anche oggi dove tutti urlano e scrivo che l’underground è morto. Il suo piccolissimo Sonic Belligeranza Megastore in via Mascarella a Bologna – uno spazio ibrido tra label headquarter, ambiente performativo e negozio di dischi – è una luogo di resistenza culturale.

Nel corso della sua poliedrica carriera, Balli ha firmato alcuni libri davvero intriganti – Apocalypso disco. La rave-o-luzione della post-techno, Frankenstein Goes To Holocaust, Sbrang Gabba Gang -, viaggi psichedelici negli universi sonici di ambienti altri come quello del plunderphonics (ovvero l’arte di creare composizioni da musica già esistente), della scena 8-bit o di quella gabber. Sempre imprevedibile, geniale, la scrittura di Balli ribalta regole con mash-up, collage, speculazioni e esperimenti futuristi e rumorosi.

È uscito, sempre per Agenzia X che ha curato le opere sopracitate, il suo nuovo lavoro Per un pugno di bling bling. Dubbing spaghetti western, un saggio che si pone alcune domande – cosa lega la musica giamaicana agli spaghetti western? Quali sono le differenze tra apprezzamento culturale e appropriazione? – indagando l rapporto tra l’industria cinematografica del Belpaese e la musica giamaicana negli anni settanta per riflettere su ciò che separa l’apprezzamento dall’appropriazione culturale.

Qui di seguito vi proponiamo la prefazione del saggio.

Dubplate, sirene dub, lickshot, echobox: da trent’anni i Belligeranti Sonori bombardano con armamentari made in Kingston. Per non citare le strategie d’assalto al dancefloor, dal toasting al dubbing, ai vinili white-label che se ne infischiano di qualsivoglia copyright. Da soundboy che non disdegna incursioni letterarie, ho deciso di prendere il largo verso Jamrock. Certo, ho letto tutti i libri di Steve Barrow e ho imparato a memoria le sleeve notes della sua Blood & Fire Records. Non voglio però scrivere una guida turistica: per quello c’è già Giamaica della ClubGuide, con prefazione di Sua Maestà Yellowman.

Come incidere su carta i picchi della musica giamaicana? C’è forse un modo per campionare a livello letterario le tecniche dei pionieri del dub? Sì, intendo proprio catturare con una pagina le frequenze del reggae. Il primo tentativo è quello di una scrittura in levare, proprio come la ritmica dell’isola caraibica: via gli incipit da tutti i classici della letteratura occidentale, SPOSTIAMO L’ACCENTO!

Sorgono subito i primi problemi. Prendiamo per esempio La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne: «Vorrei tanto che mio padre oppure mia madre, o tutti e due, in quanto in egual modo coinvolti, avessero badato a cosa stavano combinando quando mi generarono; che avessero responsabilmente vagliato quante e quali conseguenze sarebbero derivate da ciò». Falciando questo clamoroso inizio (unica parte dell’opera che ho letto in realtà), quel classico del Settecento inglese suonerebbe come un riddim zoppo.

Un’altra tecnica da indagare ci proviene sempre dal libro di Sterne, in cui troviamo frapposte alle pagine scritte una nera, una bianca e una marmorizzata: rispettivamente, la pagina nera per commemorare la morte di uno dei personaggi, quella vuota per lasciare immaginare al lettore la donna più bella del mondo, quella marmorizzata per autocelebrare lo stile eterogeneo dell’autore. Nel mio piccolo ho invece provato a inserire nello stesso libro una pagina rossa, una verde e una gialla per dargli una tinta tropicale. Poi ho capito che era una stronzata: altre sono le vie da battere per una trasposizione delle tecniche del dub in letteratura.

Passo quindi a focalizzarmi sui contenuti ma, complice il sole equatoriale, sono già sfinito. Mi viene in aiuto l’app di Intelligenza Artificiale locale, la AI&I. Proprio come il principio spirituale rastafariano presuppone l’unità tra l’Io e il tutto (l’I&I), quest’ultimo gadget tecnologico giamaicano mi mette in contatto con la totalità dei dati necessari a scrivere questo libro. Non posso che partire dall’opera dell’artista reggae che mi ha fatto maggiormente vedere la luce gialla, rossa e verde, ovviamente “Baby Blue Green Star Pipecock Jackson Lee ‘Scratch’ Perry Banana Eye I…”, come si autopresenta il pioniere del dub in una lettera al governo nipponico in cui chiede il rilascio di Paul McCartney dopo la sua incarcerazione per possesso di marijuana.

Scorrendo i primi titoli della sua infinita discografia, mi viene però il dubbio di essere capitato per sbaglio in un film spaghetti western. Salta infatti all’occhio un particolare a cui non avevo mai dato gran peso: quattro dei primi sei album dei suoi Upsetters usciti tra il 1969 e il 1971 contengono innumerevoli riferimenti espliciti alla “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone. E non è un caso isolato: facendo mente locale, la cultura musicale giamaicana pullula di “Django”, “Franco Nero”, “They Call Me Trinity” e infiniti altri palesi omaggi a quella mitica stagione del cinema italiano.

È venuto il momento della verità. Digito sull’AI&I “Per un pugno di dollari” e “Clint Eastwood” e, con mia sorpresa, viene fuori il toaster giamaicano che ruba il nome all’icona spaghetti western. Eccovi spiegata la copertina di questo volume.

Vivendo in tempi in cui si dibatte vivacemente di appropriazione culturale, mi sorge un altro dubbio: qui, sotto il sole di mezzogiorno delle West Indies, è possibile barattare una lattina di fagioli Heinz® con un bel piatto di red Caribbeans and rice? È accettabile che un baldhead di Babilonia come me faccia largo utilizzo dell’arsenale di armi sonore dei soundclash giamaicani, se i musicisti rastafari non si fanno problemi a tirare in ballo un pezzo da novanta della cultura italiana come gli spaghetti western? Mi rendo conto che è assai difficile stare in equilibrio sulla corda tesa tra cultural appropriation e cultural appreciation: pendendo da una parte ti attende il cappio al collo, dall’altra invece una miniera di BLING BLING.

Vi sembra complicato? Aspettate a dirlo. C’è un’altra questione che scotta come una pistola fumante. Come dimenticare che siamo stati noi italiani a detronizzare il King of Kings, Lord of Lords, Conquering Lion of the Tribe of Judah, Haile Selassie I? Per tacere che, in tutte le produzioni reggae con francobollo italiano, nessuno ha mai osato toccare l’argomento. Forse è il momento che qualcuno si faccia avanti per regolare questo conticino in sospeso.

Come in ogni controversia che si rispetti, c’è bisogno di un giudice qualificato a dirimerla. Chi meglio di Judge Dread, protagonista dell’omonimo classico reggae cantato da Prince Buster nel 1967? Stavolta nel suo tribunale pieno di rude boy non ha paura di finirci il sottoscritto, difeso dall’azzeccagarbugli Sergio Leone di Giuda.

Il clima tropicale sempre più torrido mi ha fuso le cervella. Ho le allucinazioni, anche senza ganja. E se tutto ciò fosse un film? Avrei un bel titolo: Per un pugno di bling bling.

Montego Bay, Giamaica, aprile 2025

Da Per un pugno di bling bling. Dubbing spaghetti western (Agenzia X).

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