Come si può leggere, oggi? | Rolling Stone Italia
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Come si può leggere, oggi?

In un tempo che ha messo da parte i libri, la risposta arriva da Luca Cena, libraio, autore e content creator. Che insegna a cercare volumi antichi e rari, ma soprattutto, storie che rimangono

libri

Foto: Ed Robertson su Unsplash

Leggere è complicato, faticoso e richiede tempo e molta concentrazione. Tutte cose oggi lontane da una quotidianità fatta di impegni compulsivi, isterie e vacue e assortite superficialità occasionali che confondo non poco e stressano anche di più.

Inoltre i libri occupano spazio e fanno polvere, invadono potenzialmente ogni angolo in case sempre più piccole. E poi anche solo a vederli appaiono incredibilmente tutti troppo lunghi, centinaia di pagine che reclamano un’urgenza da mettere in fila a tutte le altre urgenze. Il tempo così come lo spazio sembrano allora per davvero non solo non bastare mai, ma non esserci proprio.

Leggere in tempi tanto frenetici quanto mediocri, ovvero in questo scorcio di millennio, non è mai stato meno di moda. Mentre per giunta non si fa altro che leggere da mattina a sera, subissati come si è da informazioni – spesso totalmente trascurabili – che invadono le timeline dei social pretendendo subito (e subito ottenendo) attenzione, almeno il tempo di una manciata di secondi, poi arriva la nuova di tizio e caio, dalla pizzeria imperdibile alle assurdità di Donald Trump.

Una sequela di impegni in proroga permanente. Si legge tutto ma mai nulla fino in fondo, si capisce tutto, ma nulla si comprende per davvero. E così, in un incedere che ha sostituito allo zoppo l’inebetito, non si arriva mai in fondo alla pagina, al capitolo per non dire al racconto e figuriamoci se si arriva in fondo a un romanzo. Già sarebbe bello arrivare in fondo a una frase letta e pure pronunciata, magari senza aggredire, magari facendosi capire prima che il tempo – sempre limitatissimo – dell’altro scada come una sentenza capitale.

Che siano annunci, dichiarazioni, interviste, citazioni, tutto è ridotto all’osso e quindi molte volte all’incomprensibile. E nonostante alla fine della giornata il computo offra una distesa di parole lette, dette e ascoltate che varrebbero ben più di un romanzo al giorno, il significato che se ne trae è pressoché nullo, come quello di un vortice da cui si è usciti ancora vivi per miracolo o per fortuna.

Si staglia così un panorama all’opposto da quello offerto da Pluribus (la serie di Vince Gilligan) dove la solitudine non è data da un mondo unico e onnisciente, ma da un modo vario e totalmente cerebroleso e come tale imprevedibile, come da regola della stupidità dell’indimenticabile Carlo M. Cipolla, così giusto da aggiungere alla lista delle cose da fare, da vedere, da ascoltare e da leggere, provare quantomeno a buttare un occhio a Le leggi fondamentali della stupidità umana (Il Mulino).

Una morte cerebrale diffusa che si sostanzia nell’ansia di ogni nuova ipotesi, imprevisto e «Proprio ora che mi ero messo a pari!», si sente spesso esclamare di fronte a un nuovo film, a una nuova serie, podcast e anche libro. Come se ci fosse un grande manovratore che ci obbliga a una performance continua. Certo la pressione sociale è evidente a chiunque come è evidente che non si tratta più di una socialità dove ciò che si vede è condiviso da altri, ma in cui ci si rimbalza come in una partita di Patronu e sotta, titoli da consigliare o meglio imporre all’altro. Celo, celo, manca!

In realtà in tutto questo bailamme ben poco divertente i libri si pongono come un’alternativa a tutto questo sentimento di competizione e di spreco mentale. Stanno infatti in totale condivisione, ma in separata sede là dove ognuno è chiamato a vivere, pagina dopo pagina, la propria personalissima avventura. Perché di avventura si tratta quando si apre alla possibilità di leggere un libro per davvero, facendosi sedurre pagina dopo pagina senza contare più i minuti e i messaggi via WhatsApp.

E di avventure si occupa nel suo ultimo libro Luca Cena, che dopo aver chiarito l’anno scorso, con il bel volume illustrato Il Biblionauta (Mondadori Electa), la forma e la struttura del libro come carrozza o nave adatta e sicura per ogni viaggio, ecco che ritorna in libreria con Un destino già scritto (Sperling & Kupfer), un appassionante viaggio tra le vicende dei libri, ovvero là dove la storia avrebbe potuto essere molto diversa. Una storia fatta di passione, scrittura e di libri persi, scomparsi e poi ritrovati o anche riscritti. Testi e autori che hanno sfidato la sorte e con l’oblio uscendone salvi spesso per il rotto della cuffia, per un particolare che si è rivelato, come nei migliori racconti di Edgar Allan Poe, fondamentale.

E non deve essere un caso (non è mai un caso) che l’autore provenga da quel brodo culturale che è Torino, ultima capitale d’Italia capace ancora di offrire uno spazio reale e concreto alla lettura e alla sua diffusione. Una cura per i lettori che manca là dove la professionalizzazione della cultura milanese fa acqua da tutte le parti e là dove gli autori si continua a considerarli più importanti dei lettori come a Roma. Basti pensare non solo al Salone del Libro diretto meravigliosamente da Annalena Benini, ma anche a quella stupefacente e unica istituzione in Italia che è Il Circolo dei lettori che dal 2025 vive sotto la direzione dello scrittore e traduttore torinese Giuseppe Culicchia.

Luca Cena, di professione libraio antiquario, ha sviluppato negli ultimi anni, in controtendenza con quella che appare solitamente la sua professione e pure la sua città, una forte presenza online. La sua pagina Instagram, al pari di quelle dei vari venditori di borsette, orologi e compro oro, ha un seguito di centinaia di migliaia di follower. Offrendo però, più che tristi siparietti trash, un racconto di quello che sono i libri, moderni come antichi, sotto forma di compravendita che è poi il senso precipuo del suo lavoro.

 

 
 
 
 
 
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Il tono di Luca Cena è ovviamente ben diverso da quello aggressivo-testosteronico in voga oggi in moti venditori, ma è più simile a quello di un divulgatore, sempre stando in quel di Torino, Piero&Alberto Angela docet. I libri richiamano inevitabilmente storie che vivono dentro e fuori di loro, e Cena è bravissimo nel raccontarle, spiegarle e anche educare allo stile di un libro inteso come forma: dalla grafica alla legatura e alle tecniche di stampa.

 

 
 
 
 
 
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Quasi trecentomila i follower che certificano un lavoro che, prima che commerciale, è chiaramente e intrinsecamente culturale, e di cui Un destino già scritto si pone come la naturale evoluzione di un discorso. Luca Cena si rivolge a una nicchia evidentemente, ma questo non ne limita l’impatto riuscendo a fare quello che – con estrema difficoltà – agli editori e anche ai tanto celebrati influencer/booktooker riesce solo in parte. Spesso dando corpo, nel processo, a mostri e pseudocelebrità da tubo, che poi nel peggiore dei casi vengono esportati in televisione con tutte le conseguenze – dando forma a una corte dei miracoli stile Maurizio Costanzo ultima maniera. La posizione di Cena è invece quella tipica di un libraio come vorremmo fossero per davvero esempre i librai, ovvero preparati, colti, disponibili, pronti ad ascoltare e non per forza a insegnare, e poi pure simpatici e con gli occhi azzurri, il che non guasta mai.

 

 
 
 
 
 
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Ogni avventura ha infatti sempre bisogno di qualcuno che la determini, che ne mostri la possibilità. E in questo Cena, pur con tutta la diversità del caso e dei tempi, non fa un lavoro poi così diverso da quello che metteva in campo il giovanissimo Alessandro Baricco con Pickwick – del leggere e dello scrivere, quando esordì in televisione sulla Rai 3 di Angelo Gugliemi nel 1994 (Guglielmi che tra l’altro passerà alla storia più come direttore di rete che come critico letterario). Baricco dava corpo a una messa in scena, a una cornice dentro alla quale raccontare un libro a cui faceva seguito la lettura di un passo che appariva in questo modo, anche ai più estranei alle lettura, subito come formidabile, come un pezzo di un godimento possibile e imperdibile.

Luca Cena prima passa dal libro, come oggetto con caratteristiche fisiche ben precise, e così lo presenta nella sua forma data da carta, stampa, pelle e legatura. Spiega poi le caratteristiche che ne determinano la qualità, dando però da subito l’idea che quello che sta raccontando non è un mero aspetto tecnico o commerciale, ma l’inizio di una straordinaria avventura che catapulta i follower in possibili e potenziali lettori con il semplice, ma non banale gesti di passare dal libro come oggetto di valore al libro come storia da non perdere.

Un destino già scritto offre dieci storie di scrittori, o meglio dieci disavventure, imprevisti comuni, a volte banali come il furto di una valigia in stazione. Accadimenti che avrebbero potuto non solo mutare la storia della letteratura e della cultura, ma anche la vita di moltissimi lettori che nel tempo hanno potuto invece godere del frutto di un’intenzione e di una poetica, quella dell’autore. La forza icastica del caso e del determinarsi del destino che di volta in volta ha permesso un incontro o un abbandono, un ritrovamento insperato e un addio doloroso. La storia dei libri aderisce totalmente alla vita. Si tratta di oggetti che pulsano, dotati di un’anima che inevitabilmente prende una forma diversa viaggiando nella testa di chi di volta in volta li apre e li accoglie in sé leggendoli, o anche solo con chi occasionalmente li prende in mano buttandoci un occhio e lasciandoci un pensiero che poi permane e cresce dentro di sé. L’influenza dei libri non letti infatti, suggeriva Umberto Eco, non è mai da sottovalutare, anzi spesso s’impone anche più di quella dettata dai libri letti perché offre libere ipotesi che la lettura declinerebbe inevitabilmente.

«Cercare un libro raro è tutto sommato facile, perché si ha un punto di partenza netto e definito: il suo titolo. Ma le storie come si cercano?». Scrive Luca Cena quasi lanciando la palla più che a potenziali scrittrici e scrittori a chi leggendo può dare corpo a un nuovo percorso alle parole stampate, definendo di volta in volta una storia diversa, un’avventura nuova e sempre partendo anche dal medesimo libro. Leggere è il diretto sinonimo d’interpretare e comprendere, una pratica che assume su di sé la possibilità d’immaginare liberamente. Non ci sono limiti, basta avere la pazienza di fidarsi prima ancora che dell’autore e del suo libro, di se stessi e della possibilità di lasciarsi immergere in una storia che diverrà per ogni lettore sempre e soltanto sua.

Leggere si dice spesso che vale come vivere più vite possibili. L’affermazione è vera, anche se oltre che apparire un poco deprimente non esaurisce la forza della lettura. Perché leggere aiuta prima di ogni altra cosa a vivere pienamente la propria, di vita, rendendola pagina dopo pagina, libro dopo libro, sempre più affine al proprio sé e al proprio sentire. Un movimento verso i propri desideri che compie in quel rimbalzo continuo che mette ogni lettore a confronto con il Dottor Zivago come con Madame Bovary, con Robinson Crusoe come con Harry Potter. Nessun personaggio, come nessun lettore è escluso dall’avventura.

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