Che nostalgia la vecchia, bruttissima America analogica | Rolling Stone Italia
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Che nostalgia la vecchia, bruttissima America analogica

Caffetterie a forma di tazza, chioschi che sembrano gufi, abitazioni uscite da sogni allucinati: la California dell'era pre-Internet sembra un'utopia fuori tempo massimo. E un nuovo volume Taschen fa rivivere tutto il suo eccesso

California Crazy

Foto cortesia Taschen

La chiamavano architettura mostruosa. Oggi assomiglia a un epitaffio. Non per le sue forme sproporzionate o per l’estetica fuori controllo, ma perché racconta un’America che non c’è più. California Crazy, 45th Edition Series, il nuovo volume Taschen curato da Jim Heimann, è un atlante visivo e insieme un requiem: la mappa di un sogno americano naïf, generoso, perfino infantile, oggi completamente incompatibile con l’America egoista, oltranzista e muscolare che si è imposta negli ultimi anni.

C’erano edifici a forma di tazza di caffè, chioschi-animale, donut giganti piantati sopra i drive-in, gelaterie-gufo e stazioni di servizio travestite da nave. Architetture nate per essere viste dalle auto in corsa, quando l’automobile non era ancora una capsula di isolamento ma una promessa di movimento, di scoperta, di possibilità. Prima del branding, prima dell’algoritmo, prima che l’attenzione diventasse una guerra di trincea. Qui l’attenzione si conquistava con la fantasia, non con il dominio. Con l’eccesso gioioso, non con l’intimidazione. Ogni edificio era un invito, mai una minaccia. Un sorriso piantato lungo la strada.

California Crazy

Foto cortesia Taschen

L’establishment architettonico dell’epoca le bollò come “mostruosità”. Troppo dirette, troppo popolari, troppo sincere per essere accettate. Eppure prosperarono, soprattutto in California, dove una popolazione freethinking e una fiducia quasi incosciente nel futuro permisero a queste architetture di moltiplicarsi come un linguaggio spontaneo. Non c’era bisogno di narrative identitarie o di slogan patriottici: bastava un’idea, un po’ di cemento e il desiderio di essere visti. Un’America che non aveva paura di sembrare ridicola, perché non aveva ancora confuso la forza con la serietà.

Come ricorda Jim Heimann, curatore del volume ed executive editor di Taschen America: «Il concetto di “California Crazy” si estende anche all’architettura domestica, alla segnaletica eccentrica e all’automobile intesa come oggetto fantastico. Basta combinare una popolazione libera di pensare con il desiderio di reinventarsi perché si crei il clima perfetto, un vero incubatore per l’oltraggioso e lo straordinario». Una definizione che suona oggi come una dichiarazione politica involontaria, oltre che come una diagnosi culturale.

California Crazy

Foto cortesia Taschen

Oggi, guardando quelle strutture, il contrasto è brutale. L’America di Trump – iper-egoista, tracotante, ossessionata dal controllo, dal confine e dalla forza – non avrebbe spazio per un chiosco a forma di gufo o una caffetteria-tazza. Lì dove il “California Crazy” parlava di accoglienza, di gioco, di comunicazione diretta, l’America contemporanea alza muri, diffida, brandisce simboli come armi. L’architettura diventa dichiarazione di potere, non di desiderio. Forte, monolitica, difensiva. Più bunker che landmark. Esattamente il contrario di queste costruzioni aperte, letterali, quasi vulnerabili, che non avevano paura di esporsi.

Il libro di Heimann restituisce dignità a questo patrimonio anarchico e popolare, ampliando il concetto di “California Crazy” fino a includere case private eccentriche, insegne fuori controllo, automobili trasformate in oggetti fantastici. Un universo in cui tutto poteva diventare racconto, senza bisogno di legittimazione accademica o di endorsement istituzionali. Un mondo in cui l’espressione personale non era una strategia di marketing, ma un istinto primario. Oggi, in un’epoca di narrazioni calibrate e identità sorvegliate, sembra un’utopia fuori tempo massimo.

California Crazy

Foto cortesia Taschen

Rivedere queste architetture oggi è come sfogliare l’album di famiglia di un Paese che non si riconosce più allo specchio. Sono rovine di un’America gentile, inclusiva, quasi ingenua, che credeva ancora nella libertà come spazio condiviso, non come privilegio da difendere con i denti. Un’America che parlava al passante, non all’elettore. Che seduceva invece di convincere, che inventava invece di imporre.

California Crazy non è solo la celebrazione di uno stile. È il racconto di una distanza. Tra un sogno americano fatto di invenzione, leggerezza e disobbedienza creativa e una realtà che ha sostituito l’immaginazione con l’arroganza, il gioco con la retorica, la strada con il muro. Un promemoria potente: c’è stato un tempo in cui l’America costruiva per farsi amare. E oggi, forse, è proprio questo che fa più paura.

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