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“Bowie”, il particolare legame di Simon Critchley con il Duca Bianco

«Comincerò con una considerazione piuttosto imbarazzante: nessuno in tutta la mia vita mi ha dato più piacere di Bowie», in molti si ritroveranno appieno nella confessione del filosofo-bowieofilo autore della recente pubblicazione di Il Mulino

David Bowie, un dettaglio della copertina del libro di Simon Critchley, pubblicato da Il Mulino nel 2016

David Bowie, un dettaglio della copertina del libro di Simon Critchley, pubblicato da Il Mulino nel 2016

Ho trascorso con David Bowie la mia intera vita da quando, tredicenne, infilai una piccola musicassetta di mio padre in un vecchio stereo bianco. Non avevo idea di cosa ci fosse dentro, c’era scritto “David Bowie – Ziggy” sul lato A e io ascoltai – per molti mesi non girai mai il lato. Non esisteva internet e io non sapevo nulla di musica, di vita, di niente. Quella cassettina registrata da un vinile all’inizio degli anni settanta mi immobilizzò disegnando e cambiando la mia esistenza per sempre. 
Quando in una delle prime sere di gennaio 2016, in una libreria di Alte Schönhauser Strasse a Berlino, mi sono imbattutta per la prima volta nel volume di Simon Critchley Bowie e ho iniziato a leggerne le prime pagine seduta in un angolo cercando di immagazzinarne il più possibile, prima di pagare e uscire, non ho dunque faticato in alcun modo a credere alle parole con cui il filosofo-bowieofilo inglese, autore di saggi, tra gli altri, su Heidegger e Deridda, introduceva il suo legame con David Bowie nel primo capitolo intitolato “Esperienza sessuale”: «Comincerò con una considerazione piuttosto imbarazzante: nessuno in tutta la mia vita mi ha dato più piacere di David Bowie. Può darsi, naturalmente, che questo la dica lunga sulla qualità nella mia vita. Non fraintendetemi: ho avuto dei bei momenti, qualcuno addirittura insieme ad altre persone. Ma se parliamo di felicità continua e duratura nel corso dei decenni, nulla può competere con il piacere che mi ha dato Bowie».
Lì, in quella libreria del Mitte, con -13 gradi per le strade e con ★, l’ultimo disco di Bowie, che mi aspettava in anteprima nel mio temporaneo alloggio berlinese, ho desiderato stringere a me lo sconosciuto umano Simon Critchley, per dimostrargli in modo tangibile quel mix di gelosia ed empatia assolute che pervadono la cognizione improvvisa di un’esperienza intima comune – sia essa effettivamente sessuale o, concedetemi, sessualmente intellettuale ed emotiva.
Uscita originariamente nel 2014 per “Or Books”, questa piccola opera ora ampliata a fronte dell’ultimo album e della morte del protagonista, esce in italiano per la collana Intersezioni della casa editrice Il Mulino.
Ciò che Critchley mette in atto, nel suo volume, è una commistione magica e piuttosto inedita di saggio filosofico e pura autofiction: un’analisi impulsiva e insieme scientifica di cosa significhi trascorrere tutta la propria vita con David Bowie, dallo stupore, persino erotizzato, di quando, dodicenni, ci si imbatte in un’apparizione storica a Top of the Pops (o in una cassettina) a quando, da adulti, si possiedono gli strumenti per analizzare i progetti, le volontà e il modus operandi di un artista senza simili, intrecciando i suoi sistemi artistici alla nostra formazione in senso ancora più ampio, avvalendoci delle conoscenze e delle discipline che sono diventate nel frattempo i fili della nostra vita. Nel caso di Critchley quelli della filosofia.

Come per Critchley, anche per me David Bowie è stato un compagno di giochi, di scoperte, il metro di giudizio applicato alla bellezza da trovare, il maestro che suggerisce dove trovarla ma soprattutto come trovarla. Per quanto mi concerne un educatore all’arte, alla musica, all’approccio con cui avvicinarsi al mondo, per provare a portarsene un po’ dentro le mura di casa, di scuola, del peggio che ogni tanto ci aspetta fuori; un educatore, per Critchley, al modo in cui ci si può muovere nel bel mezzo dei quesiti dell’esistenza, dal rapporto con l’amore a quello con Dio.
A partire dall’analisi delle fragili questioni identitarie attraverso i cumuli di percezioni disordinate che, secondo David Hume, costruiscono la nostra vita interiore come fossero parte di un cut up – il metodo di scrittura che Bowie aveva appreso da William Borroughs, Critchley tenta di analizzare testi di canzoni, album e interi periodi artistici scucendoli e mettendoli al microscopio, avvalendosi anche del suo Heidegger, filtrando il concetto di falso da quello di fasullo entrando nel merito di voce (Stimme) e stato d’animo (Stimmung), soffermandosi sulla capacità di Bowie di espandere l’esperienza autobiografica mettendola in consonanza con il mondo esterno, cioè con l’esperienza dell’ascoltatore creando però non l’armonia del singolo con il mondo quanto una sorta di allontanamento, scoperta emotiva del distacco dal resto, una demondizzazione integrata, attraverso la quale scoprirsi nella propria più profonda identità.
Questo e molti altri attenti sguardi approfonditi sull’opera e sulle miriadi di approcci all’arte dell’autore, sono contenuti in questo volume che però risulta organizzato in modo quasi disordinato, a spot, diviso tra puri momenti diaristici animati dall’entusiasmo del fan e la riconduzione del Bowie-mondo nelle griglie filosofiche e di pensiero che Critchley maneggia con naturale sapienza.
E, tuttavia, come fare a meno di una delle due parti del pensiero che anima questo libro? Forse, si potrebbe in qualche modo provare ad affermare, questa di Critchley potrebbe essere la prima ottima bozza di un saggio su Bowie più compiuto, lontano da un’esperienza in prima persona. Tuttavia è proprio in quest’esperienza diretta, il senso esistenziale di crescita contigua a questa figura, ad animare il pensiero di Critchley, tanto che, a parità esperienziale, il lettore che ugualmente si è accompagnato a Bowie da sempre, potrà trovarsi in profondo disaccordo con alcune interpretazioni delle intenzioni prime dell’artista. Se dovessimo definire quest’opera la diremmo una dissertazione filosofica autobiografica: senz’altro si tratta di unicum nella bibliografia a tema Bowie, un unicum che è assai prezioso poter incontrare anche da queste parti, in italiano.

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