Bologna non è un'isola felice: il libro di Salvatore Papa | Rolling Stone Italia
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Bologna non è un’isola felice, eppure continuiamo a cascarci

Una presa di realtà, a cominciare dalla lettura di un saggio di Salvatore Papa. E un commiato dall'idea che il capoluogo emiliano potesse dimostrarsi baluardo di un modello di sviluppo solidale e amico dei cittadini

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Piazza Maggiore, Bologna, Basilica di San Petronio

Foto: Arno Senoner su Unsplash

Un vecchio ritornello che sentirà dire qualcuno appena trasferitosi a Bologna sarà quello che racconta come Bologna oramai non sia più quella, nemmeno di un tempo, anche solo di qualche anno fa. L’ho sentito io agli inizi degli anni Dieci da chi aveva sperimentato il periodo di fine millennio; lo ha sentito chi ci è passato negli anni Novanta, detto da quelli che avevano fatto il ‘77; lo sente dire la gente con cui parlo oggi, da me.

A mettere in fila queste esperienze, sembra di assistere a una sorta di declino inesorabile della città sotto ogni aspetto, sintetizzabile in una diffusa e generica percezione di perdita di quel fervore culturale che nei decenni aveva donato a Bologna la fama di laboratorio di esperienze alternative, di luogo d’eccezione di sperimentazione politica, di città fondata su welfare e democrazia. E se è probabile che in questo ritornello echeggi anche un fantomatico mito dell’età dell’oro, va altresì detto che, forse, ben più che un fondo di verità c’è. Già su queste pagine avevamo provato a raccontare la percezione di smarrimento (anzi, di disambientamento) e di sogno irrealizzato in cui è relegata l’immagine di Bologna, oggi, per chi l’ha vissuta qualche anno fa; bloccata tra una memoria e un presente assolutamente non collimanti.

E però, ben fuori dal coacervo delle esperienze individuali ed emotive, le cause di questo processo sono da ricercare in dinamiche politiche ed economiche ben più ampie, come racconta con grande maestria il recente saggio di Salvatore Papa Bologna non è un’isola felice (DeriveApprodi).

Una domanda su tutte: com’è possibile che proprio quella città che in Italia e in Europa ha rappresentato per anni il modello del municipalismo illuminato e un esempio di alternativa resistente per spazi ed esperienze al tradizionale governo delle città, appaia oggi privata di quello spirito antagonista, come scrive il sociologo Giovanni Semi nell’introduzione al saggio, «con torme di turisti che si ingozzano di cibo per le vie del centro, dopo aver letteralmente raso al suolo ogni esperienza sociale autonoma, criminalizzato generazioni di attiviste e attivisti?». Insomma, quando, come e perché Bologna ha smesso di essere un’eccezione e si è trasformata in una città qualsiasi?

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Foto press

Tra le tesi vincenti di Papa c’è l’individuare una delle cause non tanto nell’evoluzione del panorama e del comportamento del capitalismo globale, quanto piuttosto in una tendenza politica ad accogliere tali mutamenti, assecondandoli senza opporre particolare resistenza e, anzi, proponendoli come desiderabili.

Papa racconta infatti di come negli ultimi trent’anni gli elementi fortemente identitari della città – solidarismo, autonomia, collettività, alternativa – siano iniziati a essere inquadrati da parte di molte élite, inclusa una certa politica, come freni (“vecchi”) a un cambiamento inevitabile e a un futuro prospero e luminoso. Per questi motivi varie giunte comunali, soprattutto a partire dal Duemila, hanno iniziato a insistere su un certo tipo di attrattività selettiva che, di fatto, ha finito con lo smantellare l’identità della città – o quantomeno annacquarne e neutralizzarne le radicalità.

Se ci tirassero una botta in testa e ci depositassero in una delle classiche vie commerciali di una città qualsiasi, al nostro risveglio, circondati dalle solite marche e catene di negozi, probabilmente faticheremmo a capire in che posto ci troviamo. È ciò che Mark Fisher ha definito nomadalgia, ossia il disagio e il malessere provocati dal muoversi attraverso ambienti anonimi e standardizzati, che ovunque appaiono identici, si vivono allo stesso modo e rappresentano l’ambiente tipico del capitalismo urbano: una serie di non-luoghi intercambiabili, privi di identità, dove nulla lascia traccia. Come scrive anche Papa, «Berlino, New York, Seul, Milano: passeggiare in alcuni quartieri delle città globali è diventata un’esperienza visiva e antropologica con differenze minime. Più in generale, tutte le città finiscono per somigliarsi perché l’economia che le domina è la stessa e per sopravvivere hanno bisogno delle stesse cose: palazzi avveniristici, grandi eventi e turismo».

Ecco che, allora, il punto delle metamorfosi urbane di Bologna sta proprio qui: nel aver voluto cedere all’inseguimento di un modello di città basato sull’investimento e la finanziarizzazione, invece che giocare quanto più possibile fuori dalle dinamiche del tardocapitalismo e magari profilarsi come valida alternativa a esse. Ed è in questi termini che il discorso su Bologna si fa importante, perché collima con il discorso sulle città più in generale, essendo questa la dinamica dominante all’interno dei territori urbani.

L’idea di attrattività infatti, qui come altrove, segue tre assi principali, cioè il branding urbano, il turismo e gli eventi, tutti i quali, incentivati in maniera scriteriata dalle politiche comunali, originano profonde e spesso irrimediabili mutazioni nelle città.

Entrare nella corsa all’attrazione di capitali perciò significa prima di ogni altra cosa costruire un’identità urbana attraente per un determinato tipo di investitore e di utente (spesso non coincidente con chi vi risiede, soprattutto se in condizioni di povertà). È così che mentre la politica bolognese si appellava alla cultura e alla tradizione culinaria, il centro storico si trasformava in un enorme mortadellificio a beneficio di un turismo incentivato a colpi di voli low cost, AirBnB e cartelloni pubblicitari all’estero. Lo storytelling urbano perciò ha operato profondamente sul capoluogo emiliano provocando, come spesso fa il branding, un’illusione di realtà «prima convincendo i bolognesi che il turismo avrebbe reso tutti quanti più ricchi, poi offrendo al mondo l’immagine della City of food più progressista d’Italia», causando in questo modo esattamente l’effetto opposto, ossia determinare un appiattimento proprio di quella cultura che si diceva di voler valorizzare.

L’arrivo del turismo, la foodificazione del centro storico, l’innalzamento dell’attenzione internazionale hanno poi comportato ulteriori dinamiche negative che su un territorio come Bologna, la cui storia è legata alle esperienze sociali alternative, ha lasciato ferite indelebili. Tra queste la prima e più incisiva è stata lo sgombero in un decennio (e a opera di amministrazioni di sinistra) dei centri sociali e degli spazi autonomi che erano stati simbolo della singolarità bolognese e una casa per molte componenti sociali della città progressista – da Atlantide a Xm24. Ma per rigenerare la città serve pulizia, ed è stato perciò soprattutto necessario neutralizzare il conflitto e la radicalità che questi stessi spazi portavano, marginalizzando tutto quanto non utile al rebranding. Ecco perché Papa racconta bene di come in prima battuta ruspe e sgomberi abbiano annientato fisicamente gli spazi sociali per poi far subentrare dinamiche di (presunta) partecipazione con l’intento di mostrare una (presunta) attenzione ancora ai temi culturali e alle identità alternative, questa volta però sussunte dentro al perimetro del potere e non più in grado di operare in termini di conflitto all’interno della città. Quando la partecipazione rimpiazza il dissenso non è più possibile fuoriuscire dai paletti imposti, facendo rientrare l’intero processo in una dinamica verticistica. E così, il nuovo modello di città ha vinto «soprattutto grazie all’eliminazione o cooptazione di quei luoghi culturali che praticavano il conflitto e il dissenso, sostituiti da nuovi spazi capaci di soffiare nella bolla».

Ma la rimozione dei conflitti non è l’unica conseguenza nefanda di questo processo ad aver avuto campo libero. Tra le varie abbiamo assistito, per esempio, alla generazione del cosiddetto «eventificio», cioè una bolla di eventi crescente negli anni sostenuta spesso da Fondazioni private o semiprivate in grado di aumentare l’appeal urbano per conservare in questo modo un’immagine della città come luogo della cultura (una volta riassorbita quella autonoma ed eversiva) capace integrare e bilanciare quella del food. Conseguenza più grave, però, di queste procedure è diventata la crisi abitativa.

Il processo di rigenerazione aperto all’estrazione di valore finanziario dal territorio urbano è una conseguenza comune di queste dinamiche e ha colpito Bologna così come molte altre città, generando un aumento vertiginoso degli affitti e modificando inevitabilmente la composizione della città. Oltre lo svuotamento del centro a opera della presenza massiccia di AirBnB e Booking.com diretti ai turisti si è sviluppato, per esempio, il fenomeno degli studentati di lusso (ora sotto il riflettore anche a Milano con l’esempio di Santa Giulia come eredità negativa delle Olimpiadi Invernali) e di una superficie edificata in aumento con poche quote di Edilizia Residenziale Sociale (che non intercetta, però, come scrive bene Sarah Gainsforth, le esigenze delle fasce sociali più povere) a dispetto di quella Pubblica, quest’ultima sempre più in contrazione e oggetto di interventi che, invece che rafforzarne la presenza, tendono a derubricarla a luogo di disagio sociale come testimoniano gli sfratti dell’Ex Telecom di Via Michelino e il caso del Pilastro.

La ricetta perciò per il futuro, la cavalcata nel gioco delle città globali, è costata cara fin’ora a Bologna, ma lo studio di Papa ci rende conto di una dinamica che va ben oltre il capoluogo emiliano. Turismo, cibo, eventi e rebranding sono strategie oramai viste e riviste che hanno prodotto ovunque gli stessi effetti – caro affitti, espulsione delle fasce deboli, turistificazione dei centri, appiattimento della cultura, eliminazione del dissenso, finanziarizzazione dell’edilizia; tutti fenomeni che tolgono la città dalle mani di chi la abita per consegnarla a utenti passeggeri o addirittura a nessuno (emblematico è il caso delle palazzine sfitte, che servono in taluni casi ai proprietari a generare ricchezza in qualità di asset finanziario). In relazione a ciò quasi scontato risulterebbe citare l’imbarazzante “modello Milano”, promosso in lungo e in largo fin da Expo 2015, che ha portato la città a condizioni di invivibilità mai viste e il cui fallimento è oggi la sfida per molti candidati sindaci nel 2027, ma vale la pena anche menzionare il caso di Genova, che con la giunta Salis sta operando le medesime strategie per rendere la città più attrattiva a suon di eventi e branding urbano, nel bel mezzo di un acritico entusiasmo. Bologna come Genova, Milano, Firenze, Venezia, Napoli, il destino delle città più grandi d’Italia sembra sempre lo stesso: essere trasformate in bomboniere turistiche (distinte in un futuro probabilmente solo per i monumenti storici e non per un’identità culturale) dove il benessere degli users si sovrappone o addirittura sostituisce quello dei cittadini.

Come scrive Lucia Tozzi: «È fondamentale rendersi conto che questa rigenerazione “carina” intrisa di greenwashing e socialwashing non solo è la soluzione ai nostri problemi. Il falso impegno è molto peggio del negazionismo, perché mascherando la violenza degli interventi con dei ridicoli palliativi crea l’illusione che si possano risolvere la disuguaglianza o le catastrofi climatiche proponendo soluzioni di mercato a problemi creati dal mercato stesso».