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Aurelio Picca, com’è fatto uno scrittore

Non una recensione, non un'intervista, più un'arringa. Per tornare a leggere pagine che rendono davvero immortali, ma soprattutto per evitare di frequentare quelli che le scrivono
Aurelio Picca

Foto: Dino Ignani/Getty Images

Da una parte capisco chi non riesce a leggere: non sono i cellulari il problema, non accampiamo scuse. Il problema è che vi hanno intasato il cervello di narrativa e la narrativa non è letteratura. C’è scritto “romanzo” sotto al titolo spesso, spesso è primissimo in classifica, ok, ma sono, nella maggior parte dei casi, storielle che si spera diventino un film o una serie tv. Nessuno parlerà tra dieci anni de Il volo dell’ape o dell’ultimo di Donato Carrisi.

La letteratura è tutta un’altra roba. La letteratura sta al romanzo come Riso, oro e zafferano sta a un ristorante ben giudicato dagli utenti su Trip Advisor. La letteratura è facilissima da leggere perché parla dritto all’anima, la narrativa è un compitino per casa noioso e ormai superato nei risultati dai videogame e dalle serie tv.

Aurelio Picca non credo sia catalogabile come scrittore quanto piuttosto come una selva, una montagna da scalare, un vicolo in cui farsi scippare. Leggerlo non serve a conoscere una trama quanto piuttosto a imparare un ritmo. «La poesia mi pioveva addosso come l’oro che ho visto sempre nei momenti estremi dei sensi»: il bello di questa roba è che non te ne fai niente ma al tempo stesso leggerla è l’unico momento della tua giornata di annoiato pagatore di tasse in cui senti in cima a una vetta.

Picca è un assalto al sistema, alla corporazione culturale; Picca dovrebbe stare in copertina di Rolling Stone con la corona da re come Cantona nel video di Liam Gallagher. In Italia erano decenni che non si vedeva un fenomeno come lui. Sperando di non farlo incazzare mi prendo il diritto di paragonare il suo ruggito stilistico a quello di James Ellroy (entrambi ossessionati da una città-donna e dalla notte e dal ricordo), ma con la base letteraria più aulica che attinge da Foscolo a D’Annunzio e Parise, quindi superpotente. Come solo i veri domatori sanno fare, lui sa esaltarci: «Cecchi Gori mi aveva invitato a scrivere per lui. Ma io non ho voluto scrivere perché si vede che sono un grande attore. L’unico grande attore cristiano e animale»; è imprendibile. Ed è così che è fatto un vero scrittore, cazzo!

Basetta al limite, fisico da pugile, voce da alto graduato dell’esercito degli anni Venti, Picca scrive di Roma giocando al visitatore. Non è che parla di un altro tempo, lui è da un altro tempo. Le sue pagine sono un varco per un altro tempo, perché Picca scrive letteratura, da piccino il cimitero era il luogo che preferiva, perché già pensava all’eterno.

Foto: press

Roma mia, non morirò più (La nave di Teseo) è l’ultimo arrembaggio al cielo a firma di questo occhio narrante, l’ultimo ricordo inventato dalla sua voce febbrile. No trama, no plot, no viaggio dell’eroe, no qualsiasi cosa possano insegnarvi in una scuola di scrittura. Il taccuino è il suo corpo, gli occhi li usa per immagazzinare, il cuore per entrare in simbiosi con ogni singola emozione di questa città che è rappresentata in una ramificazione capillare culminante in personaggi di un corpo assurdo: dalla Ferilli bellissima che ci innamora, alle mignotte del Maybe, ai guidatori di ambulanza, ai carabinieri, ai pugili, ai cavallari, a Elvira che sbudella i conigli e ai pescatori extracomunitari del Tevere. C’è tutto un caos di gente che parla, che inventa storie, che bara a carte, che mugola, che scopa, che cammina in queste strade dall’Eur a piazza Bologna, da Piramide a Ostia fino ai Castelli.

Roma mia non è un libro: è un flusso idrico in cui ci si immerge e si fa la spa al cervello. Si tratta di episodi autobiografici tutti sconnessi tra loro, racchiusi in racconti di massimo tre-quattro pagine. Velocissimi. Sono i resoconti di una vita, l’album di foto, le passeggiate; quasi vedete le facce svanite di Califfano e der Papa ma anche il presente di una Roma cambiata: «Non c’è un signore che non abbia le labbra gonfie. Penso che dai mortidifame e dagli accattoni di Pasolini e Citti, Capocotta è passata ai siliconati: agli schizzati del silicone».

Io di Roma ho paura, a Roma non ci posso andare, mi irrita non la sopporto. Quindi a Roma ci vado solo con le pagine di Picca e lì mi sento a casa, o meglio nella casa che vorrei. Picca mi spiega tutti i motivi per cui la vera imprendibile questa città e al tempo stesso mi diverte, mi fa ridere, mi fa innamorare. Basta con la moralizzante rappresentazione documentaristica, con il nichilismo sorrentiniano o con la degradante estetica suburriana: il cinema, a Roma, l’ha ammazzata quanto il turismo e la politica. Roma ha bisogno di letteratura! E ce n’è uno solo al mondo che la sta facendo risorgere.

Sporadicamente assisterete a una sua apparizione in tv, talvolta si palesa alle presentazioni dei libri e si capisce subito che egli stesso è il libro. Il libro potrebbe quasi non portarlo, ce l’ha scritto lui addosso. «Da molto penso che le parole non valgono niente. Infatti per narrare vorrei potermi espiantare un pezzo di carne e metterla sul foglio; o smembrare porzioni di muro, città, vettovaglie che possano raccontare al posto delle parole sputate. Ma non si può».

Non andate a cercarlo, non mitizzatelo. Non leggete le interviste ma i suoi status su Facebook in cui vaga di notte («quando i fantasmi si quietano, perché il giorno non è il tempo giusto per capire Roma ma la notte») tra ristoranti con il carrello del lesso e chiesette illuminate ancora a candela. Gli scrittori vanno letti, ma poco frequentati. Uno pensa che partire per un’avventura in mare con loro sia facile ma «il mare è quella cosa che ti infila un dito nell’orifizio anale e e poi ti getta affanculo oltre mille onde che si incastrano in un gioco che nessuno comprende. Solo la natura può comprenderlo. (…) Ogni tanto assestavo un calcio o un cazzotto in testa a un ragazzo rosso di capelli che si era imbarcato con noi a Santa Teresa. Avevo deciso che doveva fare tutto lui. Io mangiavo al ristorante. I soldi li pretendevo dall’equipaggio». A me fa morire dal ridere, storie così le ascolterei tutta la notte. A me avevano proposto di intervistarlo, Picca, io ho risposto siete pazzi. Di un vero scrittore leggetevi le pagine.

Niente di più etereo di un libro di 374 pagine che era di 1000 e che poteva essere di 2000, tagliato e ritagliato da autore ed editore solo per essere reso fruibile. Una roba apparentemente invendibile che invece è l’unico tesoro che ci possiamo permettere in casa oggi, nella noia abissale che è l’Italia di fine 2025. E così non morirete mai più.

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