Una terza via per il femminismo

Incastrato tra la sua versione storica e “indignata” e l’ultima incarnazione diluita e uber-pop, per il movimento femminista è arrivato il momento di immaginare nuove strade.

Asia Argento a Cannes


Femminismo è un termine-leviatano che ci capita di sentire almeno una volta al giorno e che allo stato attuale è in grado di ricoprire una superficie di significati talmente ampia da mandare in tilt parecchi cervelli ogni volta che qualcuno lo utilizza. Poco tempo fa mi è stato chiesto di presentare un saggio appena pubblicato in Italia di un’autrice americana. Il libro ha un titolo provocatorio, Why I Am Not a Feminist: A Feminist Manifesto (Perché non sono femminista. Un manifesto femminista – Sur, traduzione di Giuliana Lupi) e devo dire che il titolo non è l’unica provocazione a cui l’autrice Jessa Crispin è ricorsa nella stesura del saggio.

Il punto di partenza e l’arteria che percorre tutto il discorso di Crispin è un interrogarsi, anche in maniera abbastanza impietosa, sullo stato attuale del femminismo: dal logoramento del suo significato originario all’utilizzo del termine come strumento di marketing, il cosiddetto femminismo POP che vediamo su Instagram e su molte T-Shirt. È un dato di fatto che un certo modo di intendere il femminismo, quello più legato al concetto di empowerment (il tuo corpo è bellissimo, you can do it, puoi arrivare ovunque tu desideri, devi volerti bene eccetera eccetera) sia di gran lunga più vendibile rispetto a una concezione più radicale ed estrema, più marcatamente politica. Il femminismo dei reggiseni bruciati, degli aborti clandestini e delle rivendicazioni di classe è stato messo in ombra da un suo figlio più docile e individualista, perfetto per diventare uno slogan legato a qualche marchio di cosmetici o a una maglia Dior da $700.

Tempo fa leggevo sul New Yorker un articolo molto interessante che parlava di Reddit, in cui i Social Network venivano definiti come una festa: all’inizio gli invitati sono pochi e tutti amici dell’organizzatore, tutti quanti appartengono alla stessa bolla e si presuppone che la pensino più o meno allo stesso modo. Poi la festa si allarga e va fuori controllo. L’autore faceva questo esempio per raccontare di come Reddit ai primi tempi fosse un luogo prediletto unicamente da smanettoni – programmatori, designer, gente di Cupertino insomma – e adesso è stato costretto a infrangere la sua promessa di mantenersi sempre un luogo di assoluta libertà d’espressione per via di qualche suo subreddit degenerato pericolosamente in roba di sesso con animali, razzismo, sessismo, ma soprattutto per via delle accuse di essere il luogo d’incontro e proliferazione di alcune espressioni di estremismo politico che pare abbiano addirittura influenzato le ultime elezioni americane.

Fortunatamente nel femminismo non è accaduto niente di così greve, ma anche in questo caso la festa ha iniziato ad attirare così tanti invitati che adesso il senso originario è per forza di cose sommerso dalla popolarità. Un po’ come quando ci lamentiamo che il nostro artista del cuore non è più lo stesso perché si è svenduto. Jessa Crispin esordisce ponendo una netta distinzione tra ciò che per lei significa essere femminista e ciò che invece appartiene a una sfera interpretativa che allontana, più o meno colposamente, il concetto dal suo senso e dalla sua funzione politica. “Perché il femminismo sia gradito a tutti,” scrive, “bisogna fare in modo che i suoi obiettivi non inquietino nessuno; quindi le donne che si battevano per un radicale cambiamento della società sono fuori. Eppure lo scopo del femminismo era proprio inquietare. Perché una persona, o una società, operi dei cambiamenti drastici, deve avvenire un cataclisma mentale o emotivo. Bisogna sentire, e forte, l’esigenza di cambiare perché ci si adoperi per il cambiamento. E un femminismo in cui tutte sono a proprio agio è un femminismo in cui ognuna lavora per il proprio interesse personale, anziché per quello collettivo. Perciò, mentre il femminismo è ormai di moda, la concreta azione femminista per creare una società più equa è malvista come sempre.”

Ci troviamo di fronte a un paradosso, qui scoperchiato in maniera anche abbastanza perentoria da Crispin: da una parte il movimento femminista tende naturalmente a universalizzarsi, a includere in sé opinioni e visioni che non hanno nulla a che vedere con l’intento programmatico di ribaltamento delle logiche patriarcali che stava alla base del femminismo radicale. Dall’altro lato lo stato attuale del femminismo di lotta è per molti versi respingente, soprattutto per via di quella “cultura dell’indignazione” che va per la maggiore su Internet e sembra essere l’espressione più frequente del femminismo meno pop. L’indignazione, come giustamente fa notare Crispin, è spesso rivolta verso un caso particolare: un individuo, un gesto, un commento infelice, un’uscita ignorante di qualche troll, un fischio per strada. Si ricorre alla forza collettiva (quella di un hashtag, per esempio) per denunciare singoli casi di molestia fisica o intellettuale, ma questo modo di procedere risulta in fin dei conti inefficace: “Ormai ci sono soluzioni rapide all’indignazione,” scrive Crispin.

“Uno viene licenziato, un altro bandito da Twitter, un altro ancora costretto a ipocrite scuse pubbliche – e la gente sta imparando a tacere. Non dire una battuta sessista non significa che il sessismo di fondo non esista più. La gente è soltanto diventata più brava a nascondere i suoi pregiudizi.” Un’altra conseguenza paradossale è che l’esigenza delle donne di mettersi al sicuro finisce per essere strumentalizzata da forze politiche che la indirizzano verso problemi sociali che vorrebbero eliminare a prescindere (vedi alla voce immigrati che stuprano). Non si agisce sulle cause scatenanti della violenza o del sopruso, piuttosto ci si arma per rimuovere i suoi effetti più scomodi per tutti. “Alla fine,” obietta Crispin, “le cause non affrontate troveranno modi nuovi di manifestarsi sotto forma di problemi. Strappate le erbacce finché volete, ma se non estirpate l’intera radice torneranno a spuntare sempre.”

Sembra insomma che la rimozione del problema di fondo, che sia operata dal femminismo pop per cui va tutto bene, you can do it, oppure da quello per cui per così dire non va bene niente, si limiti a spostare l’attenzione dal nodo problematico di fondo, che Jessa Crispin, come altri autori le cui opere sono state pubblicate in Italia recentemente (penso a Realismo Capitalista di Mark Fisher, tradotto da Valerio Mattioli per Nero Editions) individuano nel capitalismo stesso, con il suo individualismo metodologico sotteso a logiche di successo e insuccesso legate alla struttura patriarcale della società. Tendiamo a chiuderci in una bolla e a riportare ogni problematica ai suoi confini, senza vedere che in questo modo ci condanniamo a un’autoreferenzialità che non è in grado di cambiare le cose, ma finisce per conformarsi alle dinamiche che denuncia.

Questa procedura è ben evidenziata da Crispin anche quando si parla di terminologie di lotta. “Con il pubblico femminista che enfatizza così tanto l’uso del linguaggio e della terminologia giusti, e bada così poco alla legittimità e alla forza delle idee sotto la superficie, il dibattito femminista è diventato vacuo,” scrive parlando della demonizzazione di chi sbaglia a parlare, rendendo molto difficile l’accesso al dibattito non solo a chi ha punti di vista discordanti, ma anche a chi non possiede un bagaglio culturale e lessicale sufficiente. Il paradosso che il femminismo contemporaneo deve affrontare è quindi duplice: se da un lato è fin troppo aperto e universale, dall’altro finisce inesorabilmente per parlarsi addosso. È la vecchia storia dei tre orsi di Riccioli D’Oro: una minestra è troppo fredda, l’altra troppo calda. Peccato che nel nostro caso la terza ciotola non sia pervenuta. Pur non esistendo una risposta definita, trovare questa terza strada sembra essere l’unico modo per evitare di sovraesporre semanticamente il termine femminismo e allo stesso tempo rendere accessibile la lotta anche a chi non mastica tomi di Gender Studies. Servono nuovi simboli in cui riconoscersi collettivamente, un nuovo linguaggio e nuovi strumenti di analisi e reazione.

Personalmente sono convinta che la diffusione culturale e l’inclusività siano fondamentali per riscrivere collettivamente le regole del gioco, ma allo stesso tempo non si può rinnegare il lato più controverso, incazzato e doloroso della battaglia (ad esempio invitando Asia Argento ai David anziché affidare a Paola Cortellesi e altre attrici co-firmatarie dell’utilissima lettera contro le molestie un siparietto semi-comico che ha più o meno la stessa efficacia della bandiera arcobaleno per la pace nel mondo) perché con gli slogan sulle magliette si rischia di coprire le ferite aperte anziché curarle. La soluzione, come fa notare giustamente Crispin, non sarà comoda e forse non sarà nemmeno così gratificante, dato che gli effetti delle nostre battaglie probabilmente non saranno visibili che dalle prossime generazioni: “Dobbiamo capire il nostro potere, capire che non siamo in balia di questa cultura. Ne facciamo parte. Possiamo modellarla. Ma ciò richiede dell’attività concreta, non il semplice commento dell’esistente. Smettiamo di reagire agli ingranaggi. Rivolgiamo il nostro attacco alla macchina stessa.” Questo è un buon momento per iniziare una rivoluzione, ma come dice il nostro amico Gil Scott-Heron “The Revolution Will Not Be Televised”, quindi teniamo conto di dovercela sudare, di dover studiare, pensare e parlare molto più a fondo di quanto abbiamo fatto finora, e di farlo tutti insieme.

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