Parla il nuovo re del crime americano Jeff Johnson: «Oggi la vita è un noir»

Amato da Joe Lansdale e altri maestri del genere, lo scrittore, musicista e tatuatore di Portland arriva in Italia con "Lucky Supreme". Una storia di inchiostro, nera come la realtà che c'è là fuori

Non pensavo che qualcuno potesse scrivere un noir così perfetto“.
L’investitura definitiva arriva dall’autore che più di tutti, negli ultimi anni, ha contributo a diffondere e rivoluzionare il genere: Joe Lansdale, il padre dei due “detective” Hap e Leonard. Non a caso le sue parole campeggiano sulla fascetta di Lucky Supreme, il romanzo con cui Jeff Johnson esordisce in Italia per Fanucci. È il primo libro della trilogia di Darby Holland, su cui la casa editrice romana ha deciso di investire. Tra i vicoli della Città Vecchia, si muovono e combinano guai il protagonista e gli altri personaggi che gravitano attorno al negozio di tatuaggi Lucky Supreme, raccontati con penna asciutta e talvolta feroce da Johnson, che negli Stati Uniti era diventato famoso con il libro Tattoo Machine. Nato in Texas, ha trascorso la maggior parte della sua vita a Portland, dove, oltre allo scrittore e al musicista rock, ha fatto e fa il tatuatore. Per la prima volta si racconta al pubblico italiano.

Iniziamo con la musica, di cui le tue pagine traboccano sempre. Cosa ascolti mentre lavori?

La musica è la mia vita, e sono contento che si parta da questa domanda. Ho attraversato varie fasi: da piccolo il mondo erano Johnny Cash, Willie Nelson, i Credence, qualcosa di Roy Orbison. A 15 anni ho scoperto Sonic Youth, Death Valley, 69, e mi si è spalancata una finestra sull’universo. Quando scrivo ho bisogno di Tom Waits e Nick Cave. I Bad Seeds sono una delle cose migliori che questo mondo abbia. Prendi la township di Soweto in Sud Africa. Lì la band afropunk TCIYF sta sfornando da tempo materiale rovente. Fra mille anni, la storia non sarà raccontata dai servizi della CNN o da certi stracci che parlano solo di morte come il Washington Post, ma dai testi delle canzoni.

Veniamo alla tua bibliografia. Che ha un filo rosso, i tatuaggi, il vero protagonista delle tue storie.

Oggi, soprattuto negli Stati Uniti, c’è una forte pressione al conformismo. C’è sempre stata, ma oggi di più. Assieme a questa pressione, cresce la popolarità dei tatuaggi. Sono dappertutto, e questo ci dice qualcosa. Due tatuaggi non sono mai uguali, così come non sono uguali chi li sfoggia e chi li ha realizzati. Darby, Delia, la gang del Lucky Supreme a Old Town, tutta la gente del posto, nel mio libro, non ha alcuna intenzione di unirsi alla massa. Non è facile vivere al limiti. Ma è una cosa buona. Essere se stessi è una ricchezza sorprendente.

E cosa ci dicono davvero i tatuaggi?

Più di quello che la gente può sapere o capire. Sono parte di un grande quadro, che in fondo rappresenta il progresso umano. Ciascuno di noi è l’unico che possa fare le domande cruciali della vita a se stesso. Se vediamo ingiustizia, cattiveria, ineguaglianza, solo noi possiamo chiederci cosa fare per gli altri, e poi farlo. La massa non lo fa, serve l’individuo. Per ogni forza, ce n’è una contrapposta. La terza legge di Newton parlava della lotta contro l’omogenizzazione.

Quando ha inizio la tua storia d’amore per i tatuaggi?

Da piccolo disegnavo e leggevo tutto il giorno, e pensavo, se fossi stato abbastanza fortunato da invecchiare, che avrei voluto farlo per tutta la vita. Non mi è mai piaciuto fare cazzate, i tatuaggi erano invece perfetti per me. Si tratta di una cultura e un business pieno di gente con una forte identità personale, un universo libero, senza regole predeterminate. Inoltre le storie che si sentono in tatoo shop sono spesso divertenti.

Come sei diventato davvero uno scrittore?

Successe quando, nella mia città, Portland, ho incontrato due scrittori: Robert Sheckley, che è diventato un mio ottimo amico, anche se aveva 50 anni più di me, e KW Jeter. Mi hanno detto che non avrei dovuto mollare i tatuaggi per scrivere, perché le storie di quel mondo erano troppo preziose. Passi otto ore al giorno con i personaggi più diversi e incredibili, alcuni buoni e alcuni cattivi, alcuni strani e alcuni alla deriva, tutti pronti a raccontarsi, mentre li tatui.

Quindi le storie che troviamo nel tuo libro sono vere?

Diciamo che, quasi tutto quello che so del mondo del criminem viene da lì. Che, per uno che scrive noir, non è poca cosa. Si dice che, se vuoi davvero sapere qualcosa del sottobosco criminale, devi andare in prigione e stare un po’ di tempo là dentro rinchiuso. Di sicuro è un modo, ma nel mondo dei tatuaggi, allo stesso tempo, puoi chiacchierare con persone abbastanza fortunate da essere ancora libere, per ore e ore, anno dopo anno. Ho sentito cose che non è semplice persino immaginare.

I tuoi romanzi sono iper-realisti perché autobiografici?

Torno a Robert Sheckley. Lui dice che, in qualche modo, bisogna sempre mettere se stesso nei propri personaggi. E bisogna farlo con convinzione, solo così funzionerà. Io e Darby, il protagonista di Lucky Supreme, abbiamo più cose in comune di quello che io stesso sono portato ad ammettere. Anche io sono stato un fuggitivo, che ha trovato rifugio nei tatuaggi e nel rock & roll. Se ci penso, mi viene da ridere. Tutta la mia gente è così. Persone come Darby Holland, che non sono particolarmente pacifiche, ma che ogni giorno provano a esserlo almeno un po’. Inoltre, io e lui abbiamo in comune l’amore per la cucina messicana. Per essere un buono scrittore devi avere una vita interessante. Tutto nella vita influenza la tua arte, e lo stesso vale per i tatuaggi.



Quanti personaggi adatti per un noir vedi ogni giorno, pronti a farsi tatuare?

Tantissimi. Il noir è un’esperienza di rinascita, per me. Oggi viviamo tutti in un noir, i creativi sono solo i primi che lo hanno realizzato. La diseguaglianze economiche, la gentrificazione, i messaggi distruttivi dei media: tutte queste aberrazioni scrivono e reinventano trame noir ogni giorno. Siamo tutti personaggi di queste storie, della grande Era del Noir. Alla gente piace il genere perché ritrova le proprie vita. Come alcune canzoni, il noir parla a voce alta e racconta bene i nostri tempi.

Lavori ancora come tatuatore, nonostante il successo?

Certo. Sono molto impegnato con la scrittura, ma trovo sempre il tempo per mettere in azione la macchina. Un giorno a settimana sono all’infame Kilroy’s Tattoo, qui a Portland, a raccontare storie e sentirne altre, e a dare vita alla grande truffa dell’arte. Il proprietario Mark Ledford è un mio caro amico: lui mi dà la possibilità di staccare dal computer per un po’, e si becca in cambio la mia saggezza. Lavoro anche quando sono in giro. A Philadelphia, mentre lavoravo sul racconto Deadbomb Bing Ray, mi sono dato da fare al Dakini Tattoo. A Philly, secondo me, si fanno i migliori tatuaggi della East Cost.

Come si è evoluto negli anni il tuo stile nei tatuaggi?

Anche in questo caso sono passato attraverso varie fasi. Ho avuto un periodo “lecca-lecca”, in cui tutto sembrava caramelle: è durato anni e per fortuna ne sono fuori. Dopo anni ho archiviato anche la fase del nero e grigio, anche se quella forma di espressione sarà per sempre parte di me. Al momento sto lavorando molto su una nuova prospettiva, che mi permetta di usare il corpo in modi diversi. Vedremo.

Esistono ancora personaggi come Darby? E posti come il Lucky Supreme?

Quel negozio di tattoo è un luogo in di estinzione, ma ucciderlo è incredibilmente difficile. Come negozio di strada, è completamente diverso da certi saloni di bellezza per tatuatori che trovi adesso. Lì dentro ci sono le vite vere delle persone, che aleggiano tra la musica e i neon. L’atmosfera è ricca e varia, d’altra parte i tatuaggi hanno un origine carnevalesca. Il libro ha dentro tutto questo: la fine di una lunga e magica corsa americana. Darby è il tipico pugile di strada, creativo, pieno di risorse, istintivo. Tough, wild, and free.

Vivi tra LA e l’Oregon. Che ci dici di Portland, visto che tutti ne parlano benissimo?

Città che amo, perfetta per i noir perché piove sempre. Pione tutti i santi giorni, non smetterà mai. Si mangia benissimo, con una grande scena musica e artistica. LA, ovviamente, è un posto fantastico, dove passo sempre più tempo.



Jor Lansdale, il re del noir americano oggi, ha speso parole incredibili per te. Chi sono i tuoi maestri?

Lui è pazzesco. Amo tutto di Joe: In fondo alla palude, la serie di Hap e Leonard. Come i libri di Sheckley, o Kim Stanley Robinson. L’ultimo James Crumley era strepitoso: Dancing Bear è uno dei miei libri preferiti di sempre. Sono un grande fan di Warren Ellis, e poi Tim Hallinan, Sean Doolittle. Ora amo Norman Green: Way Past Legal e Shooting Dr. Jack sono capolavori. The guy rules.

Quando vedremo le tue opere al cinema, come è successo a molti dei tuoi predecessori del genere?

A Hollywood sono già stato, e mi sono divertito molto. Ho scritto una breve storia per un film, The Kinjiku, con il regista Jonathan Light e attori Ron Canada e Tom Hildreth: andrà in produzione a marzo. Contiamo di lavorare assieme anche su altri progetti. Di recente ho avviato una collaborazione con i fratelli Nelms, tra le teste più brillanti che ci siano a Hollywood, autori di quella magia noir che è Small Town Crime. Molti scrittori non vogliono avere a che fare con questo mondo, perché lo trovano vuoto, marcio. Forse sarà il mio background da tatuatore, ma io non ho mollato, anche se i primi contatti con registi e produttori sono stati terribili, come spesso accade. Io e il mio agente ci siamo dati delle regole ferree, ma vogliamo lavorare in questo mondo. Amo i film, e, probabilmente, stiamo vivendo l’epoca d’oro della tv: chi ha cose interessanti e coraggiose da dire oggi può trovare il modo di aggirare i dinosauri del settore, che detengono il potere. Sta già succedendo, la prima stagione di True Detective ne è un esempio, un prodotto ricco, cinematografico, ricco di trame e sottotrame, ben fatto. In fondo io voglio solo raccontare storie, dai tatuaggi alla scrittura, fino al cinema.