Se sei un giornalista e ti occupi di spirits (ma più o meno di qualsiasi argomento), ogni anno, verso fine febbraio o al più tardi inizio marzo, c’è qualche redazione che improvvisamente si ricorda di te. Arriva puntuale il messaggio di un caporedattore indietro con il palinsesto che, dal nulla, ti manda un WhatsApp iniziando con un: “Uè, carissimo. Senti, non è che per la Festa della Donna hai voglia di fare un pezzo su dieci figure femminili che stanno rivoluzionando il mondo degli spirits o dei cocktail, o qualcosa del genere?”.
Ogni anno, quando succede, mi riprometto che prima o poi troverò un momento, il più possibile lontano da quel risveglio collettivo imposto dal calendario, per parlare in modo sincero di quello che sta davvero succedendo nel mondo dei distillati grazie alle donne. Non perché sono donne, ma perché, in un’epoca in cui si insegue una parità di diritti ancora incompleta, molte di loro stanno semplicemente facendo questo lavoro meglio dei colleghi uomini. Ed è anche per questo che, almeno in questo settore, se ne parla sempre di più.
Se avessi dovuto scegliere una data simbolica, sarebbe stata forse l’8 settembre, antipode perfetto dell’8 marzo. Ma con le date simboliche si finisce sempre per perdersi. Il momento giusto per parlarne, scevro da appartenenze e contro-appartenenze, è probabilmente oggi: un giorno casuale del 2026, uno qualunque, in cui centinaia o migliaia di donne stanno lavorando nelle distillerie di tutto il mondo, esattamente come accade in ogni altro settore.
Rachel Barrie (Master Blender, Glendronach/Benriach/Glenglassaugh)
Quando nel 1991 Rachel Barrie si laureò in Chimica all’Università di Edimburgo, le distillerie scozzesi erano ancora largamente convinte che le donne avessero il naso troppo sensibile per fare questo lavoro seriamente. Barrie entrò nel settore dalla porta della ricerca — Scotch Whisky Research Institute, sotto la guida del leggendario Dr. Jim Swan — e nel corso di trent’anni si è fatta largo attraverso Glenmorangie, Ardbeg e Bowmore prima di approdare nel 2017 a Brown-Forman, dove oggi gestisce simultaneamente tre distillerie delle Highlands: Glendronach, Benriach e Glenglassaugh, geograficamente vicine di qualche decina di miglia ma di temperamento radicalmente diverso.
Il catalogo dei suoi risultati è lungo, ma non è quello il punto. Il punto è il metodo: Barrie non entra nelle distillerie per amministrarle, entra per riscriverle. Ha ridisegnato da zero la gamma Benriach nel 2020, ha costruito il portfolio Glenglassaugh nel 2023 — il cui Sandend è stato nominato Whisky of the Year da Whisky Advocate — e nel 2024 ha rilasciato il Benriach 1966 Cask Aged 50 Years, un singolo cask, 37 bottiglie in totale, l’espressione più vecchia mai imbottigliata da quella casa. Descrive il suo lavoro come composizione musicale: con il Glendronach fa musica classica, con il Glenglassaugh ascolta il paesaggio costiero, con il Benriach compone opera. Nel corso della carriera ha annusato circa 150mila campioni. Continua a contarli. L’University of Edinburgh nel 2018 le ha conferito un dottorato honoris causa per i servizi resi all’industria del whisky.

Rachel Barrie. Foto: cortesia
Kirsteen Campbell (Master Whisky Maker, The Macallan)
Thurso, le Highlands settentrionali, un laboratorio di analisi, 2001. Kirsteen Campbell comincia da lì, responsabile della qualità dei new make spirits, il distillato appena uscito dall’alambicco prima che il tempo e il legno lo trasformino in qualcosa di pregiato. È il punto di partenza meno glamour del settore e probabilmente il più formativo: ti costringe a capire il whisky prima che diventi whisky, a conoscerne le molecole prima del carattere.
Nel 2019 è diventata la prima donna nella storia quasi bicentenaria di The Macallan a ricoprire il ruolo di Master Whisky Maker. In una casa come quella, tra le più quotate, replicate e osservate del mondo del single malt, una nomina del genere ha il peso specifico di un atto istituzionale. Oggi guida il Whisky Mastery Team, coordina lo sviluppo delle espressioni, gestisce un inventario di cask che risale a decenni fa e prende decisioni che si ripercuoteranno su bottiglie che varranno migliaia di sterline all’asta tra vent’anni.
View this post on Instagram
Lesley Gracie (Master Distiller, Hendrick’s Gin)
Nel 1999, a Lesley Gracie fu chiesto di creare un gin che non assomigliasse a nessun altro. La richiesta arrivò da Charles Gordon di William Grant & Sons, alla distilleria di Girvan, sulla costa dell’Ayrshire. Gracie prese due alambicchi di tipo opposto e complementare, undici botaniche, e aggiunse alla ricetta due ingredienti che nessuno prima aveva pensato di mettere in un gin: la rosa damascena e il cetriolo. Il risultato fu Hendrick’s Original — e, quasi per accidente, l’innesco di quella che il settore ha poi chiamato la Ginnaissance globale, la rinascita del gin come distillato premium degno di narrazione, di cerimonia e di un’intera generazione di cocktail bar che prima non esistevano.
Venticinque anni dopo, Gracie si è posta da sola la stessa domanda di partenza. La risposta è arrivata in un cocktail bar di Città del Messico, davanti a un garnish insolito: un fiore di cacao. Non il cacao del cioccolato, la pianta nella sua forma più pura, prima di qualsiasi tostatura, floreale, leggermente fruttata, quasi vinosa. Ha lavorato sulla varietà guatemalteca Theobroma bicol, ha trovato nell’accompagnamento del fiore d’arancio non un contrasto ma un completamento, e il risultato è Another Hendrick’s: prima aggiunta permanente alla gamma in quasi un decennio, bottiglia completamente bianca affiancata alla nera dell’Original, due mondi sensoriali agli antipodi sotto lo stesso brand. Chi lavora con lei dice che percepisce i sapori come forme — un approccio sinestetico alla distillazione, quasi da musicista. Nel 2025 The Gin Cooperative le ha consegnato l’Outstanding Contribution to Scottish Gin Award.

Lesley Gracie. Foto cortesia
Capucine Kuperminc (Cellar Master, Rhum J.M, Martinica)
Nel marzo 2025, Rhum J.M annuncia internamente il passaggio di consegne alla guida delle proprie cantine. Karine Lassalle, Cellar Master per otto anni, lascia dopo un ciclo di edizioni limitate e di riconoscimenti internazionali che hanno ridefinito il posizionamento del brand. Al suo posto arriva Capucine Kuperminc — trentenne, ingegnera agro-alimentare formata all’ENSAIA, entrata in azienda appena tre anni prima come Process and Methods Engineer. Un passaggio che dall’esterno potrebbe sembrare veloce: dall’interno è la conseguenza diretta di una competenza costruita con precisione.
Rhum J.M produce rhum agricole in Martinica sotto AOC, con canna da zucchero coltivata sulle alture vulcaniche del Nord dell’isola, a Macouba. È un terroir specifico, capriccioso, che non concede scorciatoie. Kuperminc lo conosce bene anche da un’altra prospettiva: siede da otto anni nella commissione di giuria dell’AOC Rum Commission, il che significa che i parametri dello standard li ha giudicati prima ancora di doverli produrre. Nella storia lunga di questa casa — che comincia nel 1845 — è la terza Cellar Master, dopo Nazaire Canatous e Karine Lassalle.
Cynthia Vargas — Master Blender, Ron Matusalem (Repubblica Dominicana)
Guadalajara, stato di Jalisco, la terra che ha dato i natali alla tequila e a una certa ossessione messicana per le fermentazioni complesse. Cynthia Vargas viene da lì, con una formazione in ingegneria alimentare, un master in Sistemi di Qualità e un passaggio enologico all’Università della California, Davis, che in un’altra vita avrebbe potuto farla finire a fare il Napa Valley in modo molto confortevole. Invece nel 2002 entra in Ron Matusalem, e nel 2010 si trasferisce nella Repubblica Dominicana per seguire direttamente i nuovi stabilimenti della casa.
In quel momento compie un salto che vale la pena fermarsi a leggere bene: diventa la prima persona esterna alla famiglia Álvarez a guidare cantine con oltre 150 anni di storia, con il mandato specifico di preservare la ricetta originale segreta del Gran Reserva 15. Ron Matusalem è anche la distilleria che ha introdotto il sistema Solera nell’industria del rum, e Vargas ne è oggi la custode tecnica principale. Nel 2019 ha contribuito allo sviluppo di Insolito, che è diventato il primo rum rosé al mondo. Il suo lavoro è in larga misura invisibile al consumatore finale — e nel mondo dei distillati, come in molti altri campi, questo è esattamente il segnale di chi sa dove mettere le mani.

Cynthia Vargas. Foto cortesia
La famiglia Nonino
Forse, in realtà, avremmo dovuto cominciare da loro, dai, anzi dalle, Nonino. Non perché siano le uniche, ma perché senza di loro probabilmente questa conversazione non esisterebbe, almeno non in Italia. Quando, negli anni Settanta, Benito Nonino e sua moglie Giannola decisero di distillare monovitigno — una grappa ottenuta da un solo tipo di vinaccia, in un momento in cui la grappa era ancora considerata poco più di uno scarto industriale da dare ai contadini — stavano facendo una cosa che oggi chiameremmo posizionamento premium, ma che all’epoca era semplicemente una scommessa culturale. La grappa poteva essere un prodotto bello, preciso, con un’identità territoriale riconoscibile. Giannola Nonino, in questo, è stata tanto produttrice quanto teorica: ha costruito intorno al distillato un sistema di valori e di narrazione che ha trasformato il modo in cui l’Italia intera guardava alla propria tradizione liquoristica. Oggi le figlie — Cristina, Antonella ed Elisabetta — continuano quel lavoro dalla distilleria di Percoto, in Friuli, con una coerenza che nel settore degli spirits italiani non ha paragoni.
View this post on Instagram
Anna Ostrovskyj (Coeur de Chauffe)
Anna Ostrovskyj si descrive come un blend: italiana, con sangue ucraino da parte di nonno, formazione in enologia tra vino e spirits, una carriera costruita tra l’Italia e i Caraibi francesi. Quattro anni fa ha fondato Coeur de Chauffe, società di consulenza specializzata nella produzione di rum da succo puro di canna da zucchero: scelta di campo precisa, in un mondo dove la maggior parte del rum mondiale si fa ancora con la melassa. Lavora con distillerie nella Guadalupa e a Marie-Galante, oltre che in Italia, ed è lei la mente dietro il brand Marie Louise — rhum agricole biologico, primo Rhum Vieux Bio della Guadalupa. Il profilo di Ostrovskyj è quello di una consulente che non si limita a ottimizzare processi già esistenti: entra nella catena produttiva dalla scelta della materia prima, attraversa fermentazione, distillazione, maturazione e blending, e porta con sé una visione sensoriale costruita anni su anni di formazione e pratica.
View this post on Instagram
Priscilla Occhipinti (Nannoni)
Nel 1973 Gioacchino Nannoni trasforma un’antica casa padronale in Maremma in una distilleria. Priscilla Occhipinti ha sedici anni, frequenta il liceo classico e già passa il tempo lì dentro, a imparare da lui. Nannoni la riconosce, la sceglie come erede, e quando muore nel 2007 le lascia non solo la distilleria ma un’intera visione del mestiere: distillare subito, appena le vinacce arrivano dalla svinatura, perché i profumi non aspettano.Oggi Nannoni Grappe è probabilmente la distilleria di grappa più premiata al mondo su base internazionale: oltre 200 medaglie d’oro e doppio oro tra il 2011 e il 2021, nove volte “Acquavite dell’Anno”. Priscilla lavora le vinacce di chi produce i vini più importanti d’Italia, trasformandole in grappe che portano l’identità del vigneto dentro il distillato. È un lavoro che richiede precisione chirurgica e un naso fuori dalla norma, e che Occhipinti svolge personalmente su tutta la produzione.
Miranda Hayman (Hayman’s of London)
Hayman’s of London non è solo una delle distillerie di gin più antiche del Regno Unito: è una delle pochissime rimaste al 100% indipendenti e a conduzione famigliare, alla quinta generazione. Miranda Hayman gestisce il brand insieme al fratello James e al padre Christopher. Il metodo produttivo di Hayman’s, prodotto secondo una ricetta tradizionale che riposa 24 ore prima della distillazione, è una scelta di Miranda. E ha contribuito a trasformare un prodotto da heritage in argomento contemporaneo.
View this post on Instagram
Galyna Tretiak (Staritsky & Levitsky)
Staritsky & Levitsky è una distilleria ucraina che produce vodka usando acqua dei Carpazi e grano delle terre nere. Galyna Tretiak ne è il volto internazionale e la forza commerciale: ha portato questo prodotto nei cocktail bar europei, e vi ha costruito attorno una narrazione che negli ultimi anni ha acquisito un peso specifico notevole, e da un certo punto di vista, imprevedibile.
Mona Lindberg (Ellenor)
Co-fondatrice di Ellenor, raffinatissimo liquore danese biologico ai fiori di sambuco, nato proprio dall’esigenza di creare un’alternativa artigianale, naturale e meno stucchevole per i drink da aperitivo (come l’Hugo). Mona ha sviluppato la ricetta concentrandosi sulla sostenibilità e sull’estrazione purissima del fiore, dando vita a un brand fresco ed elegante, molto amato nella mixology scandinava e internazionale.
Jennifer Nickerson (Tipperary Boutique Distillery)
Managing Director e co-fondatrice di Tipperary Boutique Distillery (Irlanda), Jennifer è una delle pochissime donne in Irlanda a capo di una distilleria di whiskey “farm-to-glass”. Sebbene lavori fianco a fianco con il padre Stuart (noto Master Blender scozzese), Jennifer gestisce interamente l’azienda agricola di famiglia del marito e supervisiona direttamente la produzione del loro pluripremiato Irish Whiskey e del loro Gin, legando in modo indissolubile il distillato al terroir locale.
View this post on Instagram
Elena Penna (Elena Spirits)
Già colonna portante della storica cantina vinicola Vietti nelle Langhe, Elena Penna ha voluto creare un progetto “spiritoso” che porta letteralmente il suo nome: Elena Spirits. E il brand è una dedica all’essenza femminile che ha storicamente guidato le famiglie di Langa. Elena seleziona personalmente le botaniche alpine e cura le ricette tradizionali piemontesi di famiglia per produrre il loro eccezionale Gin e i Vermouth di Torino (utilizzando vini di altissimo pregio come base).
View this post on Instagram
Ma torniamo da dove eravamo partiti: un giorno qualunque del 2026. Le donne nelle distillerie di tutto il mondo continuano a lavorare. Alcune con il bicchiere da degustazione in mano, alcune con gli stivali infangati nella canna da zucchero, alcune davanti a un alambicco che loro stesse hanno progettato. E qualcun altro, di solito un uomo, prepara già le mimose per l’anno prossimo.










