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La storia avventurosa e i misteri del “Ritratto di Signora” di Klimt

Scomparsa e ritrovata in circostanze mai chiarite grazie all'intuito di una studentessa. La scoperta di un'altra figura nascosta sotto. E poi la pandemia che ha impedito di esporla per la prima volta dopo 22 anni. Storia di come il quadro di Klimt è diventato una leggenda dell'arte

Il ritrovamento del quadro

Ritrovata grazie all’intuito di una studentessa 18enne, rubata e scomparsa per 22 anni durante i quali si sono succedute le ipotesi più fantasiose (dal coinvolgimento dell’ex direttore della Galleria alla circolazione sul mercato nero o addirittura in attesa di un riscatto da pagare). Poi il ritrovamento non ancora del tutto chiarito a pochi metri da dove era sparita e il rinvenimento sul retro, attraverso un esame ai raggi X, di una seconda figura nascosta sotto quella della fascinosa nobildonna, in identica posizione ma con indosso sciarpa e cappello. Per finire con la difficoltosa autentificazione e la trepidante attesa per l’esposizione al pubblico, proprio in questi giorni sfumata a causa del nuovo Dpcm anti-Covid.

Insomma, se esiste un’opera “maledetta” la cui leggenda supera persino il suo valore artistico quella è di certo Il Ritratto di Signora di Gustav Klimt. L’ennesima beffa è di questi giorni, visto che il comune di Piacenza  aveva previsto il ritorno “a casa” (cioè alla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi) del quadro per il 28 novembre, ma le nuove  disposizioni sulla chiusura dei musei hanno costretto ad annullare. E così  il quadro più sfuggente dell’arte potrà continuare a rimanere “bello e impossibile” agli occhi dei tanti che da tempo pregustavano di scattarsi un selfie con l’enigmatica “Signora”. 

Nel frattempo però si può leggere la sua storia. Il primo a occuparsi del caso è stato Ermanno Mariani, che dal giorno della scomparsa è il giornalista che più da vicino ha seguito il caso – tanto che in alcuni casi è stato coinvolto  persino nelle trattative, vere o presunte, per la restituzione – e che ha scritto Il mistero del doppio ritratto di Klimt (Pontegobbo). In questi giorni, proprio in vista dell’esposizione pubblica poi rimandata, sono in arrivo altri due libri sull’argomento: La modella di Klimt. La vera storia del capolavoro ritrovato (Baldini+Castoldi) di Gabriele Dadati. E Giallo Klimt, il libro del giornalista Giorgio Lambri che scava nei misteri che avvolgono ancora l’opera in edicola il 28 novembre con Libertà di Piacenza.

Per cercare di fare chiarezza in questa spy-story infinita, abbiamo intervistato il critico d’arte Luca Cantore D’Amore, che ha provato addirittura a immaginare che cosa direbbe l’enigmatica “Signora” se solo potesse parlare: “Sono sopravvissuta al mio creatore, alla storia, alle vicissitudini e sopravviverò anche a voi”.

Il Ritratto di Signora di Klimt appare come un’opera “maledetta”. Scomparsa per 22 anni in circostanze misteriose, non riesce ancora a essere visibile a causa della pandemia. Che valutazione da di quest’opera e della leggenda che la accompagna?
Non c’è dubbio sul fatto che, spesso, si tenda a fare in modo che la “leggenda” che accompagna un’opera o un autore, il più delle volte, divori completamente l’opera stessa e ne intensifichi il mistero, la suggestione, il feticcio, la morbosità con la quale essa dirompe nel nostro immaginario e ai nostri occhi. Talvolta può essere un meccanismo voluto, si pensi a Gabriele d’Annunzio quando, per esempio, per garantire una risonanza mediatica alla sua opera d’esordio Primo vere, fece in modo che la notizia della sua (finta) morte, solo cinque giorni prima della già programmata pubblicazione del libro, si diffondesse in tutta Italia attraverso un articolo architettato ad hoc sul Corriere della Sera. Oppure, si pensi alla provocazione della Merda d’artista di Manzoni o all’opera seghettata in fase d’asta di Banksy, che prevedere una preterintenzionalità. O, ancora, in qualche altro caso, può essere la naturale conseguenza di un temperamento del genio dell’artista che, con la sua biografia, oscura e si fa precedere dal maledettissimo che lo contraddistingue a causa del suo stile di vita leggendario. Si pensi, ancora, a Modigliani, Van Gogh, Caravaggio o, andando indietro, per esempio a Duccio di Buoninsegna. La morigerata vita di Klimt, raccontato come schivo, poco mondano, riservato, è stata ironicamente riscattata, a sua insaputa, decenni dopo, da questa storia che, ormai è chiaro, si trova a precedere il dipinto. 

L’attesa del piacere è essa stessa il piacere.
Come in un’attesa isterica poche volte riscontrata prima, si aspetta la ricomparsa di quest’opera sebbene, a mio parere, non sia una delle sue migliori. O, comunque, non è derubricabile nell’Olimpo dei suoi dipinti più significativi. Viceversa, però, consapevoli del fatto che il suo probabilmente unico “vizio”, fosse l’instancabile passione per le donne, è un’ironia pensare alla ricomparsa di questa donna che, sorniona e beffarda, sbuca fuori dopo anni di latitanza, come se fosse l’unica che non ha mai avuto, che non è riuscito a possedere, probabilmente, pur avendola creata lui stesso. O almeno, stando agli accertamenti attributivi eseguiti. Con sarcasmo ci guarda, a bocca leggermente aperta, come il Ritratto di ignoto marinaio di Antonello da Messina di cui, a mio parere, è il contemporaneo equivalente: entrambi vivono avvolti in un alone di mistero, di scanzonato cinismo beffardo che, a ben rifletterci, dovrebbe farci abbandonare ogni velleità di riconoscimento effettivo della persona ritratta e privata dalla “vita reale”, lasciandoci, così, cullare dal mistero: nella speranza, paradossalmente, che la persona fisica alla quale il dipinto è ispirato non sia addirittura mai esistita. Ecco come si alimenta l’immaginario: assecondando l’aria furbetta della donna che si pone a noi come se costantemente ci dicesse: “Sono sopravvissuta al mio creatore, alla storia, alle vicissitudini e sopravviverò anche a voi”.

Si sono fatte tante ipotesi sulla sua sparizione: nascosta con la complicità del direttore dell’epoca e di alcuni dipendenti, oppure rubata per il mercato nero dell’arte. Quale le sembra più plausibile?
Le indagini sono state tante, lunghe e, nonostante sembri sempre che si sia sulla strada di un’ipotetica verità, credo che stenteremo a saperla tutta per ancora molto tempo: quindi, non sta a noi stabilirlo con certezza. Posso però dire che, se dovessi scegliere una “meno grave” eventualità, sicuramente mi augurerei che la complicità del direttore dell’epoca sia coinvolta nella storia del dipinto. Questo perché, se così fosse, ci sarebbe un margine di speranza affinché, questa, possa intendersi come una mossa, seppur illegittima e da stigmatizzare, sicuramente di “protocomunicazione”. Se così fosse, infatti, escludendo in fini personali che farebbero cadere tutto il ragionamento, dovremmo ammettere che, il direttore, ad oggi, sarebbe pienamente riuscito nel suo intento. Questa curiosità morbosa ritrovata sarebbe parte della sua eredità. Sostanzialmente, è davvero un ritrovamento clamoroso e spettacolare: pensate a cosa succederebbe se si ritrovasse la Natività di San Francesco e San Lorenzo di Caravaggio. E pensate a cosa accadrebbe se si scoprisse che è stato tutto architettato! Insomma, l’arte contemporanea ci insegna che “tutto” può essere arte, oggi, soprattutto la storia delle opere: bizzarra, contraddittoria, curiosa, imprevedibile, spericolata e, spesso, non del tutto lecita ma pur sempre ausiliare nei confronti del mito che, spesso, si genera attorno alle “storie della storia dell’arte”. In cui tutto è concesso: anche ciò che non lo è. Fra cento anni, credo, si guarderà con simpatia, ironia, così come ormai accade per la Gioconda a quello che, già oggi, si può, con un sospiro di sollievo, inventariare come un singolare “imprevisto”

Il ritratto nascosto

Dal punto di vista artistico è un’opera singolare, anche perché successivamente al ritrovamento è stata scoperta una ulteriore opera nascosta sul retro. Si è fatto un’idea del perché l’autore ne avrebbe dipinte due?
Si accavallano, quasi ingolfandone il piacere del godimento, le teorie che esplorano le motivazioni di quest’altro singolare avvenimento di sovrapposizioni. A me piace pensare che sia un’altra delle “storie della storia dell’arte” senza una ufficiale spiegazione e mi diverte, e lo confesso con la più sincera baldanza, pensare che questa eventualità sia stata scovata da una giovanissima studentessa liceale dell’epoca, nella sua spensieratezza e leggerezza. In barba, insomma, a tutti noi che ci autoproclamiamo “addetti ai lavori” o “esperti del mestiere” e che però, allo stesso tempo, ci perdiamo dinanzi all’evidenza, alla semplicità, alle ipotesi elementari. Solo il coraggio dei giovani scanzonati può instillare il seme del dubbio che, talvolta, addirittura scardina le certezze.

Crede che ci siano stati ritardi nell’esporla, visto il grande clamore suscitato, oppure è giusto attendere il momento ideale? Sperando che non ci siano nuovi colpi di scena. 
Qualsiasi sia la motivazione che si cela dietro questa configurata oggettività, si può dire che, il Ritratto di Signora, sia ufficialmente un quadro che potrebbe definirsi “prescelto”. Dopo tutte le storie alle spalle, dopo tutta l’attesa per vederlo, dopo tutta la morbosità che si porta dietro, addirittura, è come se si stesse prendendo, ancora una volta in maniera beffarda, un ulteriore “quarto d’ora di ritardo elegante”, da superstar: di quelle che si fanno attendere fino allo sfinimento senza, però, stancare mai. Dico questo perché se penso a quale sarebbe stata la delusione se, per far presto in nome non si sa di cosa dopo aver aspettato più di vent’anni, avessimo esposto il dipinto ritrovato facendolo intralciare dalle stringenti vicissitudini del momento dettate dal Covid-19, avremmo quasi vanificato la leggenda, composta di thriller e di attese, lievitate negli anni della scomparsa dell’opera. Scomparsa che, come detto, ormai, appare quasi leggendaria e abbiamo appurato averne accresciuto il mistero e il desiderio. Immaginiamo che, per esempio, per fare tutto nel più breve tempo possibile, avessimo ritrovato ed esposto il dipinto in tempi incredibilmente record: sarebbe stata una catastrofe insopportabile e capricciosamente irritante pensare di dovervici rinunciare ancora per via del Covid-19. Invece, ora, a causa di ciò, nonostante ancora si nasconda agli occhi del grande pubblico che pare come scalpitante nel volersela divorare con i suoi sguardi insinuanti, la donna, continua elegantemente a negarsi. Ancora per un po’. Con più serenità però: è come se ci stesse sussurrando “sono tornata, ora sono al sicurò. Mi darò. Aspettate ancora solo un po’. Avete aspettato 20 anni, cosa mai può cambiarvi, l’aspettarmi ancora solo qualche mese? Dopo sarò per sempre vostra, forse…”. Ecco perché è un quadro che ho definito “prescelto”. Perché è come se, anche questa realtà delle cose che ne sancisce ancora una volta l’impossibilità ad essere esposta, non le si ritorca contro ma, al contrario, ne alimenti la suggestione attraverso l’attesa rendendola mitica, lirica, piacevolmente insopportabile, instancabilmente trepidante.

Da critico d’arte, che cosa insegna la storia di quest’opera?
Che la storia, specialmente quella dell’arte, è come una fitta rete di pescatore. Una vicenda di coinvolgimenti e “amma(ni)gliamenti” vari per cui, paradossalmente, nell’ambito di maggiore espressione di libertà al mondo, l’espressione artistica, in fondo, a dir la verità, la libertà non esiste. Perché ogni azione, si riflette su una reazione della lunga catena, ogni causa ha un suo effetto: vincolando il decorso di ogni cosa. Da un punto di vista emotivo, sentimentale, estetico, politico, sociale. Ecco il perché della metafora della rete. Perché la storia dell’arte è un intreccio irrisolvibile, inverosimile, incredibile, affascinantissimo, in cui a contare, fortunatamente, non è solo il volere di un artista o l’agito di un direttore di museo. Ciò che veramente conta è l’imprevedibilità della storia, la non prevedibile volontà del caso. La facilità attraverso la quale, come in una rete di pescatore appunto, si muove una maglia da una parte ed è tutta la rete a subire il movimento spostandosi, a danno o a vantaggio degli episodi e della storia.

Un uomo, un artista, un grande maestro, lavora tutta una vita per creare un oggetto. nel nostro caso un’opera d’arte, con nessuna “utilità” oggettiva se non una potentissima forza evocativa eterna e, per esempio: nei musei viene osservato per una manciata di secondi e non di più dal pubblico, con cifre che risolleverebbero le sorti di un sacco di paesi più poveri può essere acquistato da un ricco mecenate dall’altra parte del mondo per il proprio esclusivo godimento, c’è chi vuole possederlo e chi vuole venderlo per fare business, la vanità spesso muove le scelte del mondo e, alcuni di questi oggetti, addirittura, possono diventare simboli dell’umanità, si pensi alle composizioni cristiane, e cambiare il corso della storia. Tutto in maniera assolutamente imprevedibile e, soprattutto, contribuendo al mito della storia dell’altre e, specialmente, delle storie alle sue spalle. Fino ad arrivare all’ironia per cui, in due ore, un qualsiasi capolavoro, può essere rubato e sottratto per sempre all’umanità e noi a continuare ad elucubrarci dietro, come vagabondi alla ricerca, più che della verità, della serenità.