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La mafia è ancora una cosa da uomini

'Donne di mafia' racconta le storie delle mogli dei boss per rispondere a una domanda: che tipo di donne cercano quegli uomini?

Vittime, complici, protagoniste. Ci sono donne di mafia come Giacoma Filippello, per ventiquattro anni la compagna di Natale L’Ala, uomo di rispetto di Campobello di Mazara. Per quelle come lei, la vita con il boss è stata “bellissima”. Lei voleva fare il bagno in mare? E allora lui, che non voleva che la sua donna si mostrasse in costume da bagno, prendeva una spiaggia tutta per loro.

Al contrario, ce ne sono altre, come Margherita Petralia, moglie di Gaspare Sugamiele, per cui la relazione con un mafioso è stata una rovina. “Sono la sua cameriera, la cosa con cui sfogare i suoi istinti animaleschi, sono anche la cosa da prendere a pugni e calci quando è nervoso”. La giornalista Liliana Madeo, in Donne di mafia, ne ha raccontate tante: quelle che si pentono, quelle che piantano il marito, quelle che si suicidano. La sua inchiesta, uscita per la prima volta venticinque anni fa, è ancora così attuale che l’editrice Miraggi ha deciso di ripubblicarla.

Come è cambiata Cosa Nostra?
Profondamente, e si annunciano altri cambiamenti. Sull’attentato Falcone si fa strada l’ipotesi che un ex poliziotto abbia partecipato alla fase esecutiva della strage, e i fascicoli sono ancora aperti: il pm Antonino Di Matteo sostiene che la verità sia ancora parziale. Inoltre, da qualche decennio Cosa Nostra non è più l’organizzazione mafiosa più potente d’Italia: ha perso parte del prestigio e della ricchezza che la caratterizzavano: ora è diventata più potente la ‘ndrangheta calabrese, che ha connessioni con il malaffare straniero molto più forti di quelle di Cosa Nostra. Non solo: mentre ciascuna di queste organizzazioni, un tempo, lavorava solo per se stessa, adesso, se serve, si intreccia con le altre, mette mano in altri territori. La mafia si è allargata e trasformata.

All’inizio era un’organizzazione prevalentemente agricola.
Sì. Quando è nata, dalla metà dell’Ottocento e fino agli anni ’50 e ’60, incideva soprattutto sull’economia locale, sulle proprietà terriere, sui sequestri degli animali e sugli omicidi: era un business circoscritto. Poi sono entrati in gioco gli appalti pubblici, l’edilizia, i sequestri di persona. Ma il balzo è avvenuto con la droga: dagli anni ’70 la Sicilia è diventata il luogo dove arrivavano le sostanze dalla Turchia e dall’Oriente, e Palermo un laboratorio chimico dove circolavano fiumi di denaro. In questo giro, le donne cominciano ad avere un ruolo.

Quale?
Diventano le signore della droga. Le mafiose, con i sacchi di coca e di eroina nel reggiseno e nella panciera, volavano in aereo da Palermo a New York. Non venivano perquisite: non si usava. Rimanevano negli Stati Uniti per una manciata di ore, poi tornavano in Italia imbottite di dollari. La droga ha cambiato la faccia del malaffare, e in questo business così redditizio sono stati coinvolti anche quelli che avrebbero dovuto vigilare: le mani erano sporche anche all’interno delle istituzioni.

E oggi?
In questo momento di sofferenza economica, fra chi porta i pacchi alimentari nelle zone più povere, c’è anche il mondo del malaffare, che cerca adepti fra le piccole imprese, i bar, le pizzerie, i ristoranti, dando un sostegno e poi chiedendo una contropartita: un rapporto dare-avere molto rischioso. Inoltre, uno dei business che vengono sfruttati per ripulire il denaro sporco è quello dei pezzi da collezione di archeologia: i mafiosi li comprano, li immagazzinano e via via li vendono.

Perché questo suo interesse per le donne della mafia?
Mi colpì molto la morte di Giovanni Falcone, che avevo conosciuto: lui aveva avviato una collaborazione con La Stampa, dove io lavoravo come inviata. Mi fece molta impressione la strage: seppi che, nelle carceri, qualcuno aveva brindato alla morte del magistrato. E mi chiesi come sarebbero stati accolti quei mafiosi, quella sera, dalle loro mogli: li avrebbero festeggiati? Ci sarebbero andate a letto? Che tipo di donne cercavano quegli uomini?.

E che cosa ha scoperto?
Che c’erano donne che rimanevano al loro posto, facevano le mogli dei mafiosi e ne godevano di tutti i privilegi e gli onori, dalle grandi ville, ai benefici finanziari, agli ossequi. Ma c’erano anche quelle che cercavano di rimanere nell’ombra.

Ha nutrito stima per qualcuna di loro?
Per nessuna delle mafiose, sicuramente. Ma alcune donne, in quel mondo, ci sono cadute dentro. Penso a Felicia Bartolotta Impastato, dalla storia unica e tragica. Non era mafiosa, ma era moglie di un mafioso, cognata di un boss, parente di “amici degli amici”. E anche madre di un ragazzo, Peppino, assassinato dalla mafia perché ne denunciava i crimini, i soprusi, i traffici di droga, la speculazione dei terreni, le irregolarità nella concessione delle licenze. Una vita, la sua, divisa a metà.

Una donna che l’ha colpita?
Rita Atria, figlia e sorella di mafiosi, ammazzati uno nell’85 e l’altro qualche mese prima, a giugno, e diventata una collaboratrice della giustizia. Borsellino diventò per lei un nuovo padre, buono e protettivo: quando lui morì, il giorno dopo lei, giovanissima, si suicidò.

Come sono cambiate, oggi, le donne di mafia?
Nel modo di guardarsi intorno. Prima non dovevano apparire, non si dovevano mostrare: la donna doveva esistere solo come moglie e madre, all’insegna della difesa della famiglia e del clan. Oggi sono molto più disinvolte, più scaltre, meno paurose e più sicure di sé. Ma anche se alcune si sono avvicinate al potere, non sono mai diventate capoclan: questo ruolo può essere ricoperto solo da un uomo, che non deve essere gay e non deve avere idee di sinistra. Il rito dell’affiliazione non ha mai coinvolto nessuna donna. Quello mafioso rimane un mondo maschilista.

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