«Cerco una speranza di redenzione tra i boschi o su spiagge solitarie. La natura mi attrae di più della vita nelle città; la salvezza o la speranza sono qui, in questi luoghi», confidava lo scrittore altoatesino Joseph Zoderer a Claudio Magris in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera nel 2016. Leggendola, di primo impatto, la sensazione che si percepisce è quella di una grande malinconia, tuttavia a una riflessione più profonda ci si rende conto forse che questa citazione in qualche modo esprime un disagio molto diffuso, a cui però la cura sembra molto evidente: tornare a frequentare quei luoghi dove il tempo smette di rincorrerci.
Ci siamo abituati a considerare normale una stanchezza che non passa, non quella che segue una giornata intensa, ma quella che resta addosso anche quando ci fermiamo. Viviamo immersi in un flusso continuo di notifiche, immagini e rumori, riempiendo ogni istante di stimoli. Il contatto con il vuoto ci lascia senza fiato e il silenzio diventa un suono assordante nella nostra mente. Il cosiddetto burnout arriva proprio da questa incessante ricerca di compagnia, sia essa materiale o immateriale, un sovraccarico mentale che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sul corpo.
Secondo Zoderer, e con lui molti altri, una via d’uscita esiste, arriva quando il paesaggio torna a occupare il centro della scena, imponendo un ritmo diverso e costringendoci a rallentare, osservare, ascoltare. Succede in Valle Aurina, la valle laterale più estesa dell’Alto Adige, che si sviluppa per circa quaranta chilometri fino al confine con l’Austria. «Più ci allontaniamo dalla natura e più ci allontaniamo da noi stessi. E quando succede non stiamo più bene nel nostro corpo», dice Stefan Fauster, co-titolare insieme alla moglie Ruth Innerhofer-Fauster dell’hotel Drumlerhof a Campo Tures (BZ), guida, amante della natura e profondo conoscitore del territorio, durante una passeggiata mattutina nel bosco, o come la definisce lui un bagno nel bosco.

Foto: TV Ahrntal – Manuel Kottersteger
Il sentiero si perde tra il profumo della resina, il rumore dell’acqua che scende in modo incontrollato dalla cascata e la luce che filtra tra gli abeti. Il silenzio che avvolge diventa la vera guida, sembra quasi di respirare allo stesso ritmo degli alberi. Qui la natura non è un fondale scenografico da fotografare, ma una presenza con cui entrare in relazione. «La Valle Aurina» – sottolinea Fauster – «è un diamante grezzo, che non si mostra immediatamente. Inizialmente può persino sembrare quasi ostile, ma se hai la pazienza di salire lungo i sentieri o di addentrarti nei boschi, ogni angolo regala una sorpresa, una sorgente, una radura, un torrente, una luce particolare. È una valle che bisogna imparare ad ascoltare e assecondare».
Oltre ottanta cime che superano i tremila metri disegnano il profilo della Valle come in un immenso anfiteatro naturale. Gran parte del territorio ricade all’interno del Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina, una delle aree protette più grandi della provincia. Ghiacciai, boschi di larici e abeti, pascoli d’alta quota, torrenti e laghi alpini costruiscono un paesaggio che ha conservato un equilibrio sempre più raro sulle Alpi. L’acqua è forse il vero elemento identitario della valle, lo suggerisce già il nome, che deriva probabilmente da un termine preromano legato all’idea di “acqua corrente”. Qui, infatti, tutto sembra nascere dall’acqua: il fiume Aurino e i suoi affluenti, oltre centoventi sorgenti di acqua potabile, dieci cascate e decine di laghi alpini che punteggiano i sentieri.
È una presenza costante, quasi ipnotica, che accompagna il cammino e contribuisce a creare un microclima particolarmente favorevole. Grazie all’altitudine, ai boschi e alla qualità dell’aria, la Valle Aurina è riconosciuta come Area di Aria Pura certificata, una caratteristica che negli ultimi anni l’ha resa una delle mete-simbolo della cosiddetta cool vacation, la vacanza al fresco scelta da chi vuole sfuggire alle estati sempre più torride delle città.
Ma ridurre tutto a una questione climatica sarebbe un errore. La Valle Aurina, infatti, lascia un segno non soltanto perché, diciamolo, offre qualche grado in meno, ma lo fa perché ci stimola a cambiare prospettiva. «Oggi siamo abituati a un turismo di consumo», continua Fauster. «Si corre da un posto all’altro, da un’esperienza all’altra, come se una vacanza dovesse essere una lista di cose da spuntare. Ma la Valle Aurina non si lascia consumare, qui esiste quella che mi piace chiamare silent luxury. Non il lusso dell’esclusività, ma quello del silenzio, dello spazio, del tempo». Gli oltre 850 chilometri di sentieri che attraversano la valle e collegano Campo Tures, Lutago, Predoi, San Giovanni e Cadipietra non sono percorsi pensati per collezionare record o accumulare dislivelli, ma occasioni per entrare in sintonia con un paesaggio che cambia continuamente. Basta allontanarsi di pochi metri dal percorso principale per imbattersi in una sorgente nascosta, in una radura silenziosa o in un torrente che fino a un attimo prima sembrava invisibile.

Foto: TV Ahrntal – Filippo Galluzzi
Qui la meraviglia raramente si manifesta con effetti spettacolari, più spesso si rivela nei dettagli. Lo si capisce bene arrivando al Lago di Neves, a circa 1800 metri di quota il bosco si apre lentamente, lasciando spazio all’alta montagna, mentre lo specchio d’acqua riflette le cime circostanti con una calma quasi irreale. C’è chi riprende subito il cammino verso i rifugi e chi, invece, sceglie semplicemente di fermarsi sulla riva, per qualche minuto. Il vento increspa appena la superficie del lago, l’acqua restituisce il profilo delle montagne e, per la prima volta dopo molto tempo, non si ha il bisogno di guardare l’orologio. Non succede nulla di straordinario, eppure è proprio in quell’apparente immobilità che si comprende quanto possa essere raro concedersi il lusso di non fare altro che osservare. «Abbiamo dimenticato il dolce far niente», riflette Fauster. «Quarant’anni fa le persone trascorrevano tre settimane nello stesso posto. La mattina leggevano il giornale, facevano una passeggiata, pranzavano con calma, magari si concedevano un riposo e poi uscivano di nuovo la sera. Oggi viviamo dentro un turismo che corre continuamente. Si passa da un’esperienza all’altra, da una foto all’altra, ma questa non è rigenerazione. È soltanto un altro modo di stancarsi. Qui, invece, bisogna rallentare, osservare, abbassarsi con umiltà e imparare a vedere le piccole cose. Perché la meraviglia non sta nei grandi effetti, ma nei dettagli».
Rigenerarsi, ritrovarsi, respirare a pieni polmoni: la montagna, in generale, offre tutto questo, ma qui c’è qualcosa di più. A Predoi, uno dei comuni della zona, una miniera di rame attiva per oltre cinque secoli è stata trasformata in un Centro Climatico unico in Europa. Si raggiunge a bordo del trenino utilizzato un tempo dai minatori, inoltrandosi per oltre un chilometro nelle viscere della montagna. La temperatura resta costante, l’aria è straordinariamente pura, praticamente priva di pollini, polveri sottili e allergeni. Da anni questo particolare microclima viene utilizzato per alleviare patologie respiratorie e allergie. Oltre al suo valore terapeutico, all’interno della ex-miniera è possibile partecipare anche a un bagno sonoro: distesi sulle sdraio, avvolti da una coperta, si chiudono gli occhi mentre le vibrazioni delle campane tibetane si propagano nella roccia. Il suono non arriva soltanto alle orecchie, attraversa il corpo, rimbalza sulle pareti della miniera e sembra dilatare il tempo. Per quasi un’ora non esiste altro che il respiro, e può capitare che ci si addormenti.

Foto: TV Ahrntal – Thomas Rötting
Una volta usciti, il primo contatto con l’aria aperta ha un effetto strano, come se ci fosse un profumo diverso, come se “friccicasse” nelle narici. «Alla fine, se ci pensiamo, noi non siamo altro che polvere di stelle. Sembra una frase fatta, ma per me è una filosofia di vita. Gli elementi che compongono il nostro corpo sono gli stessi della natura. Bisogna smettere di pensarsi come il centro di tutto e ricordarsi che siamo soltanto una piccola parte di qualcosa di molto più grande. La natura è il pane dell’anima, e per nutrirci davvero abbiamo bisogno di tornare a lei». Zoderer, questo, lo aveva intuito molto prima che si parlasse di digital detox o di turismo lento. Camminando in questa valle, viene il sospetto che quella tanto ricercata speranza o redenzione non sia poi così lontana.










