Rolling Stone Italia

La Genova del Dopo-Tutto

Sul nostro nuovo numero cartaceo: dal cemento degli anni ’70 al waterfront di Renzo Piano, viaggio nella città che davano per morta e che invece è diventata il posto dove stare

Foto: Alex Majoli

I pezzi di Theo Rem – una delle promesse costanti della scena genovese, bravo sia chiaro – risuonano dentro il mio cassone di macchina. Sto viaggiando lungo la Via Aurelia, lungo il Golfo Paradiso. Sopra casa mia ormai ipotecata, che sta su una collina antropizzata sopra Camogli, c’è abbandonato l’Hotel Paradis. Nietzsche ci ha passato parecchio tempo, in tempi lontani. Guardava la grande baia che la sera da sempre diventa rosa e rossa e azzurra, e scriveva lettere dicendo che era come stare in Polinesia, anche se in Polinesia non c’era mai stato, ma aveva ragione: esiste una faccenda tropicale qui coi pesci esotici ovunque e la gente che fa il bagno per ore con la maschera, ma nei giorni di Carnevale, a febbraio.

Attraverso velocemente Recco, che è ora cittadina di pensionati col Moncler Genius e insieme piena di surfer oggettivamente belli, con pure il camioncino Volkswagen con la cuccetta, il fornellino e la ragazzina che sogna che tornino da quel carnaio di 20 metri (perché di quello si tratta, pochi metri di onde). Metto Olly – che devo dire mi sta simpatico, un cazzone autentico, in fondo sottovalutato rispetto alla normatività di Bresh – quando un bagliore colpisce il mio occhio, mi giro e vedo un incontro ravvicinato del decimo tipo. È un cerchio di luce nel mare che complessivamente ha i colori di una sardina. Col tempo sono giunto a chiamarla “Dopo- Tutto”, quest’esistenza, come una sorta di limbo eterno dove i vivi, i quasi-vivi, i morti e i quasi-morti si incontrano in una luminescenza stordente e psicopazza. Mi do uno schiaffo da solo per riprendermi e torno a guardare.

Imbocco Capolungo. Sono sopra alla strabenedetta Sant’Ilario. Capiamoci, Genova è una striscia stretta e lunghissima, una specie di anguilla, schiacciata dalle colline del cosiddetto entroterra (il vero giacimento non ancora scoperto) a volte in modo soffocante, ci stanno poche case e si passa al chilometro successivo. Sostanzialmente ci vuole un’ora se va bene per percorrerla, a meno che non si voglia prendere la tangenziale – che poi è l’autostrada, pur spappolata da monocorsie create per timore di sbriciolamenti. L’ho presa lunga venendo da Levante (dalla Toscana, per capirci) e sto andando verso Ponente (la Francia, per capirci). C’è un’al ternativa però per vagabondare lungo la striscia: il treno, l’interregionale, Pop o Rock, treni molto stilizzati, popolazione interessante, a volte sexy, spesso con orari fantasma però.

Dicevamo. Sant’Ilario si divide in tre categorie di popolazioni: i pochi resistenti storici, a volte poveri poveri; i nuovi residenti milanesi in genere del mondo della comunicazione che la adorano; i soliti riccazzi che hanno edificato lì dagli anni ’60, per esempio i Mantovani (cui si deve la stagione d’oro della Sampdoria anni ’80, quella della finta rivalità ma bollente per davvero tra Vialli e Mancini), o Beppe Grillo costantemente nascosto in soffitta e in polemica con l’apicultore cui si dice abbia distrutto l’attività coi diserbanti del giardino (per non parlare delle vecchie scorribande di una delle figlie molto rock’n’roll; non Ciro, quello del processo, un’altra).

E poi casa del terrore alcolico di De André dove tutti dicevano stronzate tranne lui (questo ripeteva in continuazione) e la quieta magione di Gino Paoli, che il rock’n’roll l’ha fatto in altri lidi – anche qui negli anni ’60, dove comunque diovuole la cocaina a Genova girava ancora – e che è l’unico a meritare il rispetto dovuto a chi gira con una pallottola vicino al cuore. E poi grande indossatore di denim, al terzo posto dopo Redford e Springsteen. Che non è mica male, anzi un po’ di manica larga l’abbiamo avuta. Sbagliato sarebbe però omet tere qualitativamente i primi New Trolls (celestiali, a cavallo tra 60s e 70s) e l’intera scintillante, clamorosa produzione dei Matia Bazar, fino a metà 80s. Iniziamo a mettere qualche paletto, insomma.

Foto: Alex Majoli

Rieccomi sul mio catorcio. Uno o due bastimenti stanno immobili di fronte a Nervi (sono praticamente entrato in città), ma non è un fatto romantico che rimanda a letteratura e cinema ben chiari: da tempo so che è finita la vecchia vita dell’angiporto e dei marinai da tutto il mondo, e dei mezzi night in Via Gramsci con le puttane e i nomi di luoghi del mondo (San Francisco, ecc, o anche il California bellissimo dove facevano una one-night di vero funk verso la fine degli anni ’80). Perché i marinai srilankesi o bangladesi sono schiavi marini che scendono a terra per poche ore ormai (in una sorta di ricovero vicino a Dinegro) e tornano subito sulle loro bagnarole-galere, piene di container di merce che a volte neppure viene sbarcata, in attesa che ne cambi il prezzo. Tra l’altro, proprio lì dietro al ricovero dei marinai, hanno rilevato uno strano opificio dismesso due architetti giovani, trentenni, di Berlino – si chiamano Something Fantastic – che ci stanno facendo il loro studio. Sono uno dei tanti avamposti dell’onda di immobiliaristi in erba che sta invadendo la città: questi li chiameremo i “nordici intelligenti”, che scelgono zone meno pregiate, spesso con gusto visionario, o utilizzano sedi abbandonate di banche per fare mostre stellari ogni tanto, con tutto il mondo dell’arte che arriva di colpo. Vedi quella di Kai Althoff che ha messo su l’anno scorso Nick dell’ottima galleria Neon di Berlino, e che si fa/si fanno sostanzialmente i cazzi suoi/loro. O mi vengono anche in mente i due architetti cinesi che, zitti zitti, hanno aperto uno studio nella città vecchia iniziando a disseminare lavori impeccabili: come una panetteria rifatta, vagamente ridisegnata nell’ondulatura, bellissima.

Calvino nelle Città invisibili dice che Genova è la città che contiene in sé tutte le città del mondo. Sarà. Peccato che adesso non è che abbia visto tanta gente in giro. Qualche anno fa con Tommaso Bertani, un mio amico di Roma, feci una scommessa un mercoledì pomeriggio qualunque di novembre: non avremmo incontrato nessun under 50 attraversando la città. Ovviamente la vinsi. Ma la demografia la conoscete ed era gioco facile: è la seconda città più anziana del mondo, inteso come quella con più vecchi, che vivono in genere da soli. Infatti qui ti danno tutti del “tu”, astutamente, e devo confessare, da sessantenne, che tutto ciò è molto rilassante.

Vado a palla dentro Corso Italia, sempre chic (la promenade sul mare di qua) saltando la Boccadasse della Gatta di Paoli, sticazzi. Corso Italia ha case meravigliose (una bianca anni ’60, poi, a metà tra brutalismo e Barbapapà che ho sempre idolatrato) e poi la villa della Duchessa Brignole che era una matta amante del Giappone e così volle la magione sua coi cipressi bassi e tutto, e poi le teorie di cemento “piedi sull’acqua” del Club della Motonautica – dove, dentro le rispettive rimesse delle barche, anzianissime signore carbonizzate stanno allungate con bikini e pelliccia, come e ben prima di Rihanna. Ecco la bestiale e meravigliosa colata di cemento anni ’50 dei Bagni Lido, la melancolicissima (sembra la vecchia Beirut pre-armistizio) sfilata degli stabilimenti balneari abbandonati: i Capo Marina, per esempio, con le piscine rotonde dall’acqua verdognola, favolose. In Corso Italia abitava la famiglia De André. E credo anche quella di Paolo Villaggio. Quest’ultimo, intervistato proprio da Rolling Stone Italia anni fa, confessò che con Fabrizio nei vicoli non ci avevano mai messo piede. Le foto di quegli anni li vedono sempre eleganti, in smoking. Da tempo sembra consolidato il fatto che la Marinella della canzone omo nima fosse la moglie di un diplomatico danese, conosciuta da Fabri a Salice d’Ulzio (nda: da non credere) e trascinata fedifraga nella famosa villa in Sardegna di quest’ultimo con grande scandalo nella comunità altolocata locale e pure internazionale. Salvo essere scaricata di lì a breve. Rock’n’roll? Certo meglio di certe lagne medievali del nostro.

Entrando in città iniziamo a vedere la Genova che amiamo noi. Con tutti i suoi strati. La Genova di fine Ottocento/Novecento, che ha coperto di casermoni enormi – ma mascherati da torte viennesi – le coline preziose della città, Castelletto in primis, amatissima dalle coppie gay mila nesi legate alla moda e al design per i suoi pavimenti di marmo arabeggiato, le ampie metrature che non costano un cazzo al momento (rispetto a Milano post-olimpionica, poi). Ne stanno facendo razzia, in attesa della miracolosa altavelocità ora attesa per l’inizio del 2028, seee. Ecco la Genova degli anni ’50/’60 che ha operato una seconda folle colata di condomini (sempre rosa/giallino/arancione pallido) inscatolando qui gente immigrata dal Sud per il lavoro offerto dalle molte, moltissime aziende di Stato spiaggiate in città. Invasioni della campagna e delle sue stradine e muretti di piena con megaconcrezioni dalle geometrie sconosciute, capaci di generare abissi anche di 200 metri sotto il tuo balcone. Vertigini ovunque. Stessa cosa per l’ondata successiva, quella completata negli anni ’80.

Da qui partiamo. Fino adesso era solo un preambolo per farvi digerire la pillola. E lo diciamo chiaro, e uso il plurale perché lo so che lo pensiamo in tanti: è questa la favorita, mica quella dei vicoli (lasciamoli perdere, per una volta), quella del cemento duro dei ’70, che invece ha visto deportare gli abitanti del centro storico originario (Via Madre di Dio, la Maddalena, ecc) verso inutili macchine ad abitare igieniche ma sradicate di umanità, forni di nuove sconosciute nevrosi della quale la mia generazione è impregnata. Vie senza asfalto, impervie, impossibili, affanculo, senza mezzi per raggiungere casa. Ottenuti a botte di scioperi, e blocchi del traffico (come è successo per casa mia a Marassi, giustamente celebrata dall’album omonimo, dieci anni fa, degli antesignani Ex-Otago). Una collezione minerale di enormi cornicioni alti decine di metri, striati di nuance di cemento ormai quasi classiche, ora friabilissimo. Una tragedia che è annunciata, quanto quella del Morandi, o dell’inondazione del fiume Fereggiano per mancanza totale di argini, lì dietro allo stadio disegnato da Gregotti, dove nella gradinata Nord c’è la tifoseria più commovente d’Italia e c’è uno striscione che arriva ad affermare “Genoa, ti amerei anche se vincessi”. Beh.

Intorno una sciarada di mostri edilizi che abbiamo imparato ad amare, come gli scaraffoni a mamma soja. Così come amiamo questi folli ammassi di materia (mal) costruita che sono ovunque in queste strade vergognosamente minuscole ma a doppio senso (per questo i genovesi sono tra i migliori guidatori d’Europa). Al punto che le cerchiamo anche nelle grandi operazioni che hanno meravigliosamente sfigurato la città: il folle Centro dei Liguri di fine ’70 (ma sempre lì stiamo) detto anche quello dei Giardini di Plastica, tuttora un paradiso per tossici tra i pochi ad apprezzare l’imitazione fallita di Kenzō Tange (ci suonavamo a un festival annuale, con un gruppino elettronico, eoni fa). Per non parlare della distruzione di Corte Lambruschini, un enorme falansterio a più corti –appunto – di edilizia popolare secolare che le ruspe rasero al suolo quarant’anni fa, sostituta però dal pregevole doppio tetraedro che contiene (in uno dei due edifici) l’Hotel Sheraton che si dice abbia ancora il fax in camera, quindi consigliatissimo.

Foto: Alex Majoli

Si pensava insomma a una città di due milioni di abitanti. Tutto parte da un piano regolatore postbellico del 1959. Si finì per costruire 800 mila metri quadrati di cemento, acciaio e cemento. Ora siamo a circa 550 mila abitanti. Il calcolo è presto fatto. Una parola sola: delirio. Fortuna che sono tutti matti matte mattissimi. Proprio passeggiando da lì verso la Foce, il lungo mare con le piscine zozze (torniamo lì, scusate, ma la città è complessa) cede il passo al nuovo Piazzale Kennedy che sta peressere inaugurato come una grande zona/parco verde che dà accesso al nuovo waterfront creato da Piano, ovvero passeggi e porticcioli gradevolissimi in ampia fase di realizzazione (sempre grazie a un nuovo piano di ricostruzione ovvero il PNRR post-Covid), compresi i condomini specchianti di lusso (di altri “alieni” appartamentofaghi che non conosciamo ancora), e alla fine una passeggiata / biciclettata che dalla Boccadasse della cazzo di gatta arriverà pian piano alla Lanterna, dando vita a una oggettiva plancia di lancio per una popolazione di media età amante dello sport – che si troverebbe un bendidio di fronte – oltre che alla già avviata silver economy, per ovvie ragioni dette sopra.

Tra l’altro, sono avanzatissimi gli studi su un traffico che vedrà la maggior parte dei guidatori over 75 con effetti non ancora chiarissimi, se non nelle ovvie auto senza guidatori e nelle più interessanti corsie speciali senza semafori. Mancano due cosine fondamentali almeno: l’operazione gigantesca e contestatissima della megadiga oltre l’aeroporto (una colata mai vista di oltre un miliardo, investimento principe tra quelli europei del PNRR) che dovrebbe consentire l’ingresso delle meganavi da trasporto comunque destinate a essere ancora più grandi quando la diga ci sarà. E relativo interscambio. E lo sviluppo del Ponente, a iniziare dalla gentrificazione possibile del meravi glioso quartiere di Sampierdarena, unica zona reale di necessaria integrazione e quindi di seconde e terze generazione (vedi – seppur con geolocalizzazione scalercia – i primi video di Tedua), unica culla fondante della nuova onda della trap italiana che, come da diligente documentario, da qui è partita ormai 15 anni fa e che continua. E residenza principale proprio di quei lavoratori portuali del Calp che hanno commosso il mondo con il “Blocchiamo Tutto” alla partenza della Flotilla a settembre e che certo non si sono addormentati, vedrete. La partecipazione incredibile della città a quelle manifestazioni notturne – a orari ben superiori a quelli della degustazione dell’adorata minestrina serale – ha fatto stringere il cuore a tutti e ha dettato il tono kombat della sindaca Salis, facendola decollare in classifica tra i candidati anti Meloni in modo bestiale e forse improvvido, a poche settimane poi dall’in sediamento. Salis ha iniziato anche la Via Crucis tv: con una partenza un po’ azzoppata e rigida da Gruber e un’ottima risalita in un paio di DiMartedì (meglio non in studio, di sicuro). Il tono è lo specchio inverso di quello dell’ascesa meloniana: il “no”, motivato con dati e numeri. Manca il “sì” (quel che si può fare, un’ulteriore boost alla già bell’arzilla blue economy in città e che c’eravamo dimenticati? Certo, ma serve il piano nazionale).

Insomma, da morta con la bava alla bocca, Genova è venuta fuori come il posto dove stare, Financial Times compreso. Sarà. Ma noi questo blocco, questo rifiuto dei consumi di quarant’anni (1985-2023), in realtà lo amavamo. Non un negozio di lusso, non un concessionario di berline, non un club decente, niente di niente. Non è successa da nessuna parte al mondo, questa resistenza al contemporaneo. Era solo nostra. Era la Differenza, e la ragione di una snobberia profonda. C’eravamo solo noi, noi (che tuttora e forse per poco)
viviamo qui questo meraviglioso Dopo-Tutto, sì anche di cemento e di cose che non servono a niente. Di morti che non muoiono mai e di vivi che non hanno mai vissuto. E non vogliamo che la biologia torni a scorrere, affatto. Parliamoci chiaro. Non vediamo l’ora che quelli che più odiavamo – gli arcigni rappresentanti dell’altissima borghesia della città, quelli che hanno ancora i dobloni d’oro del Cinquecento nella cassetta di sicurezza – e che finora hanno finto di stare a guardare questa trasformazione che stavolta sembra fare sul serio facciano come hanno sempre fatto: si ergano come un drago che sta celato sotto il terreno e spazzino via tutti questi mosce rini arroganti che sono venuti qui addirittura a spendere dei soldi. Per questo questa città si chiama e si chiamerà per sempre la Superba.

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In una versione precedente di questo articolo abbiamo erroneamente indicato il nome di Rocco Grillo anziché quello di Ciro. Chiediamo scusa ai diretti interessati.

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