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Zuzu: «Per fare arte ci vuole un po’ di incoscienza»

Dopo il successo di 'Cheese', l’illustratrice torna con 'Giorni Felici', la storia dell'educazione emotiva di una ragazza-sfinge. Qui racconta com’è nato il fumetto, le reazioni del pubblico, il suo rapporto con i social

Zuzu

Foto: Denise Caravano

Non scriveremo che è la nuova promessa del fumetto italiano perché odia questo genere di espressioni. Ma (spoiler) lo è. Nel 2019 ha fatto innamorare pubblico e critica con la sua opera prima, Cheese, e negli ultimi anni le sue strisce hanno impreziosito settimanali come Robinson de La Repubblica e Internazionale.

A due anni di distanza, Zuzu, fumettista e illustratrice salernitana, è tornata con un’opera imponente, Giorni Felici (Coconino), 448 pagine a colori sull’educazione emotiva di Claudia, una ragazza-sfinge che deve lottare con se stessa e il mondo per comprendere e gestire le proprie impetuose emozioni. Claudia infatti è capace di estrarre artigli e infliggersi ferite sanguinanti quanto di spalancare le ali per librarsi in volo, di vomitare su un bus in pieno giorno dopo aver rischiato tutto quanto di recitare con trasporto il monologo di Giorni Felici di Samuel Beckett, tutto questo senza perder mai la propria volontà di vivere appieno tutte le emozioni della vita nella loro complessità. Giorni Felici si inserisce in quella wave che oggi vorrei chiamare “fumetti disegnati male che ti fanno piangere gli occhi e poi anche il cuore” (in buona compagnia di fumettibrutti, Giangioff, Wallie etc.), quel modo di disegnare strampalato storie che ti spaccano in due.

Abbiamo raggiunto Zuzu durante il suo tour di presentazione di Giorni Felici per farci raccontare la genesi di questa opera perturbante che ha ispirato anche il brano omonimo di Giorgio Poi.

Ciao Zuzu, come stanno andando queste presentazioni? Come le vivi?
Direi bene, mi agitano più le cose semplici, ad esempio uscire a fare la spesa o decidere cosa mettermi la mattina. Parlare davanti alle persone, invece, mi fa concentrare così tanto che ho meno tempo per pensieri paranoici e catastrofici.

Non hai quindi quella sensazione della madre che lascia andare il proprio bimbo nel mondo?
Sento una separazione, prima dolorosa, poi allegra, con quello che faccio. All’inizio è un dramma. Questa volta mi sono anche ritrovata a svegliarmi piangendo e pensando: oddio, questo fumetto ora non è più mio, è finita, non ci lavorerò mai più, poi però arriva eventualmente la felicità. Infondo ho scritto questa storia perché arrivasse agli altri. E così non mi preoccupo più, mi sembra naturale. Quando ne parlo pubblicamente mi agita l’idea di poter non saper delle cose del mio stesso lavoro, un po’ come fosse un’interrogazione. Molte cose comunque le si scoprono dopo l’uscita, e le presentazioni sono utili anche a capire il perché di certe scelte.

Cosa hai capito in queste prime presentazioni?
Una ragazza mi ha chiesto perché avessi disegnato Claudia, la protagonista, di colore bianco e non rosso, che invece – dal suo punto di vista – sarebbe stato più coerente con un personaggio che prova emozioni con così tanta forza. Quella domanda non me l’ero mai fatta e me la sono posta lì per la prima volta, scoprendo però di averne la risposta. Il rosso è legato ad una certa gamma di emozioni, lo colleghiamo a rabbia, amore, passione, mentre il bianco è il colore della fragilità, della vulnerabilità e può sporcarsi di ogni altro colore. Non volevo quindi focalizzarmi su una singola gamma di emozioni, ma lasciare che Claudia venisse sporcata da ciò che provava di volta in volta. Per questo ho scelto di tenerla bianca come il foglio. Non l’ho colorata.

Claudia è una giovane ragazza e un’aspirante attrice che per tutto il tuo fumetto viene continuamente sovrastata da emozioni travolgenti. È un personaggio molto fisico, molto corporale, sia nel modo in cui la fai vivere sia nel modo in cui la disegni. Non a caso cambia letteralmente forma al contatto con le emozioni. Come nasce il personaggio di Claudia?
Il corpo è un elemento fondamentale nella narrazione di un personaggio perché è il personaggio stesso. Il modo in cui scelgo di disegnarlo rappresenta ciò che voglio che si sappia da subito di tale personaggio e la potenza del disegno – che mi piace sfruttare appieno – è la possibilità di non aver limiti tecnici o economici in questo. Giorni Felici doveva essere un fumetto sulla rabbia, sulla furia vendicativa alla Kill Bill. Ma quando ho iniziato a lavorarci e ho “conosciuto” Claudia, ho scoperto che in realtà lei era un personaggio molto gentile e romantico, molto delicato. Violento sì, ma non aggressivo. E così la storia cambiata. Claudia è una sfinge, una donna alata e felina che mischia potenza e fragilità, Lei non è però un elemento offensivo pericoloso per gli altri, ma anzi, è spesso l’opposto. Ho usato quell’idea di corpo che muta per raccontare una persona che è offensiva più per se stessa che per gli altri. Claudia assume queste forme perché prova tanto, troppo, e non può nasconderlo a se stessa.

Come si arriva a scegliere la tecnica per il proprio fumetto? Come mai hai scelto di utilizzare le matite?
In questi anni ho avuto modo di sperimentare. Per molto tempo ho fatto disegnoni a muro con un pennarellone da writer e questo mi ha aiutato a semplificare il mio segno poiché con un pennarellone non puoi permetterti piccoli tratteggi. Per me è importante scegliere lo strumento più coerente – a livello emotivo – con la storia. Ho fatto questa scelta tecnica perché Claudia è un personaggio che vede a colori, con linee semplici. Non volevo che questo fumetto fosse appesantito da un segno troppo oscuro e carico. Non volevo fosse respingente a livello visivo dato che la storia ha già di per sé tratti molto angoscianti. Volevo usare pastelli e matite per avvicinarmi all’infanzia. La matita è un modo di disegnare antico e mi ha fatto sentire al sicuro.

‘Giorni Felici’

Non si giudica un libro dalla copertina, ma il tuo si fa notare per un certo spessore fisico. Ci troviamo di fronte ad un’opera di quasi 500 pagine. Un certo peso specifico. Come sei finita a disegnare una storia così densa?
Inizialmente pensavo di scrivere focalizzandomi solo sul concetto di vendetta. Sentivo però che dietro questo si celavano tanti altri temi come l’amore, la tenerezza, la fuga, la libertà. Sapevo che sarebbe stato un lavoro lungo e pesante per me. Ho vissuto tutto questo con un po’ di frenesia e di impazienza perché sapere di aver tutte quelle pagine da fare ogni tanto ti butta giù perché pensi a quante cose possano accadere nel frattempo nella vita. Avevo la paura di cambiare idea sulla storia e di ritrovarmi con mesi di lavoro da buttare. D’altro canto però mi rassicura poter lavorare su un’idea per un lungo periodo, quella voglia di tornare giorno dopo giorno a quei personaggi.

Leggendo le tue opere, guardando i tuoi social, seguendo il tuo lavoro in generale, mi viene da farti questa domanda: esiste per te una linea tra pubblico e privato?
Nell’arte questa linea non c’è più. Il potere di vedere qualcosa che ti commuove e ti emoziona, quella sublimazione e quell’estasi di ritrovarti in qualcosa fatto da qualcun altro, penso che arrivi proprio da questo; proprio quando quella linea non c’è più, quando quel confine si è spezzato, tu che ne usufruisci puoi trovarti dentro ad un’opera anche se non l’hai fatta tu. Non considero questo fumetto autobiografico, ma io ci sono al 100%. Salvaguardare questa linea non penso faccia bene alla creatività; ci vuole un po’ di incoscienza nell’arte. Sui social, invece, è differente. Io uso i social per divertirmi. Dobbiamo ricordarci però che è una piattaforma altrui, non possiamo consegnare la nostra vita lì dentro. Non so come possa fare la Ferragni, per me è spaventoso. Non ho mai problemi a spogliarmi troppo nei miei disegni e, anzi, quando lo faccio poco sento di aver perso un’occasione.

In questo periodo storico mi pare di notare che ci sia una difficoltà, da parte delle lettrici e dei lettori, di mettere uno spazio tra chi realizza l’opera e l’opera stessa. Come se – per forza – chi scrive debba essere anche protagonista della sua opera. Noti anche tu questa tendenza a leggere tutto come autobiografico?
Sì, hai ragione. Penso che ciò accada perché le persone hanno il bisogno di leggere una storia pensando di conoscere chi l’ha fatta. Li fa sentire un po’ più al sicuro. Il lettore o lettrice, nel fumetto, devono costruire tutto ciò che manca al personaggio, tutto ciò che appare nello spazio bianco tra una tavola e l’altra, e non è detto che tutti siano disposti a farlo, soprattutto ora che ci siamo abituati ad una narrazione molto passiva come quella dei social o della televisione. Per molte persone penso sia stancante dover costruire da sé ed è questo il motivo per cui per loro è più facile dire, in questo caso, Zuzu è Claudia e quindi Claudia è Zuzu.

Un’altra domanda che vorrei farti è su Giorgio, uno dei due personaggi maschili di Giorni Felici. La sua relazione con Claudia potrebbe essere definita una relazione tossica, anche se attraversata da ampie boccate d’amore. Il personaggio di Giorgio infatti è emotivamente impreparato e immaturo nonostante sia un uomo adulto. Giorni Felici, in fondo, è anche la storia di una relazione tra una giovane ragazza e un uomo molto più adulto. Non c’è il rischio, in queste narrazioni, di tirare una riga troppo rigida tra giusto e sbagliato, tra buono e cattivo, arrivando così a considerare dei personaggi – e quindi delle persone – come irrecuperabili? Non si rischia di etichettare una persona come tossica – e quindi da abbandonare a sé – piuttosto che pensare che sia una persona da aiutare per evitare di essere tossico in un futuro?
Il personaggio di Claudia non è un personaggio che condanna. Anche se la sua relazione con Giorgio non è stata felice, quando lo rivede è affettuosa. Lo ama ancora, in maniera differente. Per quanto fossi spinta da un’indole vendicativa, ho cercato di non condannare Giorgio. Il fumetto è più focalizzato su Claudia che cerca di difendersi, come una certa foga animale, da una persona con cui non riesce ad avere un rapporto felice. Non voglio dire che una relazione sia giusta o sbagliata. Giorgio è comunque la storia più importante di Claudia, che l’ha formata e cresciuta e che per certi versi le è stata anche utile per volare (come disegno su alcune tavole). Però a pensarci ad ogni presentazione c’è sempre qualche ragazza che mi dice: «io sto con un Giorgio».

E qualcuna che ti dica: «io sto con un Piero», il ragazzo “buono” di questo racconto?
No, mai successo! Sono un po’ preoccupata in effetti (ride). Tornando alla domanda, mi piace staccarmi da questo bipolarismo tra buono/cattivo, tra giusto/sbagliato. Le persone sono sia giuste che sbagliate, sia buone che cattive. Ci sono relazioni più o meno felici o persone che riescono a rapportarsi differentemente alle emozioni altrui. A me fa ribrezzo la parola ‘amore tossico’. L’amore non può essere mai tossico, l’amore è sempre meraviglioso. Può essere tossico il modo in cui lo viviamo o lo esprimiamo al partner, ma non voglio attribuire questo aggettivo all’amore, mi sembra un’ingiustizia.

Parlando di aggettivi, cosa significa “felice” per te? Quali sono i giorni felici?
Mi piace che felice sia una parola in cui ognuno può vederci una persona, un volto, un luogo. In questo libro ho provato a dimenticare tutto ciò che pensavo della felicità e iniziare a considerarla come vitalità, come essere vivi, sentirsi nel presente. Tutti i giorni – per questo – possono essere felici, anche quelli tristi.

Faccio uno spoiler. Il libro finisce bene. Per quanto si possa pensare ad un finale tragico, ecco spuntare l’happy ending. Come sei giunta a questa scelta? Ho letto che hai riscritto il finale più volte.
Ho riscritto il finale tante volte, è vero, ma il senso è sempre rimasto quello, senza stravolgere la sensazione che volevo dare a chi leggeva. Il finale è la risposta alla domanda, che cos’è l’amore?. Ci voleva del tempo per trovare una risposta. Alla fine mi sembrava che quelle sofferenze, quei dolori provata da Claudia non portassero per forza ad una distruzione. Il suo è un percorso verso fuori, verso l’uscita, verso la vita. Non ho mai avuto dubbi sul finale, non ho mai pensato potesse finir male. Mi sembrava naturale finisse con lei in grado di poter correre, di stare bene. Questo fumetto ha una struttura circolare, termina con il ritorno alla natura e alla tenerezza di inizio racconto. Non è una terra sconosciuta a Claudia, ma una terra promessa che conosceva a cui è ritornata con un’altra forma e un altro stato d’animo dopo questo lungo viaggio del libro.

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