Xhuliano Dule: «Il sogno italiano è che la nonna ti lasci casa» | Rolling Stone Italia
Remuntada

Xhuliano Dule: «Il sogno italiano è che la nonna ti lasci casa»

Nato in Albania, cresciuto nel Veneto «che odia gli stranieri, ma mai quanto si odiano tra loro», dopo la Bocconi e le Nazioni unite è lo stand-up che riesce a scherzare su tutto, anche l'Islam (da musulmano). L'intervista

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati

Xhuliano Dule

Foto: Alan Gelati / Courtesy of Cinemino

Se Roberto Vannacci si trovasse di fronte Xhuliano Dule avrebbe un problema. Perché il comico di origine albanese classe ’92, arrivato in Italia da bambino, diplomato all’Accademia Silvio d’Amico, laureato alla Bocconi e che ha lavorato alle Nazioni Unite, incarna il genere di storie che sfuggono alle semplificazioni. E dopo aver fatto tutto quello che ci si aspetta da un immigrato perfettamente integrato, è diventato uno degli stand-up comedian più politicamente scorretti in circolazione.

Lo incontriamo a Milano dopo il suo spettacolo, Remuntada, in un ostello della gioventù. Si presenta in ciabatte, camicia hawaiana e con una lattina d’acqua in mano. Sembra uno studente Erasmus, non uno che sui social vola battuta (scorretta) dopo battuta e che ha fatto arrabbiare Matteo Salvini, tanto da costringere Diego Bianchi di Propaganda Live a scusarsi. È al tavolo del bar che ci racconta l’infanzia col nonno che canta Bandiera Rossa, il Veneto che odia e bestemmia, un padre che gli faceva scegliere il bastone con cui punirlo, la cittadinanza da conquistare come una medaglia e la sensazione di dover essere sempre migliore per meritarsi il diritto di esistere. Oggi, dopo centinaia di serate l’anno, è uno dei pochi comici capaci di scherzare su tutto: la politica, l’immigrazione, la religione e perfino l’Islam, tema che molti colleghi evitano accuratamente.

In questa lunga chiacchierata passerà agevolmente a parlare da Aristofane a Louis C.K., da Silvio Berlusconi a Daniele Luttazzi, da Albert Camus a Giorgio Montanini, da Gilles Deleuze agli Underdogs. Sempre con una convinzione: se la comicità smette di correre dei rischi, diventa intrattenimento. E a Xhuliano, dell’intrattenimento, sembra importare molto poco.

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati / Courtesy of Cinemino

Xhuliano, qual è il tuo primo ricordo da bambino?
Mio nonno vestito da ufficiale comunista che canta in veneto Bandiera Rossa, con un vecchio del paese che dice: «Va bene albanesi, ma anche comunisti no», con bestemmia.

Com’era l’Italia degli anni ‘90 per chi era straniero?
Un sogno e come ogni sogno una prigione. Mio padre è arrivato in Veneto che era laureato in medicina veterinaria e ha trovato lavoro come operaio agricolo e custode di un vigneto. All’epoca i vigneti non erano roba fancy però, erano fatti di lavoro, sudore e bestemmie. Solo anni dopo mio padre mi ha confessato che il proprietario, per i primi cinque anni, gli aveva sequestrato il passaporto. In pratica in una versione venetissima del caporalato.

Come viveva quella situazione un bambino?
Da un lato alcune famiglie dimostravano solidarietà, solo che ho sempre avuto sfiga perché tutti i nostri benefattori avevano quasi sempre solo figlie femmine: infatti la mia prima bici è stata rosa. L’altra era che le persone ci regalavano qualsiasi cosa, senza immaginare che non tutto fosse utile. Un tizio che ci regalò due cani che, oltre a essere una spesa e dei competitor per i miei pasti, i miei genitori non erano abituati ad avere. In Albania erano più frequenti i cani randagi che erano una delle principali cause di mortalità infantile nelle campagne. L’aspetto comico è che li aveva già ribattezzati Bossi e Fini, in omaggio proprio alla legge che ci rendeva clandestini. Chi passava davanti a casa sentiva un bambino albanese urlare: «Bossi! Fini! Venite qui!».

Nel ’97 è famoso il pianto di Berlusconi dopo l’incontro con i migranti albanesi sbarcati in Italia.
Da allora mio padre non passa giorno senza ricordare quella scena. Io sono convinto che Berlusconi si sia emozionato soprattutto per l’arrivo delle donne albanesi. Allo stesso modo mio padre non perdona a Prodi di non aver fatto nulla, anzi di avergli creato difficoltà. Quando ha cominciato a fare due soldi la sinistra lo ha subissato di tasse. Per mio padre, invece, il Cavaliere si è preso la responsabilità delle sanatorie per i lavoratori stranieri. Tanto che l’ha votato anche alle ultime elezioni, dopo che era morto.

Un omaggio estremo?
Gli ho detto: «Ma lo sai che è morto?». E lui: «Non importa. Ho messo la X, ho scritto Silvio Berlusconi e ho buttato la scheda nell’urna». Non gli interessava neanche che il voto risultasse nullo. Mi ha risposto: «L’importante è che lui lo sappia».

Questo sottolinea i problemi di comunicazione della sinistra.
Berlusconi rappresentava “the italian dream”, soprattutto per gli albanesi. La sinistra non l’ha capito. L’albanese che scappava dal comunismo era attratto dalla possibilità di acquistare liberamente beni che prima erano razionati. Vedeva un self-made man che aveva creato un impero e dava lavoro a migliaia di persone, che possedeva tutto ciò che il capitalismo prometteva. Ai loro occhi era l’immagine dell’autorealizzazione. Infatti lo spettacolo che porto in giro, Remuntada, parla anche della “rimonta” degli albanesi.

Un consiglio non richiesto per la sinistra attuale?
La sinistra ha due problemi. Il primo è che viene ritenuta più responsabile dai suoi elettori che le rompono i coglioni. Gli elettori di destra hanno un rapporto diverso con le promesse, anche quelle non mantenute. I candidati di sinistra vanno alle elezioni con la strana idea di essere “realistici”. Ma se già nelle promesse elettorali non mi fai sognare, la realtà sarà sicuramente peggiore. Fatemi sognare: non dico di provare l’orgasmo con un’Europa degaulliana, ma provate a farmi venire tassando i miliardari.

E forse manca sempre un argomento di cui la sinistra sembra vergognarsi: i soldi.
L’unico argomento di cui la sinistra non parla mai sono i soldi. Non è possibile avere una classe politica che non conosce la scelta che tanti devono fare ogni mese: pagare l’affitto o poter mangiare? Stiamo vivendo in un’allucinazione collettiva. Esiste un intero mondo di precariato, incatenato alle partite Iva, e non siamo capaci di fare squadra. Il capitalismo ha vinto nell’ottica del sogno individuale. Io sono contro gli altri comici, tu contro gli altri giornalisti e così via. Alla fine siamo tutti divisi.

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati / Courtesy of Cinemino

Il Veneto, dove sei cresciuto, è un luogo particolare. Krano ci ha appena detto che non vuole avere più niente a che fare quella terra perché lo chiamavano “No global di merda”. Il tuo rapporto?
Conflittuale, amore e odio. Da bambino, ai compleanni, alcuni genitori venivano in classe a distribuire gli inviti e saltavano soltanto me, ero considerato sporco e cattivo. Succede sempre la stessa cosa: appena arriva un nuovo straniero, diventa più sporco e cattivo di quello precedente. Gli unici che resistono a questo meccanismo sono i napoletani. Tornano sempre, come i vinili.

È ancora così?
No, ma il Veneto è incapace di odiare nel particolare e molto spaventato dall’esterno. Una delle frasi che sento più spesso, quando la gente scopre che sono albanese, è: «Sì, vabbè, ma non tì». L’orda degli unni è sempre rappresentata dagli altri. C’è un concetto storico di arroccamento. È vero che odiano gli stranieri, ma mai quanto si odiano tra di loro. Sono coerenti: il Veneto odia tutti. Sono democratici nell’odio. Un giorno ero a Possagno e ho sentito uno del posto dire a un altro che veniva da Cavaso del Tomba, che dista pochi chilometri: «Foresto de merda, te ghé el permeso de sogiorno? Torna a casa tua!».

Ha avuto anche una mafia autoctona come la Mala del Brenta.
Vedi? Pur di non importare meridionali. È una terra splendida, una delle regioni più visitate d’Italia, ma soprattutto dai tedeschi. Sembra di essere tornati all’occupazione nazista. Non so cosa sia peggio: le divise delle SS o i sandali con i calzini bianchi? E poi non c’è niente di sacro. Neanche Dio, considerando certi intercalari che, lo ammetto, utilizzo anch’io. A volte li uso persino come test nei miei spettacoli. Capisco il fastidio che può provocare la bestemmia, però ne parlava anche Luigi Meneghello in Libera nos a Malo: la bestemmia è la più grande forma di preghiera, perché significa mettersi sul piano dell’amicizia con Dio. Ma è chiaro che se vieni a uno spettacolo di stand-up devi lasciare fuori il sacro e percorrere una terra disseminata di tabù.

Alcuni ancora si indignano agli spettacoli di stand-up.
Ascoltare ogni suscettibilità è come leccare la figa della tua nuova fidanzata con tutte le tue ex intorno che ti spiegano come si fa. Diventa impossibile, no? Al liceo scientifico, quando sono arrivato io, eravamo in tre in tutto al Liceo Jacopo Da Ponte.

Liceo scientifico e poi laurea alla Bocconi?
Una vita fatta di nomadismo. Bologna e poi Australia. In Australia ho anche lavorato e sono diventato un overstayer: sono rimasto oltre la scadenza del visto. Ho trovato lavoro, mi sono innamorato, sono stato tradito e un giorno mi sono svegliato scoprendo che la mia ex mi aveva rubato la macchina. Un’italiana che ruba l’auto a un albanese? Ho pensato: «Finalmente mi sono integrato». Sono tornato a prendere la cittadinanza e in seguito mi sono iscritto alla Bocconi, con un double degree Sciences Po Paris.

Sei un secchione?
Reo confesso. Anche se sempre di nascosto.

Lo studio è stato anche una forma di riscatto?
Sì, in una famiglia di immigrati il primo prodotto dell’integrazione sono i figli. I miei genitori erano entrambi laureati e nell’Albania comunista. Come dice mia madre, il sistema permetteva l’accesso all’università solo a chi aveva una media altissima. Poi non è detto che se studi tanto diventi intelligente. Durante il Covid, a forza di ascoltare il virologo Burioni, ero tentato di diventare novax. È che dall’altra parte c’erano quelli con i cappellini d’alluminio che giuravano di essere stati rapiti da alieni propensi a fare esami alla prostata. Il dilemma era rimasto uno: credere a Big Pharma o a chi crede alla terra piatta?

Da immigrato a italiano regolare e integrato, con un curriculum di studi di alto livello, in pratica rischi un giorno di partecipare a un talk per confutare le tesi di Roberto Vannacci sulla “remigrazione”.
Il fatto che a un comico possa essere chiesto di dibattere con un politico dice di più sul livello della politica che sul livello dei comici. Come diceva Oscar Wilde: «Mai discutere con un idiota. Ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza». Sulle seconde generazioni bisogna fare un discorso complesso. Nel mio caso la rivalsa nasce dal fatto che sono stato costruito fin dalla nascita per essere così. Questo mi ha portato anche tantissimi problemi di autostima. Il mio intero valore è sempre stato basato sul risultato.

Cioè?
Ti racconto questa storia. Mio padre torna dal colloquio per le pagelle, in terza elementare, incazzato come una iena. Mi dice: «Scegli un bastone». E mi mena con quello che ho scelto, perché almeno devi sapere di che morte morire. A un certo punto gli chiedo perché e lui risponde: «Hai tutti buono e distinto, che schifo». Io gli dico che è impossibile, perché avevo tutti ottimo. Mi mostra la pagella e scopro che era dell’altro straniero kosovaro della scuola, ma neanche del mio stesso anno.

Uno scambio di pagelle?
Aveva sbagliato classe e naturalmente nessuno dei professori si era preoccupato di avvertirlo, per loro un albanese valeva l’altro. Quando l’ha capito mi ha detto: «Non è colpa mia, hanno sbagliato loro». Non avrebbe mai ammesso l’errore.

Questa idea per cui l’immigrato deve sempre dimostrare qualcosa di eccezionale per meritarsi l’italianità è una condanna?
Si parla spesso dei requisiti per diventare italiani e dei test di cittadinanza, ma la maggior parte di quelli che li propongono non sanno manco le risposte. Sicuri che tutti sappiano chi è e cosa ha scritto Dante Alighieri? Il meritarsi la cittadinanza è un concetto meritocratico, ma ha un lato negativo. Chi nasce straniero è come se ereditasse una colpa. Questo ti pone fuori dal discorso sociale ed economico. Come si conquista l’italianità se non dipende dal nascere su questo suolo? Forse dal condividere il sogno italiano, cioè che muoia tua nonna e ti lasci in eredità la casa?

E poi c’è la burocrazia, che diventa una forma di esclusione.
Per andare in gita con la scuola per i bambini stranieri devi allertare la questura a assentarti per rinnovare il permesso di soggiorno ogni sei mesi diventa un atto umiliante. Perché un bambino si accorge che quelli in fila sono tutti poveri come lui. Ci sono barriere burocratiche ovunque, persino negli sport. Sono discriminazioni con un costo economico che, per chi non ha agiatezza, diventano impossibili da sostenere. Quindi cominci a non fare una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora, e alla fine la scelta tra diventare un criminale o fare qualcos’altro spesso dipende da due o tre scelte andate bene o male. Io stesso, se fossi finito in certi giri, non sarei andato alla Bocconi ma avrei fatto un master in cocaina. Che forse è la stessa cosa.

L’immigrazione in Europa, non solo in Italia, da alcuni è dipinta come un’emergenza.
L’immigrazione è un’emergenza creata, perché è comodo importare forza lavoro per fare i mestieri che gli italiani non vogliono più fare, che è già un’espressione orribile. Oppure, come dice la sinistra, dobbiamo importare migranti perché siamo in crisi demografica. Ma se io non voglio fare figli? O dovrei andare in giro a ingravidare donne come un toro da monta?

 

 
 
 
 
 
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Dopo tutta questa fatica, tra bastonate e studi, butti tutto all’aria e fai il comico.
È difficile uccidere una versione di sé coltivata per anni. Però mi ero anche accorto di aver vissuto un sogno che non mi apparteneva. Lavoravo per le Nazioni Unite e prendevo gli aerei pensando: «Sarebbe bello se cadesse, almeno non avrei il problema di essermi suicidato». Mi ero iscritto anche a un corso di paracadutismo, tutti tentativi di farmi fuori perché non sopportavo quella vita. Volevo scrivere e alla fine mi sono licenziato. Mi sono ucciso metaforicamente.

Scrittura satirica?
Narrativa e teatro. Mi sono diplomato all’Accademia Silvio d’Amico con Francesca Archibugi, ho lavorato per due anni e mezzo come suo assistente. Ho una formazione teatrale e cinematografica. La stand-up arriva come ancora di salvezza. Stavo affondando. Eccola lì. Ironico che la mia paura più grande fosse proprio la mia salvezza.

È stato quello il momento in cui hai capito che dovevi cambiare vita?
Nel momento peggiore, ma ero terrorizzato. Io ho sempre avuto paura di parlare in pubblico. Talmente paura che la prima volta che ho dovuto farlo, durante una presentazione all’università, ho pensato bene di pippare. È stata anche l’ultima, perché sono epilettico. Io con la droga ho sempre avuto un rapporto “didattico”. In quel periodo leggevo Freud che raccontava gli effetti della cocaina sulle sue conferenze: rilassa e rende tonici. Perfetto! Se lo fa il padre della psicanalisi, chi sono io per contraddirlo? Così alle otto del mattino busso alla porta del mio amico Nick e gli chiedo: «Hai della cocaina?». Lui risponde: «Mercoledì mattina?». Siamo andati all’università e mi ricordo Nick che entra, si guarda intorno, e mi fa: «Chi lo avrebbe mai detto che sarei finalmente venuto a lezione un giorno e che avrei pippato prima di farlo?». La presentazione per me è andata benissimo, ma il feedback che ho ricevuto è stato: ottimi contenuti, esposizione nevrotica e con poche pause. Non sempre i classici hanno ragione.

Gli eccessi hanno fatto parte anche della storia della stand-up. 
È un lavoro dove sei molto solo, soprattutto all’inizio. E sei sempre giudicato. Sei un narcisista con bisogno di attenzione e approvazione, questo è il terreno fertile per la dipendenza. Io, grazie a Dio, mi sono salvato con l’epilessia.

In Italia è stata Satiriasi ad abbattere un muro?
Giorgio Montanini è l’unica vera rockstar della stand-up italiana. A ognuno il suo ruolo e il suo tempo. Certo che quelli che continuano a parlare di Satiriasi mi sembrano un po’ i vecchi custodi dei musei, o i vecchi nelle case di riposo. A volte i tempi cambiano e non serve andare nei podcast a lamentarsi che i tempi stanno cambiando perché non ti piace l’improvvisazione con il pubblico. Imparassero a farla prima di criticare. D’altra parte credo che un comico debba essere consapevole della propria comicità e della nicchia a cui si rivolge. Come nei primi anni del rap. Ma essere street non significa essere i più bravi.

L’eterno dilemma tra il rimanere indie o entrare nel mainstream?
Non è detto che chi rimane nell’indie sia più puro. Dico solo che se uno rosica tantissimo per il successo degli altri forse non è che vuole fare questo lavoro, forse vuole solo il successo. Per quello esistono i talent. Invece noto la tendenza a usare la stand-up come trampolino di lancio per la fama, però non è una grande tecnica fare tre o quattro open mic e poi iniziare a pubblicare video sperando diventino virali. Perchè nella stand-up non esiste l’Auto-Tune.

Una forma di Auto-Tune nella stand-up potrebbero essere gli autori?
Uno stand-up comedian che usa un autore è un attore. E capiamoci, può essere bravissimo ma rimane un attore comico.

Tu non ti affidi a degli autori?
No, perché è un po’ come usare i trucchi nei videogiochi per superare più facilmente i livelli. Però li usano in tanti. Ci sta che uno finisca le cose da dire, ma a quel punto bisogna avere il pudore di ritirarsi, non diventare una triste carcassa che gira sui palchi spiegando cosa si può o non si può fare nella stand-up comedy. Il problema delle regole è che creano dei canoni, ma i canoni non vogliono creare arte, vogliono solamente riprodursi. George Orwell stilò una lista per scrivere bene e l’ultima regola era: infrangere tutte le precedenti. Con la stand-up è lo stesso: i canoni sono fatti per essere superati. È un lavoro lungo, una maratona.

In che fase della tua personale maratona ti trovi?
Spero all’inizio. Solo che questa corsa ti fa perdere molte cose per strada. La domanda che bisognerebbe porsi, quando si vuole fare stand-up, è: hai davvero voglia di fare questa vita? Perché non è tutto palco e applausi. Faccio circa 250 date all’anno, mi perdo compleanni e festività con la famiglia, non vedo i miei amici per mesi se non dopo gli spettacoli. E arriva il momento in cui si stancano di aspettare e diventi una presenza occasionale.

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati

Xhuliano Dule. Foto: Alan Gelati / Courtesy of Cinemino

La prima volta che sei salito sul palco?
Dopo essermi licenziato ed essere stato tradito dalla mia ragazza, non avevo più niente da perdere. Mi sono detto: perché no? Mi sono finto un comico albanese di lungo corso e alla serata in cui ho debuttato, a Roma nel 2019, c’erano Luca Ravenna, Stefano Rapone, Velia Lalli, Saverio Raimondo. Gente già molto rodata. Era un locale che puzzava di sotto-palla di nano del Signore degli Anelli. Era bellissimo, anche perché si poteva ancora fumare dentro. Sembrava di essere nell’America di Lenny Bruce.

Prime sensazioni?
Ero un comico che usava il congiuntivo, che a Roma è qualcosa di stranissimo: lì preferiscono l’imperfetto. Il pezzo andò sorprendentemente bene. E quello è stato uno dei pochissimi momenti di quel periodo della mia vita in cui sono sentito davvero felice, almeno per quei sette minuti. È stato liberatorio. Ancora oggi aspetto il momento di salire sul palco e poi, durante quell’ora e mezza, vivo nel presente. Mi sembra di entrare in contatto con il fanciullo cosmico nietzschiano che danza sul mondo. È bellissimo essere tutti insieme a ridere, sudare, con una stanchezza finale che ha qualcosa di orgiastico. Ogni volta riscopro il rito dionisiaco del teatro. Mi sento uno strumento della parola e smetto quasi di pensare, che a volte è utile. 

Uno degli aspetti più rari della tua comicità è che scherzi sull’Islam. Non hai il timore di ripercussioni?
Chi ha paura muore ogni giorno. E poi sono albanese e uomo, non potrei mai ammettere di avere paura. Le ripercussioni, comunque, ci sono. Una volta un musulmano mi ha scritto: «Spero che ammazzino te e la tua famiglia, Primo Levi del cazzo!». Non avevo mai visto utilizzare Primo Levi come insulto. Ma io sono cresciuto nell’Islam, fa parte della mia vita. Anche se in modalità completamente albanese.

Fammi un esempio.
A sei anni sono con mio nonno Nimet in Albania e lo vedo mangiare carne di maiale. Lo guardo e gli dico: «Nonno, nel Corano c’è scritto che non si può mangiare maiale, o no?». E lui mi risponde serissimo: «Se Allah avesse voluto che io capissi cosa c’è scritto nel Corano lo avrebbe scritto in albanese!». Quindi a me tocca scherzare sull’Islam.

Invece molti altri comici sembrano temere un “effetto Charlie Hebdo”.
Noi albanesi siamo già stati dominati dai turchi per Cinquecento anni e alla fine ci siamo convertiti per non pagare le tasse. Siamo evasori fiscali. Certo, quando sei adulto i musulmani fanno più paura dei cattolici. Questo è vero. Secondo me oggi la comicità è messa sotto esame molto più di altre cose più serie, come per esempio la politica. Perché è più facile intervenire sul linguaggio dei comici che su tutto il resto. E comici e le comiche hanno paura e sono spaventati da tante cose, non solo dall’Islam. Ci sono un sacco di temi che evitano. Per esempio, è difficilissimo fare satira in televisione. Ancora oggi molti si nascondono dietro la scusa che non si possa fare satira politica perché i politici fanno già ridere da soli. Per me è semplicemente che non la sanno fare.

Non si prendono il rischio di perdere una parte di pubblico?
Io quel rischio lo prendo. Perché se la comicità non sfida nulla, allora a cosa serve? Aristofane, ne Le Nuvole, prende Socrate e lo trasforma in uno sciocco sofista, proprio lui che li criticava, che si interroga su come scoreggiano le zanzare. Pensa quanto doveva essere dissacrante al tempo una cosa del genere. Se la stand-up non la facciamo in questo modo diventa intrattenimento, come diceva Carmelo Bene. E io non vorrei mai arrivare a fare intrattenimento. Infatti, molti mi considerano estremo, dark o difficile. Il problema è che io parlo delle mie esperienze e vi assicuro che anche a me piacerebbe parlare delle seconde case in montagna al mare. A volte vorrei non aver vissuto la vita che ho vissuto.

Nella stand-up non si può fare a meno di parlare del proprio vissuto?
Non nella mia, perché la mia vita è un corpo politico in quanto oggetto di “sanzioni” politiche. Ricordo che da bambino c’erano uomini adulti che hanno dichiarato il mio corpo fuorilegge. Clandestino e quindi colpevole. E non posso non avere un punto di vista, anche sull’Islam. Perché è la religione istituzionale che deludo. Io ho il Corano in camera, non la Bibbia. Un giorno ho usato il Corano per fare il filtro di una canna, poi Allah mi ha punito e mi ha fatto diventare epilettico, non posso più fumare. Adesso se la prenderanno anche con voi. Ma non vi preoccupate, sarò tra i primi a scrivere sui social: «Je suis Rolling Stone».

Speriamo di non averne bisogno. Daniele Luttazzi è stato uno spartiacque e ha contribuito al passaggio dal cabaret alla stand-up, ha portato certi linguaggi al grande pubblico e combattuto battaglie politiche. Poi è emerso il tema delle battute copiate ad artisti anglosassoni. Come leggi oggi la sua parabola?
Luttazzi è morto in un incendio che oggi si è spento. Oggi i comici dichiarano pubblicamente di aver copiato pezzi o battute e non succede assolutamente niente. Quindi, se copiare non è più un problema, qualcuno dovrebbe preoccuparsi di avvisare anche Luttazzi. Detto questo, secondo me ha commesso un errore fondamentale: non chiedere scusa. La difesa a oltranza di un errore diventa accanimento terapeutico nei confronti dell’immagine che hai di te stesso.

Quindi anche un comico può chiedere scusa?
Louis C.K. ci ha insegnato che si può chiedere scusa. Se Luttazzi avesse detto: «Sì, è vero, ho copiato. Adesso però provate voi a tradurre quelle battute e a farle funzionare in italiano», forse le cose sarebbero andate diversamente. Per me copiare è una cosa tremenda. E vedo tantissima gente farlo sui social. Però il mondo è cambiato. Oggi ci sono talmente tante informazioni che è impossibile controllare tutto. Una volta erano in tre quelli che parlavano inglese e che potevano verificare. La battaglia era sacrosanta, ma spesso si muore di fuoco amico. E poi, come diceva T. S. Eliot, l’originalità è in parte un mito contemporaneo. Ma se Luttazzi avesse pagato quei comici per le loro battute, sarebbe stato meglio o peggio?

Si riduce tutto a una questione economica?
Forse è stato più hardcore averle rubate a dei comici miliardari senza pagare, invece che a degli autori.

Chi sono i tuoi comici di riferimento?
Per me la comicità è arrivata prima in lingua albanese e poi inglese. Quella italiana non la conoscevo, non avevo la televisione. Quindi Zelig, Colorado, Camera Café non li ho mai visti. I miei riferimenti sono Bill Hicks, Doug Stanhope, Dave Chappelle, Bill Burr, Steven Wright, Eddie Murphy, Richard Pryor, Jim Jefferies, Ali Wong e Sarah Silverman. Per questo ho dei problemi quando vado in tv, qui non ci si può esprimere come in America. In Italia sono innamorato di alcuni pezzi di Giorgio Montanini. A Luca Ravenna voglio bene perché mi ha aiutato a iniziare. E ovviamente ai miei amici di Underdogs: Tiziano La Bella, Serena Bongiovanni, Angelo Amaro e Antonio Ricatti.

Non devono esserci limiti nella stand-up?
In Che cosa può un corpo? Gilles Deleuze sostiene che il concetto di limite nell’arte viene imposto dal committente, non dall’artista. Nel momento in cui interiorizzi i limiti stai già smettendo di crescere. Il problema non è la censura, ma l’autocensura. Pur di emergere oggi siamo disposti ad accettare qualsiasi regola. Ma forse è il momento romperle. Perché la Cappella Sistina è una delle opere più grandi? Perché Michelangelo, pur lavorando in un sistema di rigidi vincoli religiosi, trova il modo di superarli. Nonostante non fosse opportuno rappresentare la nudità in chiesa, mette il pene di Adamo al centro della scena e dice: «Lui non aveva ancora il peccato originale». Il genio è trovare una strada attraverso il limite, non trasformare il limite in una legge morale.

A un certo punto sei finito dentro una polemica dopo una battuta su Matteo Salvini a Propaganda Live, con il vicepremier che ti ha criticato e Diego Bianchi che è stato costretto a scusarsi.
Ricordo che le scuse del conduttore, dopo un pezzo di un comico in televisione, sono arrivate solo per Beppe Grillo e Giorgio Montanini, mi sembra di essere in buona compagnia.

Nessun compromesso è accettabile?
Certo che sono accettabili, ma solo se non vai a modificare quello in cui credi. Io per esempio non andrei mai a un talent e ho sempre rifiutato. A un talent sulla comicità, che ho accettato soltanto perché una delle autrici mi perseguitava da mesi, mi hanno chiesto se avessi un personaggio da supereroe e gli risposto: «Certamente, si chiama Frocioman! Tutto quello che tocca diventa gay». Secondo te mi hanno preso? Se un giorno mi vedrete in un talent significa che avrò davvero bisogno di soldi. L’idea di farmi giudicare da Federica Pellegrini, che passa la maggior parte del tempo sott’acqua e quando emerge non sa neanche parlare italiano, mi sembra surreale. Ma che ne sanno questi di comicità?

Pensi ci sarà mai posto per te in questa Rai, che molti definiscono TeleMeloni?
Guarda che rapporto fantastico c’è tra Giorgia Meloni ed Edi Rama, il premier albanese. Quindi perché no? Tra l’altro la Meloni non lo sa, ma il mio cognome in Albania era Duce. Poi, durante il comunismo, è stato cambiato in Dule. La destra italiana vuole riabilitare il fascismo? Ora può affidare un programma a un Duce albanese che è pronto a entrare nelle case degli italiani.