Marcantonio Raimondi Malerba: «Volete darvi al design? Non studiatelo»

Siamo stati a Cesena nel laboratorio del designer di Seletti, reso famoso dalle "scimmie lampada" e le sedie che germogliano. Un uomo che di certo non ha studiato design per farlo.

Foto di Marcella Magalotti


Vivendo a Milano da molti anni, ho la tendenza innata (e forse sbagliata) di associare il designer al tipo di artistoide con la puzza sotto il naso. Magari anche simpatico, colto e tutto, ma con quella spocchia eterna che prima o poi riesce sempre a farti odiare ogni discorso.

Per prima cosa, Marcantonio Raimondi Malerba prende questi preconcetti e me li disintegra davanti al naso, venendomi a prendere alla stazione di Cesena con un furgoncino Fiat tutto sgangherato (non ha altri mezzi e nemmeno gli servirebbero, dice). «Hai fame?» chiede sorridendo. È mezzogiorno e mezzo, e il treno mette fame. «Va bene, allora ti porto a mangiare la piadina dove so io.» Salgo a bordo del furgoncino—nel gigantesco bagagliaio sballottano qua e là vari oggetti, fra cui una delle sue famose scimmie porta lampadina e un termosifone elettrico—e dopo qualche curva sportiva ci fermiamo davanti allo stadio del Cesena. Lì, un chioschetto di muratura serve, pare, le migliori piadine della città. E sempre lì, aggredendo un crescione alla zucca e patate (una via di mezzo fra una piadina e un calzone) cominciamo la chiacchierata, che prosegue poi nel suo laboratorio.

«Non sono assolutamente portato per la vita d’ufficio» racconta mentre addenta una crudo, squacquerone e rucola. «Sono sempre stato abituato a lavorare con le mani, quindi se passo un giorno a lavorare al computer, arrivo alla sera che mi sembra di non aver concluso niente.»

Frequenta sempre meno il capanno che gli fa da laboratorio, che ormai utilizza solo per creare gorilloni o altre sculture di grosse dimensioni. «Sui gorilla ho l’esclusiva con Armani» racconta. «Quando aprono un nuovo punto vendita me ne commissionano uno, quindi torno nel laboratorio. Sennò sto nello studio che ho ricavato nel soggiorno di casa. Lì ho altri due collaboratori che mi aiutano.» Di sicuro ora si sporca meno le mani, ma non significa che la cosa gli piaccia. Sono state proprio le scimmie come quella nel bagagliaio ad avergli cambiato la visione dell’arte, se non addirittura la vita. È nato nel ’76 a Massalombarda (Ravenna) ma è un fiero cittadino di Cesena praticamente da sempre. Da artista ha sempre avuto il pallino del rapporto fra uomo e natura, e per una concausa di presenza magnetica, fortuna ed estremo gusto un bel giorno è diventato uno dei designer italiani più famosi all’estero, merito anche delle sue famose scimmie e di Stefano Seletti, che si occupa di proporle al mondo.

Piccole sculture con una funzione più che mai pratica di illuminare gli ambienti. Ma per quanto la logica di mercato gli dica di continuare sugli oggetti poco ingombranti e accessibili a tutti (molto in voga anche i topolini), Marcantonio non può che seguire l’istinto. E l’istinto prima o poi lo riporta al laboratorio.

Cosa hai in mente al momento?
Eh, direi sculture di grande formato che hanno sempre a che fare con la luce. Vorrei riuscire a realizzare il collo di una giraffa a grandezza naturale che tiene in bocca un lampadario di cristallo. È lo stesso principio delle scimmie ma a un livello superiore. E magari al posto di farne migliaia ne faccio 12. In generale mi piacciono gli animali iconografici MA ci tengo molto all’originalità.

Sei l’opposto di un manierista, quindi.
Io penso che le cose belle siano già state fatte. Vado al mercatino dell’usato, cerco cose che mi facciano impazzire e magari le reinterpreto, magari partendo proprio dalla funzione. Perché, del resto, se vai in una fiera di design, gli stili sono molto simili. Se prendi un pezzo da uno stand e lo sposti di nascosto in quello a fianco, può darsi che nessuno se ne accorga. Ci sono molti creativi che si limitano a percepire la tendenza e seguirla. Trend creativity, per stare tranquilli. Io invece devo stare male, devo trovare qualcosa che stupisca me per primo. È un’eterna lotta contro i miei demoni. Ma è una fortuna, eh.

C’è mai stato un momento nella tua vita in cui non sapevi come dare sfogo a questi demoni?
Sì, ma ho sempre avuto le idee abbastanza chiare. Sapevo che nella scultura avrei trovato un alleato. Il mondo dell’arte però è difficile. Forse bisogna proprio immaginarlo come branding. Cioè tu promuovi il tuo nome in qualsiasi modo. Una volta che hai un nome puoi fare quello che vuoi, qualsiasi cosa. È brutto da dire, ma fare le cose fatte bene vengono solo dopo che hai una visibilità. L’unico rimorso è che come puoi notare ho poche opere. Non ho quasi più niente di mio, ho venduto tutto. Quello che faccio con le aziende, non mi rimane.

Non ti spiace un po’ questa cosa? Dico non avere un archivio delle tue opere.
Non riesco a starci dietro. Di mio ora avrò una quarantina di pezzi, ma nella vita ne avrò creati centinaia. Quei pochi che ci sono però sono molto importanti. Qui c’è la prima scimmia che ho fatto. Tutte le altre sono create calcando la sua faccia. È una cosa molto interessante perché tenevo molto al fatto che fossero tutte uguali. Se una avesse avuto un occhio chiuso o la bocca aperta, sarebbe stato troppo rumoroso. Ci sarebbe stato troppo casino, anche se sono statue mute. Magari un giorno farò un’edizione limitata in cui hanno espressioni diverse. Per ora non se ne parla.

Come vivi questa differenza fra arte fine a sé stessa e arte “commerciale” come il design?
All’inizio ci pensavo tantissimo. Poi ho cominciato a godere nel momento in cui sono riuscito a portare la mia arte nel mondo del design ma senza alterarla. Effettivamente il design dovrebbe essere più immediato da capire rispetto all’arte, però ormai la vera differenza fra arte e design sta nel contesto in cui presenti l’oggetto e il prezzo a cui lo vendi.

Se un’opera ha una funzione pratica, ci si affeziona di più?
Questo è soggettivo. Può succedere che da un’opera d’arte scaturisca un amore viscerale, cosa che a me succede spesso. L’arte ha un valore assoluto, mentre il design entra nella casa di tutti e ti fa godere dell’oggettività: è una lampada, è fatta bene, è divertente e doverla capire non ti imbarazza. È molto meno impegnativo in termini di emotività, non ti mette di fronte a una tua critica personale. E come ti dicevo, grazie al design io godo. Mi fa godere che una mia statua sia ovunque. E poi è semplice. Io quando ho pronto un prototipo, lo mando a Seletti e il mese dopo è già in produzione. Ma non perché sia Seletti a essere molto professionale (lo è), è solo che se faccio il prototipo io a mano è semplicemente da calcare.

E pure un po’ ironiche, no?
Secondo me, parte tutto dalle esigenze personali. Nel momento in cui fai una fatica, conviene farlo nel modo che te la fa percepire meno. Ecco, l’ironia è un bell’aiuto per me. Qui [indica una gigantesca cassa a forma di suino ,ndr] ci vedo un’ironia anche tragica, come lo sfruttamento dell’animale. Però ti fa sorridere, perché, piaccia o meno, anche i maiali vengono spediti. Ed è solo guardando altri artisti e studiando l’arte che riesci ad assimilare questo aspetto. Poi puoi scegliere di non trattare certi temi che per altri artisti che stimi sono fondamentali. Per esempio io non faccio robe drammatiche.

Quali sono i tabù nelle tue opere?
Mi tengo lontano sicuramente da guerre, tecnologia. Però sta tutto nel modo di trattarlo. Con Seletti per esempio abbiamo creato una serie di oggetti che si ispira alle ceramiche di Capodimonte, quindi tutte bianche coi fiorellini, però sono motoseghe, manganello, accette, pistole. Oggetti violenti. Oppure oggetti belli che servono ad abbellirne altri brutti. Avevamo creato queste roselline di ceramica magnetiche, quindi potevi rendere gradevole anche un boiler.

I fiori magnetici

I fiori magnetici

Esiste un animale che non faresti mai? Perché lo odi o magari ne hai la fobia.
Guarda, dopo che fai l’uomo puoi fare qualsiasi cosa.

Risposta perfetta. Prima mi parlavi degli artisti che ti hanno ispirato. Quali sono? Alcuni tra l’altro li hai proprio citati come Magritte, a cui hai dedicato un portaombrelli.
Mi piacciono il Dadaismo, Duchamp, ma anche Magritte, così come Rauschenberg. Lui mi dice: “Puoi trovare la bellezza di fianco al cassonetto” puoi dare luce a ciò che non brilla. E io questa cosa me la tauerei. Se uno va al Resort di lusso in Tailandia, di quel paese non scoprirà nulla. Se invece uno finisce in un locale tipico e spende 6 euro per una cena, non è che gode del risparmio, è che hai mangiato da Dio spendendo 6 euro. È quella la magia. Se tu una cosa di valore la crei partendo da vecchi sassi incastonati in un tavolo, allora hai fatto una grande cosa. Siamo capaci tutti a creare cose di valore partendo dall’oro e i diamanti.

Magritte invece?
Magritte mi fa impazzire perché è surreale, molto ironico. Dalì invece non mi piace perché è trascendentale, troppo specifico. O ti piace la sua visione oppure non riesci a entrarci dentro. Gli altri ti danno delle chiavi di lettura. Rauschenberg ti dice: “Oh, guarda che è bello tutto, basta solo avere l’occhio giusto.”

E con l’occhio giusto ci devi nascere oppure ti viene con un po’ di pratica?
Sicuramente ci nasci. Nel senso che la sensibilità artistica può essere affinata, però l’odio verso le convenzioni è innato. Io non sono disposto ad accettare che mi si dica cosa è bello e che me lo si faccia pagare. Scappo proprio da questo: lo status symbol, la macchinona, i vestiti firmati. È assurdo che la gente si omologhi alla moda per sentirsi originale. È un controsenso. Però, l’appartenenza al gruppo dà sicurezza.

È un istinto ancestrale, perché chi si allontana dal branco di solito muore.
Bravo! È rassicurante. Io ho fatto questo ragionamento: se vado a propormi a un’azienda col macchinone, tutto tirato e di bell’aspetto, l’art director magari sceglie il mio prodotto ma lo sceglie con una mente “collettiva”. Se invece vado vestito di merda e con una macchina del cazzo, lui deve scegliere da solo, deve sobbarcarsi questa scelta da solo. Io sono alla ricerca della verità, alle volte metto quasi in difficoltà le persone per percepire che sia vero .

Metti mai in difficoltà anche te stesso?
Ah, beh, sì. Altrimenti mi sarei accontentato di un altro lavoro, più semplice. Ora sono molto contento, ma la mia paura è di rilassarmi troppo. Di perdere quel fuoco.

Finché hai questa paura sei al sicuro.
Sì, e la verità io la trovo nella natura. Animali, piante, elementi. La natura ha inequivocabilmente ragione, sempre. E odia ogni cosa che abbia a che fare col pensiero, con le strutture umane.

Prima parlavamo di designer e artista. Sei diventato prima uno per diventare l’altro o viceversa?
Ho iniziato studiando Belle Arti, non ho mai studiato da design. Anzi, all’Accademia c’era un corso di design e ti giuro che è stato il corso dove ho faticato di più per avere la sufficienza. Quindi voglio dire a tutti: non andate a fare corsi di design se volete farlo per lavoro. Si impara soltanto a usare il computer, non a farsi venire idee. Sono le idee che funzionano, non le skills al computer. Comunque ho sempre voluto fare l’artista, però percepisco la potenza dell’oggetto quotidiano. Tu lo metti lì sul tavolo e lo vedi e lo usi finché non muori. C’è un rapporto unico con l’oggetto di design. Quindi l’amore per il design già ce l’avevo inconsapevolmente. Appena mi ci sono affacciato, ho visto che mi divertiva e l’attitudine è molto più leggera, l’approccio è più spensierato rispetto all’arte. E poi, se come me parti da un oggetto vecchio per crearne uno nuovo, è come se fosse più completo.

Insomma, nel design ci sei capitato per caso.
Diciamo di sì. Sono state le sedie con germoglio a cambiare il gioco. Nelle gallerie d’arte mi facevano i complimenti ma nessuno le comprava. Un giorno mi sono detto: “Proviamo col Salone del Design”. Le ho vendute tutte.