Nonostante appartenga alla generazione cresciuta con un telefono tra le mani, mi capita di trovarmi confusa davanti ai meccanismi di Internet più spesso di quanto mi piacerebbe ammettere, persa di fronte a concetti che mi appaiono noiosi o impenetrabili o troppo complessi per tuffarmici riemergendone con una risposta soddisfacente. Per Mindy Seu, artista, professoressa e ricercatrice, autrice di Cyberfeminism Index (2023) e del più recente A Sexual History of the Internet, riflettere sul tema insieme a persone che vivono il rapporto con la tecnologia in maniera simile è una sorta di missione. A Sexual History of the Internet è il suo libro più recente, un saggio, esperimento finanziario e performance corale, pubblicato nel 2025 e portato in un tour internazionale, che a luglio ha fatto tappa presso lo spazio Section 80, a Milano.
Sotto le luci rosse del bar, Mindy Seu ha camminato avanti e indietro tra le file dei presenti, lasciando che fosse lo scorrere delle storie Instagram in evidenza dell’account A Sexual History of the Internet a scandire il ritmo di lettura, flashando sui volti dei presenti e stordendoli di tanto in tanto con vampate di volume. Divisi per gruppi, ognuno aveva il compito di leggere ad alta voce un passaggio, in una sorta di teatralità da coro greco. Una delle prime frasi che si incontrano nel libro e nella performance è la citazione di un’amica dell’autrice, Melanie Hoff: «Your phone is a sex toy». È anche uno dei concetti-base da cui si dipana la riflessione di Seu: quel modo in cui la tecnologia diventa un’estensione della nostra personalità e del nostro corpo includendo, ovviamente, la sfera intima e sessuale. Che ci piaccia o no, è anche attraverso i device che coltiviamo l’emotività. Eppure, suggerisce Mindy Seu, la società è attanagliata da una sorta di vergogna nel riconoscerlo.
«Non credo venga nascosto intenzionalmente. In questo caso mi rifaccio alla citazione secondo cui, per disimparare qualcosa, bisogna prima averla imparata», mi spiega con lucidità quando la raggiungo in videochiamata, qualche giorno dopo la performance. «Penso che il passaggio all’età adulta sia un esercizio costante al disimparare, e che alcune persone non abbiano davvero gli strumenti o non siano state spinte a farlo. Quindi, se ci concentriamo solo sulle convenzioni, allora dovremmo tutti essere fortemente condizionati da un impulso nazionalista, motivati dal capitale, o da tutte queste cose che ci sono state insegnate come molto importanti. Ma quando inizi davvero a mettere in discussione lo status quo, capisci intuitivamente che esistono alternative, e che il presente in cui viviamo non funziona. Puoi scoprire nuovi modelli, iniziare a vedere i precedenti storici di strutture sociali altre, capire perché sono più vantaggiose per tutti».
In altre parole, Mindy Seu spiega che chi non si interroga, né informa, non riconosce determinati meccanismi: non è una negazione volontaria, quanto una mancanza. Per sopperire a una sorta di vuoto di pensiero critico, Mindy Seu ha raccolto molte opinioni ed esperienze, citazioni che permeano A Sexual History of the Internet. Sono le più varie e disparate possibili: dall’esperienza personale dell’autrice a quella di diverse sex worker, poi ancora collettivi di attiviste e accademiche. C’è la testimonianza dell’artista canadese Sarah Friend, che esplora il tema del consenso e dei deepfake raccontando la sua iniziativa “Prompt Baby”, basata sulla vendita di NFT creati mescolando la propria immagine e le richieste dei clienti; c’è quella del collettivo catalano GynePunk, che porta alla luce la storia di tre donne, Anarcha, Lucy e Betsy, sottoposte senza consenso a esperimenti ginecologici. Con il loro corpo hanno contribuito allo sviluppo della medicina moderna, ma non è mai stato dato loro credito.

La performance di ‘A Sexual History if the Internet’ a Milano. Foto cortesia
«Sia che si tratti delle donne o di altri gruppi, occorre riflettere su chi viene riconosciuto come autore del lavoro. E sul perché, in altri casi, quel lavoro non venga considerato legittimo. Molti degli esempi presenti nel libro rivelano in qualche modo diverse versioni di questo fenomeno, concentrandosi principalmente sullo sfruttamento dei corpi delle donne, o addirittura sulla mancata attribuzione del merito per il loro lavoro e ingegnosità».
Queste considerazioni sull’attribuzione e sul merito hanno portato Mindy Seu a ideare un modo diverso di retribuire chi viene citato in A Sexual History of the Internet. Il 30% di tutti i profitti del progetto viene ridistribuito a coloro che sono stati citati nel libro, così che chiunque ne faccia parte, circa una trentina di persone, riceva una quota equa. Mindy Seu riflette: «Il femminismo considera la citazione come la più grande tecnologia femminista, e sottolinea che la storia non si fonda su singoli eroi o vincitori, ma piuttosto sul gruppo di persone che l’ha resa possibile. Quindi penso che si tratti semplicemente di cercare di parlare di tutti i diversi filoni che portano alla nascita delle idee e di ridefinirne il significato».

La performance di ‘A Sexual History if the Internet’ a Milano. Foto cortesia
Tra i significati più sfuggenti del mondo tecnologico c’è, senza dubbio, quello di algoritmo: una sorta di mulino a vento contro cui combattiamo senza accorgerci del suo essere, semplicemente, il riflesso della nostra società. Per ogni capezzolo censurato e razzista lasciato libero di esprimere la sua opinione violenta, la colpa non è di un malfunzionamento tecnico, ma di una consapevole scelta umana. Ci sarà mai un mondo in cui Internet sarà regolato da un’alternativa etica?
«Dobbiamo prima di tutto concentrarci su quali sono le motivazioni alla base di questi vari strumenti. Gli algoritmi che incontriamo sono motivati principalmente dalle vendite, dalla velocità, dai clic, quindi finiamo per vedere contenuti che enfatizzano ciò che già conosciamo e ci piace, che ci spingono in un vortice senza fine, creando le echo-chamber. È evidente che questi meccanismi siano principalmente guidati dal capitale, ma penso che ci siano modi per creare algoritmi che fungano da contrappeso. Dipende semplicemente dal creatore, dall’impulso, dall’azienda principale, cose del genere. Certamente, gli algoritmi potrebbero essere creati per favorire la complessità o l’esposizione a persone con opinioni diverse».

La performance di ‘A Sexual History if the Internet’ a Milano. Foto cortesia
Ma come si fa a uscire dalle echo-chamber che costruiamo noi stessi, come possiamo rendere l’ambito processo di decostruzione, o del disimparare, più democratico? Le chiedo in che modo sia possibile far fuoriuscire questa conoscenza, questo pensiero critico tecnologico, dalle Università, dai circoli accademici o da quelli della Milano-bene.
«Penso che ci siano tantissimi modi per affrontare la questione. Per esempio, io insegno alla Università della California di Los Angeles, e so bene che il mondo accademico è sempre stato, storicamente, un ambito di privilegio. In passato, l’istruzione era riservata solo all’élite, ma persino oggi è molto facile prevedere la percentuale di persone provenienti da diversi gruppi demografici che finiranno all’università o che eccelleranno dopo gli studi. Quindi penso che questo sia un fattore. Un altro fattore è l’esistenza di un linguaggio esclusivo. Per questo pubblicare nell’ambito della cultura popolare è molto importante, perché permette di inserirsi in un discorso più ampio. E inoltre dà il permesso di affermare che un’esperienza vissuta è valida quanto una citazione accademica. Ed è quello che cerco di fare nel libro, bilanciando le due realtà, entrambe fondamentali quando si sviluppano nuove strutture di conoscenza».










