La storia di Sofia Ninova è una che si sente spesso, e che è sempre diversa. Classe ’02 (sì, vuol dire 2002), dalla cameretta in casa dei suoi genitori comincia a editare video. Li carica su internet e qualcosa, a un certo punto, esplode. Funziona. Sofia Ninova diventa il nome di fiducia per i lyric video di molti big names nella industry musicale. E la sua carriera è solo appena iniziata.
Il punto è che, di solito, queste storie collegano l’Ohio, o qualsiasi Stato “secondario” degli US con i grandi poli delle due coste. In questo caso, la connessione è più astrusa che Napoli-New York. Perché siamo in Italia, in un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Dove non c’è niente, solo la casa di Sofia, che al secolo di cognome fa Garbati, e il ristorante dei suoi genitori. In cui passa la maggior parte del tempo dell’infanzia e di parte dell’adolescenza. E da cui, per “ammazzarlo”, guarda tanta, tanta MTV.
Comincia così, in una famiglia insospettabile e priva di legami con il mondo della discografia, la storia americanissima dell’italiana Sofia. «È sempre stata una questione di indole, per me. L’arte mi ha accompagnato da sempre come espressione della mia identità. Ed è stata pure un gancio per tirarmi fuori da periodi parecchio bui della mia vita».
Con Sofia ci sentiamo al telefono. Il suo è un caso interessante, e voglio capirci di più. Dunque è vero, che vive ancora un lato luminoso di internet, bright side of the moon su cui i sogni possono essere realizzati, e non azzoppati, anche dall’ambiente online?
«I video musicali e la musica sono stati sempre dei compagni fidati, per me. Hanno alleggerito la mia solitudine. Quindi ho sviluppato un interesse, e una passione personale, all’intersezione tra arte visiva, musica e cinema. In realtà ti direi che avrei desiderato tanto avere la possibilità di conoscere il mondo del set dal vivo, nella vita reale. Ma il posto dov’ero nata me lo rendeva difficile. Comunque questa necessità di espressione artistica per me era più forte di tutto, e ho sempre cercato, e trovato, il modo di tornarci». Quindi, Sofia si costruisce il set in casa sua.
«Ho cominciato a sperimentare seriamente con una piccola telecamera, avrò avuto dodici o tredici anni. Dirigevo dei cortometraggi molto corti e mi facevo aiutare da una mia amica, che aveva una casa delle bambole. Le protagoniste ovviamente erano loro. Anche lì, alla fine, stavamo già girando delle specie di video musicali».
Questo, però, è solo il primissimo inizio. La strada comincia a pavimentarsi in un altro modo. Sofia mi avverte: ora sarà molto vulnerabile con me. Un po’ mi allarmo, ma poi capisco. E comprendo. «Allora: devi sapere che, non so, sempre verso i dodici anni avevo aperto una fanpage di Favij. Ogni giorno tornavo da scuola, guardavo l’ultimo video che aveva caricato, lo scaricavo da YouTube e facevo dei piccoli edit di effetti e montaggio. E lo caricavo sul profilo della fanpage. L’ho tenuta fino ai… sedici anni circa». Piccola nota: sì, Favij è proprio lui, Lorenzo Ostuni, classe ’95 antesignano degli YouTuber. Uno che ha aperto il canale nell’era in cui andavano forti le parodie e i giochi al limite del possibile. Un today’s special, comedy show senza bisogno di un teatro. YouTube, quello bello, era anche e soprattutto questo (oltre alle ricette di cucina amatoriale!).
Sia come sia, Sofia sviluppa le sue abilità di animazione così, grazie a un tizio con belle intuizioni per cui probabilmente tutte le sue amiche avevano una cotta. «Avevo anche cominciato a fare edit 3D delle sue clip, insomma, lavoravo con costanza. E credo che proprio la costanza sia anche parte della routine di un creativo. Mi è servito molto».
Dopo la fanpage, un piccolo iato. Creativo e anche, in un certo senso, personale. Disturbi del comportamento alimentare, un periodo d’adolescenza nero. Tornare a creare l’ha aiutata a superarlo. «Non scherzo se dico che l’arte mi ha salvata. Investire tempo ed energie mentali in qualcosa di più grande di me mi ha aiutato a ripartire». Nel frattempo è nato e cresciuto TikTok. Sofia trasporta il suo formato di videoediting (che forse potremmo pure chiamare transcreazione) sulla piattaforma cinese, e comincia a lavorare con i video musicali delle canzoni che le piacciono. Il punto di svolta arriva con Driver’s Licence di Olivia Rodrigo: «Il singolo stava spaccando, era una sensazione. Era già virale su TikTok, ma non era ancora uscito il lyric video. Così l’ho editato io amatorialmente e l’ho pubblicato sul mio profilo personale. È andato virale a sua volta, a un certo punto anche Olivia stessa ha commentato dicendo che lo adorava. Il giorno dopo, il suo team alla Universal mi ha contattato, commissionandomi la realizzazione di un lyric video del singolo».
Sofia aveva diciassette anni, non ci ha capito molto per un attimo, e poi ha saltato due settimane di scuola per consegnare un lavoro perfetto. E quando incroci la carriera di Olivia Rodrigo, catalizzatore di destini incrociati e molto attenta a trattare al meglio i suoi collaboratori, come si è visto anche in occasione del suo ultimo tour, con il supporto psicologico offerto gratuitamente al suo team – be’, puoi dire di aver fatto centro. «Io l’avrei fatto gratis, e invece mi stavano offrendo un vero ingaggio. Incredibile». Era l’8 marzo 2021, e la carriera di Sofia Ninova stava cominciando.
A proposito, le chiedo, ma come mai Ninova? «È il cognome di mia madre. Ho scelto il suo perché desideravo staccarmi dalla Sofia che c’era stata prima, quella che aveva dovuto tirarsi fuori da un periodo difficile, e anche quella più bambina. Stavo entrando in un mondo tosto, e avevo bisogno di una persona, in senso latino, che fosse forte abbastanza».
Da lì, altri nomi sono arrivati: Ariana Grande, Nicki Minaj, Ari Lennox, John Elton e Brandi Carlisle, per esempio. Tanti l’hanno contattata per realizzare i lyric video di singoli o interi album. Di Ari Lennox, tra l’altro, ha curato la direzione creativa del nuovo disco, uscito a fine gennaio, Vacancy. «Di italiani mi ha dato questo tipo di fiducia anche The Night Skinny, con cui ho collaborato per Containers». Tra gli altri si trova Tredici Pietro, che le ha affidato 3D e VFX per il video di Uomo che cade, brano che ha portato in gara all’ultimo Festival di Sanremo. Per ora, però, vale sempre che nessuno, in patria propria, è profeta. Specie se si tratta dell’Italia. «Devo dirti che cerco di non pensare molto a questa differenza culturale tra Italia e Stati Uniti, dove anche qualcuno che non ha già una carriera consolidata nella industry può aspirare a fare qualcosa di bello. Però è evidente che tutti i miei clienti o quasi siano negli States. E a volte mi sono chiesta se il fatto che io sia giovane, e che sia una donna, dia di me un’immagine poco affidabile». Come ti entrano i tarli nella testa, e invece bisognerebbe solo creare, e quello lasciar parlare.
Al momento, comunque, Sofia si trova ancora in Italia, per quanto lavorare sul fuso orario americano, così da ricevere riscontro dai clienti, sia complicato. Il futuro è ancora da scrivere, e spera che comprenderà anche collaborazioni con due nomi in particolare: Dua Lipa e Addison Rae. «Mi connetto molto con la loro musica. Per me è fondamentale ed è quasi serendipico: ogni volta che mi viene chiesto di lavorare con un artista, o su un brano particolare, c’è qualcosa che lo connette a un certo momento della mia vita. Mi è successo soprattutto con Ariana Grande. La musica è anche la prima fonte d’ispirazione, quando creo i miei video. Ascolto il brano tanto, davvero tanto, e comincio a costruire un mondo che lo possa circondare. E ci metto sicuramente un po’ di primi Duemila, periodo che mi ha influenzato molto, artisticamente parlando».
Si nota: guardando i lavori di Sofia Garbati aka Ninova, l’impressione è già quella di un retrofuturismo, e sarà anche lo zampino della pienissima Generazione Z a cui appartiene. Driver’s Licence si muove sulla falsariga dei ricordi da sweetheart, l’atmosfera è quella di chi, con nostalgia, ripensa a un periodo della propria vita in cui era più giovane e illuso. Anche nel video di We Can’t Be Friends by Ariana si gioca sul filo rosso dei ricordi, che riemergono in forma di polaroid per narrare la nostalgia di un amore vissuto, perso, ancora voluto. In uno dei lavori più recenti di Sofia, il lyric video di Twin Flame di Ari Lennox, ci troviamo in un motel fané dove tutto potrebbe accadere, dall’incontro con l’amore della nostra vita a un secret affair, o forse un delitto.
È tono su tono, la narrazione di Sofia. La sua reinterpretazione è mimetica delle tracce che segue, e sembra anzi voler far riemergere il nucleo dei brani, sepolti da strati di trucco, parrucco, coreografia e ascolti distratti su Spotify. «Credo che il lyric video sia per i fan veri, senza essere fan service. Piace a chi è saturo dell’industria musicale piena di release ogni giorno, a chi vuole tornare all’essenza delle canzoni. Dando molta importanza alle parole del testo, questo diventa più facile. Ci si può davvero fermare ad ascoltare ciò che l’artista sta cercando di dirci».
Ma questo non vuol dire che la giovane, seppur ben determinata e consapevole, Miss Ninova non abbia un proprio stile distintivo. Tutt’altro, come dicevamo. E la sua community di affezionati glielo riconosce, segnalandole quando crede di vedere sue citazioni in lavori altrui, e apprezzando particolari tratti della sua produzione.
Forse ha a che vedere anche con quel tipo di connessione ulteriore di cui Sofia mi ha appena parlato. Quella che riguarda, certo, il video-con-le-scritte-dell-canzone-sopra, ma si tratta solo di sintomo. Mi sembra che qui ci sia in gioco anche quel tipo di relazione parasociale che investe chi crede di conoscere il proprio beniamino, spesso artistico, perché si riconosce in ciò che canta e comunica.
Probabilmente sta capitando anche a Sofia, e chissà se questa ragazza delle Marche se lo aspettava. Noi saremo con lei, a guardare il futuro.










