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Saverio Raimondo, canzoni per chi ha (ancora) voglia di ridere

Esce ‘Live a Studio 33’, il primo comedy album del comico romano. Che non si tira indietro di fronte ai nuovi tabù e rifiuta un mondo in cui non si può più ridere di niente. Ci abbiamo fatto una lunga chiacchierata

Foto: Simone Cecchetti

Mi chiede, Saverio Raimondo, se il suo disco (Live a Studio 33, esce il 20 gennaio in tutti i posti dove oggi si ascoltano i dischi, e pure in vinile) mi ha fatto ridere. Gli rispondo di sì, soprattutto il finale su Emanuela Orlandi nel primo singolo, Trasloco: ero in bici, gli dico, e stavo per cadere. «E hai visto l’effetto di quella battuta? Hanno riaperto il caso in Vaticano». Un po’ come Sulla mia pelle con Cucchi, faccio io, ma poi penso che – almeno nel trascrivere l’intervista – mi dovrò autocensurare: questa cosa non si potrà scrivere mai. Conveniamo che no: si può (si deve) dire tutto, soprattutto quando si ha a che fare con Saverio Raimondo, altrimenti cosa si è comici a fare, cosa si è scomodi (qualsiasi cosa significhi) a fare. Live a Studio 33 è un disco vero: 10 tracce che si possono ascoltare come canzoni, anche se lui mica canta (peccato: all’inizio mi aveva illuso). Ed è anche un’operazione inusuale, nel panorama della stand-up comedy italiana di oggi.

Anche se, in realtà, questa dei dischi è una roba vecchia come il mondo. Quest’estate da Amoeba Music a San Francisco ho comprato questo vinile (glielo mostro) con alcuni dei primi pezzi comici di Woody Allen. Peraltro a soli 4 dollari e 99. È la tua speranza: essere venduto, tra cinquant’anni, a meno di 5 euro in un negozio di dischi (se ancora esisteranno)?
Fra cinquant’anni a 4,99, be’: ci metto la firma. È la miglior promessa di immortalità che si possa fare oggi come oggi, con l’inflazione in corso. Secondo me però mi fermo a 3,80.

Mi hai illuso: quando mi hanno detto “Saverio Raimondo fa un disco” io pensavo che avresti proprio cantato, e invece niente. Poi, quando mi hanno mandato le tracce e ho visto che l’ultima s’intitolava Ti amo, ho sperato che almeno quella fosse una cover di Umberto Tozzi. Neanche. Diciamo che è semplicemente un’evoluzione dei podcast che ormai fanno tutti – persino io, pensa te.
È vero che oggi c’è un mercato dell’audio rinnovato dal fenomeno dei podcast. Ed è vero che oggi chiamiamo podcast una cosa che si faceva già prima in altre forme, la radio su tutte: ma va bene così. Il comedy album è una cosa per certi aspetti molto vintage, come mi confermi tu col tuo vinile, ma il mio non vuole assolutamente essere un’operazione nostalgica, ma, anzi, totalmente contemporanea. Di più: come al solito nel mio caso, è un’operazione avanguardistica. Il comedy album in Italia è una cosa che praticamente nessuno ha mai fatto, forse anche perché la scena della nostra stand-up è ancora molto giovane. Ma secondo me è un mezzo molto efficace per la stand-up comedy, la dimensione dell’audio evoca quell’atmosfera che secondo me il video non riesce a dare. Il comedy album è il miglior derivato possibile del live, restituisce la forza del live molto più dello special filmato alla Netflix, per capirci.

Quelli in effetti ci hanno – o almeno mi hanno – annoiato assai.
Diciamo che, visivamente parlando, gli special ormai sono molto standardizzati. E poi una volta uno special era davvero uno special, lo facevano pochissimi comici. Adesso lo fanno tutti.

Come San Siro.
(Ride) Sì, basta avvicinare il palco e lo possono fare tutti. E te lo dice uno che lo special su Netflix l’ho fatto, nel 2019. Ma ecco, ora mi pareva molto inflazionato, non volevo rifare la stessa cosa. Mi piaceva l’idea del disco, e il fatto che possa essere ascoltato così come si ascoltano le canzoni, anche solo un paio, scegliendole a caso.

Foto: Simone Cecchetti

Sono tracce ciascuna a sé, ciascuna quasi un micro-genere. Una struttura molto diversa, in effetti, rispetto a quella a cui lo special comico per così dire “narrativo” ci ha abituati.
Questa dimensione frammentata è la stand-up che rivendico. Non mi piace quando si cerca necessariamente e in maniera molto coerente ed esplicita il filo rosso che lega tutto. Al contrario, mi piaceva molto come venivano fatti gli spettacoli prima della moda degli special, cioè in maniera molto più rapsodica. Per me fare stand-up comedy è molto più simile a fare musica dal vivo che l’attore a teatro: salgo sul palco e suono i miei pezzi, il mio strumento sono le parole, la mimica, la mia voce. Il mio songbook è il mio repertorio. Nei miei spettacoli cerco sempre una varietà di toni, di registri, non quel collegamento ferreo tra un pezzo e l’altro.

Che ormai è diventato un cliché. Tornando alla “narrazione” dello special di oggi, sappiamo benissimo che, al 52esimo minuto, tornerà il tema affrontato all’inizio del monologo. Ok, l’abbiamo capito che siete capaci di fare la struttura circolare.
Eh sì, i manuali di scrittura li abbiamo letti tutti (ride). Anche per questo volevo tornare a una dimensione dove devi far davvero vedere ciò di cui sei capace.

Non voglio farti la solita domanda del cazzo – “Cosa non si può più dire oggi?” – o almeno diciamo che te la giro diversamente. In quanto maschio bianco etero, che è anche il titolo di una traccia, oggi per un comico è obbligatorio affrontare i temi del “Dibattito”?
No, se mai mi diverte parlarne. Ho sempre interpretato quello che faccio in senso istintivo, quasi addirittura posturale prima che intellettuale. Ho sempre voluto andare a toccare i fili scoperti, è quello che faccio da sempre e quello che dovrebbe fare un comico satirico: tu vai dove c’è un tabù. In questi anni abbiamo appreso che ci sono dei nuovi tabù, e sono felice di questo: un cambio di repertorio, che bello! Perciò non lo faccio come obbligo, ma per divertimento. È una provocazione, però – almeno nel mio caso – mai fine a sé stessa.

Dici, nel disco, che non hai mai molestato nessuna donna. Però lo sai che dire in pubblico che ora hai il cazzo brizzolato (ti sto citando: voglio rassicurare i lettori) per alcuni può valere come molestia?
(Ride) Lo so, però credo che il problema vero è che stiamo vittimizzando qualunque cosa. I molestatori sono sempre quelli, il problema sono le vittime che si sono moltiplicate, ma perché appunto stiamo vittimizzando tutto e abbiamo trasformato l’essere vittima in uno status symbol. È una cosa che ti devi quasi augurare nella vita: siamo tutti a caccia di un trauma, essere senza un trauma oggi è come stare senza uno smartphone.

Il principe Harry insegna.
Risponde al canone, sì. Siamo tutti d’accordo che il modello dell’eroe bello, fisicatissimo, oggi ahinoi è inadeguato: e io ne so certamente qualcosa. Però non mi va nemmeno di dovermi identificare necessariamente in una vittima. Io penso che mediamente siamo tutti sia vittime che carnefici, e che possiamo essere semplicemente più o meno complici dell’una o dell’altra cosa.

A volte penso che il sentirsi tutti vittime sia il risultato dell’aver smesso di ridere di noi stessi.
Il grande equivoco è pensare che ridere di una cosa significhi sminuirla. Al contrario: significa prima di tutto affrontarla e comprenderla. Uno degli strumenti più efficaci, più animali, per poter affrontare la realtà è riderne. Ed è proprio quando una cosa è brutta che dobbiamo ridere: il mio lavoro sarebbe far ridere dove non c’è niente da ridere, dopotutto.

Foto: Simone Cecchetti

Ti definisci, nel disco e nella vita, un ansioso professionista. A un comico stand-up fa aumentare l’ansia il fatto che oggi siano TUTTI diventati comici stand-up?
È una moda, certo, ma anche l’effetto di un successo. Però credo che il picco massimo sia stato raggiunto: a breve i tiktoker supereranno noi stand-up, prepariamoci al sorpasso. Comunque no, non mi mette ansia. Più che altro perché non sono una persona competitiva, men che meno nel lavoro. Probabilmente perché sono troppo egocentrico, troppo interessato a quello che faccio io.

Si sa che, nei piccoli di statura, l’ego è molto sviluppato…
Infatti io ho un ego talmente grande che il resto del mondo, banalmente, non mi interessa. Non mi interessa quanto pubblico fanno i miei colleghi. Una cosa che ho notato non solo nel mondo della stand-up, ma anche e soprattutto nella musica, è questo promuovere non tanto i live quando escono le date, ma quando le date diventano sold out, cioè quando io il biglietto non lo posso più comprare. È tutto un promuovere i sold out. Ma a me, da comico e da spettatore, non interessa quante persone sono entrate a vedere uno spettacolo, ma come sono uscite. Non importa quanti spettatori ci sono, ma in quanti hanno riso. Questo secondo me è il nostro lavoro.

Un’affermazione da ultimo dei romantici quale in effetti sei. La citata Ti amo, che chiude il disco, è un po’ la tua ballad.
Sì, il lento. E sì, sono effettivamente l’ultimo dei romantici, e quindi anche il primo degli stronzi. È così che funziona.

Un altro paradosso: si moltiplicano gli spettacoli di stand-up, le occasioni per ridere, ma sembra che la società ci abbia inibiti al riso. Che ridere di certe cose (tutte?) oggi sia peccato.
Nella peggiore delle ipotesi, è comunque una cosa che mi affascina. E cioè che il riso possa diventare una sorta di vizio privato. È bello, è promiscuo. Forse in futuro ci si vedrà in certi posti solo per ridere: è quell’atmosfera da club che rivendico. Probabilmente è vero: stiamo perdendo una dimensione collettiva della comicità, un senso dell’umorismo condiviso. Ma stiamo tutti riscoprendo la comicità come fatto privato, come fattore di condivisione tra singoli individui. Da romantico qualche sono, ti confesso che non mi dispiace così tanto come scenario. Anche perché qualunque battaglia culturale si stia combattendo – a parte che si stia combattendo per davvero – mi sembra comunque persa. Il riso è qualcosa che ti sorprende, non saprai mai veramente cosa ti fa ridere e cosa no, tutto sta se mai nel mantenere il senso dell’umorismo, la disponibilità alla leggerezza e al ridere di sé stessi. Cosa che, se siamo tutti vittime, è difficile.

Foto: Eugenio Iannetta

Se siamo tutti vittime e tutti incapaci: la tua metafora dell’incapacità, del mondo in mano agli scarsi – il porno amatoriale che è come vedere i cinquestelle in Parlamento: “Fermatevi, non siete capaci!” – è una delle cose migliori del disco. Viviamo in una società divisa tra vittime e incapaci. Che spesso coincidono.
L’incapacità è l’altro dramma del nostro tempo. Dovremmo tutti essere più bravi. Noi come creator, come si dice adesso; ma anche come pubblico. Sai cosa? Sta sparendo la figura dell’artista. Il caro vecchio artista. Una persona che elaborava qualcosa in un’opera. È proprio il concetto di opera che non c’è più, perché tutti fanno “contenuti”; e, soprattutto, non c’è più il tempo dell’elaborazione. Bisogna gestire determinati tempi, come insegna l’algoritmo; bisogna produrre. Il risultato è che siamo tutti diventati comunicatori e nessuno è più artista, e questo personalmente lo vivo come un grande disagio. E parlo di artista con la “a” minuscola, semplicemente come quel vecchio lavoro che non usa più. Ora si va su TikTok, l’ultimo avamposto.

Ma uno può anche fottersene, no? Continuare a fare il suo lavoro senza sentire l’obbligo di approdare in tutti i luoghi dove oggi bisogna essere.
Io un profilo su TikTok ce l’ho ma quasi anonimo, lo uso pochissimo. Però TikTok lo osservo, e la cosa che mi colpisce di più, come da sempre mi stupisce il web in generale, è che è quanto di più retrogrado ci sia. Su TikTok vanno per la maggiore cose che trent’anni fa su una qualsiasi tv privata sarebbero sembrate già vecchie. I barzellettieri vanno molto forte. Gino Bramieri oggi sarebbe un tiktoker seguitissimo. TikTok non è affatto giovane, ma non direi nemmeno che è vecchio: è proprio “vecchile”, nel senso che ti invecchia mentre lo guardi.

Oggi però il pubblico non conosce più niente. Ha appena scoperto i nepo baby, cioè i figli di, magari si stupisce pure di fronte ai barzellettieri.
Nepo baby che esistono da sempre, già: hanno pure condotto un Sanremo… È vero che per molti tutto è nuovo, ma sai, da comico puoi sfruttare questa cosa solo se sei cinico o se davvero non hai niente da dire. Siamo tutti condannati a ridire quello che è già stato detto, ma ecco, almeno fino ad oggi trovavamo il nostro modo per ridire le stesse cose. Adesso in molti non fanno neanche più quello sforzo. Personalmente lo trovo molto noioso, e siccome penso che l’allegria sia qualcosa di molto importante per l’esistenza, cerco nel mio piccolissimo di non fare cose noiose.

Dove sta l’allegria?
L’alcol aiuta, che detto così sembro Francesco Nuti, ma ecco, per capirci… (ride) La compagnia aiuta, e in generale le opere aiutano. La musica, i film, i libri, quelli giusti. Ah, anche il cibo.

Non hai detto il sesso.
Eccome, quello è il massimo assoluto dell’allegria. E anche l’altra cosa che ci siamo più guastati a livello antropologico: abbiamo reso il sesso, che già era un terreno impervio, ancora più cupo, ancora più carico di ansie, quando invece sarebbe l’esperienza più allegra che si possa fare.

L’obiezione sarà: eh, ma tu parli da maschio bianco etero cis privilegiato, eccetera.
E io rispondo: vivete il sesso dentro un metro e 64 come Saverio Raimondo, e con questa voce, poi ne parliamo se è facile oppure no.

Hai detto che questo disco è un’operazione avanguardistica: e poi l’avanguardia come si supera?
Io, detto senza mitomania, mi sono reso conto di essere un po’ pioniere. Prima che nascesse lo streaming come lo intendiamo oggi, ho fatto il primo Dopofestival in streaming su RaiPlay con numeri notevoli, considerato anche che il sito manco funzionava, te lo ricordi?

Se lo ricorda anche la Rai…
Sì sì (ride)… oggi però lo ricordano con affetto e un pizzico di “ci dispiace per come ci siamo comportati”.

E avere questo dalla Rai…
È tanto. Devo dire che qualche anno fa il tweet Giancarlo Leone, quello in cui scrisse che l’operazione non fu capita fino in fondo ma fu pura avanguardia, mi fece un bel po’ piacere.

Pioniere, avanguardista, dunque incompreso: puoi giocare anche tu la carta della vittima.
No no, per carità. In tutte le cose che ho fatto c’era sempre qualcuno che rideva, qualcuno che mi ha capito: l’importante è quello. Non riesco a far la vittima perché è un ruolo che non mi diverte, perciò lo rifiuto. Il ruolo di pioniere invece ho capito che sì, un po’ corrisponde a verità: a volte mi son ritrovato ad essere il primo – o fra i primi – ma anche lì per caso, perché non ho mai avuto l’ossessione per l’originalità. Però ho sempre avuto, questo sì, l’ossessione di trovare “il modo”, un modo che non fosse mai scontato. Per questo non ho fatto un altro special e ho pensato al comedy album. Mi riconosco quell’irrequietezza nel trovare il modo, il mezzo. Forse è stata quell’irrequietezza a portarmi verso questo pionierismo accidentale.

Non so come chiudere: un buon proposito per il 2023. Fa schifo, lo so.
Più che altro non ce l’ho, o forse è sempre lo stesso: 2023, fammi venire una buona idea. Questa dell’album credo lo sia, ora me ne serve un’altra.

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