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Rollink Stone/4: Pietro Sedda

I suoi tatuaggi sono tra i più scopiazzati a livello globale ma Pietro Sedda prima di diventare Pietro Sedda e aprire "The Saint Mariner" voleva fare il designer, o il cantante…

Rollink Stone è un osservatorio sull’universo del tatuaggio moderno in continua e turbolenta espansione. Marco Annunziata fotografo e contributor da Europa e California per Inked, Rebel Ink, Total Tattoo, desideroso per una volta di esprimersi nella propria lingua madre, porta sulle pagine di RS le storie e i lavori di tattoo artists più o meno celebri, da New York a Termoli, passando per Copenhagen, dalle macchinette artigianali fatte con uno walkman, una spazzolino, una penna bic e una corda di chitarra, ai reality shows ultra milionari.

Pietro Sedda nel suo studio. Foto di Marco Annunziata

Pietro Sedda nel suo studio a Milano. Foto di Marco Annunziata

Di Marco Annunziata

I suoi tatuaggi sono tra i più scopiazzati a livello globale ma Pietro Sedda prima di diventare Pietro Sedda e aprire The Saint Mariner voleva fare il designer, o il cantante… In cerca di un lavoro per andare avanti, alcuni amici lo spingono a provare con i tatuaggi, gli prestano i soldi necessari per acquistare macchinetta, aghi e colori e lui si butta a fare i primi scarabocchi. Tutto il resto è storia. Rollink Stone incontra Pietro Sedda, tatuatore un pò per caso, un pò per necessità, ma mai per vocazione.

Cosa hai provato quando hai visto il tuo primo tatuaggio?
Timore e desidero.

Ricordi il primo tatuaggio che hai fatto? Sei rimasto contento del risultato?
Una piccola spirale su una amica che si è prestata senza pretendere troppe garanzie. I primi risultati non sono stati entusiasmanti, ma ho deciso di andare avanti comunque.

Cosa era la macchinetta che usavi?
Non è colpa della macchinetta! Comunque credo fosse una Micky Sharpz.

Molti tatuatori, tu incluso, creano in molti altri modi quando posano la macchinetta. Secondo te un tatuatore può essere considerato come un ibrido tra un artista e un artigiano?
Credo di sì, ovviamente dipende dal percorso di crescita personale. Io sono arrivato al tatuaggio dopo aver studiato e praticato arti visive, come pittore per me viene naturale usare il colore, sporcarlo e sentirne la matericità. Sostengo che creare sia un bisogno universale, di conseguenza alla portata di tutti nelle sue molteplici e infinite forme.

Cosa rappresenta per te il viaggio? Hai mai pensato di lasciare l’Italia definitivamente?
Tante volte e non escludo di farlo prima o poi! Il viaggio per me è riflessione e distacco da me stesso, un’esperienza fondamentale di crescita e sviluppo.

Ha influito sulla tua carriera di artista vivere in una città gonfia d’arte come Milano?
Assolutamente sì, ma viaggiare ha influito ancora di più.

Ti interessa l’arte contemporanea?
Sono cresciuto come artista visivo per cui per me l’arte contemporanea è un linguaggio corrente. Quando non lavoro mi piace girare per mostre, musei e fondazioni. Per quanto mi riguarda l’Hangar Bicocca credo sia il vero Duomo di Milano.

Quali sono i tuoi artisti classici preferiti?
Rogier van der Weyden, Jan van Eyck, il primo Edgar Degas, Rembrandt, Jacques-Louis David, Bill Viola che riprende le strutture compositive rinascimentali. Ne ho troppi, posso andare avanti per ore!

Alcune opere di Pietro. Foto di Marco Annunziata

Che musica suona nel tuo stereo quando tatui?
Amo l’elettronica a la vecchia New Wave, quella vera.

Stai facendo sempre più lavori in nero e bianco, come è iniziato questo processo?
Tutto è iniziato per la profonda fascinazione e amore che ho per Roma e la sua storia. Sto semplicemente cercando di trasporre su pelle i mosaici vitrei del periodo romano, specialmente quelli ostiensi monocromi neri. Era già tutto lì. Nessuno si inventa nulla.

Cosa dovrebbe evitare di chiederti un cliente? Ti sei mai rifiutato di fare un tatuaggio?
Non amo le pretese formali e cromatiche richieste dai clienti su soggetti personali progettati dall’inizio alla fine da me. Sì, mi sono rifiutato di fare tatuaggi, può succedere. Mi piace tatuare ciò che sento e la persona che ho di fronte a me è determinante in questo processo. Si crea una sinergia particolare tra me e il cliente che mi da fiducia e completa libertà.

Qual’è il tatuaggio più assurdo che ti è stato chiesto di fare?
Quando ero a Londra un gentleman sulla settantina mi chiese degli scorpioni del Borneo intorno ai capezzoli. Quando si tolse gli abiti mi mostrò una serie di tatuaggi polinesiani realizzati durante la seconda guerra mondiale. Rimasi senza parole.

Secondo te è possibile essere tatuatori e non saper tenere una matita in mano? Hai dei consigli sinceri per i giovani che decidono di provare a tatuare?
No non è possibile. Il disegno è la base, la sua applicabilità tecnica col tatuaggio è un’altra cosa, una disciplina del tutto differente, e la seconda non può vivere senza la prima. Un brutto segno equivale a un brutto tatuaggio.

Quali artisti metteresti in una sit com televisiva dedicata al tatuaggio in prima serata?
Ecco il cast perfetto: Rino Valente, Rudy De Amicis, Stefano Prestileo, Viola Von Hell, Samuele Briganti, Domenico Marini e Miss Arianna.

The Saint Mariner. Foto di Marco Annunziata

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