Roberto Vecchioni: «Basta con la Dad, si può fare lezione anche all'aperto» | Rolling Stone Italia
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Roberto Vecchioni: «Basta con la Dad, si può fare lezione anche all’aperto»

La sua idea di scuola, l’attesa del vaccino e il perché alcuni lo rifiutano, il libro 'Lezioni di volo e di atterraggio', l’indie a Sanremo, il rap, la politica e Milano: intervista-terapia con il cantautore

Roberto Vecchioni

Foto: Fabio Leidi

Ascoltare Roberto Vecchioni è terapeutico, va premesso. Non solo le sue canzoni, sarebbe scontato ricordarlo, ma anche le risposte alle domande che gli abbiamo rivolto. Perché in un periodo di grandi incertezze si ha bisogno più che mai di maestri e lui, sia formalmente che idealmente un maestro lo è, eccome. Professore di greco e latino per molti anni, attualmente insegna “Forme di poesia in musica” all’Università di Pavia. Senza dimenticare che nel 2013 fu candidato al Premio Nobel per la letteratura insieme a Dylan e Cohen. Parallelamente è considerato uno dei padri storici della canzone d’autore in Italia e l’unico artista ad aver vinto il Premio Tenco (1983), il Festivalbar (1992), il Festival di Sanremo (2011) e il Premio Mia Martini della critica (2011).

Quando lo chiamo, da buon maestro è lui a interrogarmi per primo: «Come va in questo casino? Tutto normale o tutto anormale?». E così, ha raccontato di essere in attesa del vaccino – «anche se avrei un’età…» – elencando le ragioni che spingono molte persone a essere scettiche verso la scienza: «La prima è l’ignoranza, che è un male incurabile». Sull’amata scuola, invece, precisa che l’educatore – dal latino – è colui che “tira fuori” e non chi “mette dentro” dei concetti, per questo della didattica a distanza non lo spaventa che i giovani abbiano perso un anno, ma che «non si siano voluti bene o male, cioè che sia mancata la socialità». Da un mondo ferito a un altro, cioè quello degli spettacoli, non si è detto stupito della mancanza di attenzione da parte delle istituzioni: «Nello sfogliare la margherita il nostro petalo è l’ultimo», benché il ministro Franceschini lo chiami spesso per consigli: «Ci sentiamo un giorno sì e uno no». E se nei leghisti non ha fiducia, in fondo è convinto che «Milano è una città che si salverà da sola».

E gli è piaciuto persino Sanremo, perché in fondo, confessa, conta solo «non smettere mai di sognare…». Infatti non ha «un sogno nel cassetto, ma almeno cinque o sei».

Le giro la sua domanda: come va in questo casino?
Non è un problema così grave. Mi sono adattato agli spazi e ai temi che ci consente questo periodo. Noi uomini abbiamo questa grande capacità di adattamento. Poi dipende dalla pazienza. Se poi uno non lo ce l’ha è un problema … ma il dramma vero è di chi non mangia, gli altri devono adattarsi. Tutti. Anch’io, che sono una persona fortunata perché senza lavorare riesco ugualmente a mangiare.

Ha fatto il vaccino?
Non ancora, sto aspettando. Eppure, avrei un’età, 77 anni, ma sono in attesa che mi chiamino per una prenotazione. Ne farei tre di vaccini, non uno. Per ora non è stato possibile.

Come si spiega che tante persone siano scettiche sul fare o meno i vaccini?
I miei studenti, per esempio, non sono titubanti. Sono ragazzi che capiscono benissimo come vanno le cose, andranno a vaccinarsi e basta. Hanno già passato un inferno in questo anno e non vedono l’ora di uscirne. In generale, ci sono quattro motivazioni. La prima è l’ignoranza, che è un male quasi inguaribile della società. Quando si nasce ignoranti si muore ignoranti e non si riesce a cambiare. La seconda è la paura, perché si pensa che sia un rischio. Minimo, ma un rischio da correre. E pensano: se si vaccinano tutti gli altri sono a posto anch’io. La terza è lo snobismo, il dover fare i bastian contrari. Il voler far vedere di essere originali, perché “io sono diverso” ed è una malattia tipica italiana, il sentirsi fuori dal gregge. La quarta è un altro male italiano, ma tipico di oggi: non credere alla competenza. Non ci sono competenti, l’unico attendibile è Internet.

Forse dovrebbero leggere il suo ultimo libro: Lezioni di volo e di atterraggio (Einaudi), nel quale spiega che la scuola prima di tutto è un luogo in cui s’insegna senza impartire lezioni.
L’atteggiamento è quello, mai far calare dall’alto gli insegnamenti. Ci sono cose importanti che vanno sapute, come le equazioni in matematica, ma il grosso della scuola è questo fruire delle emozioni che hanno dentro i ragazzi. L’educatore si chiama così non per caso. Dal latino “educare” e cioè “tirare fuori”. Bisogna tirargli fuori l’universo che hanno dentro, saggiarli, capire cosa è più difficile per loro e cosa meno e farli spaziare da un ragionamento all’altro.

È il concetto di “giornate di follia” che espone nel libro. Cioè quando con i suoi alunni si dava appuntamento in un parco e, chi in piedi, chi sdraiato e chi in braccio a qualcun altro, partiva da un argomento per poi spaziare senza sapere dove arrivare.
Sì, patire con un tema, girarci intorno e arrivare a un altro. Nel frattempo, negare l’evidenza e a volte dare risposte contrarie a quelle date dalla storia per verificare le reazioni. Insomma, i ragazzi vanno eccitati, stuzzicati, tenuti sempre all’erta per non farli addormentare e non lasciarli inerti. In questo modo hanno voglia di rispondere, controbattere. Io intendo la scuola come una specie di fucina in cui nascono sempre idee nuove.

Nell’ultimo anno, anche volendo, non dev’essere stato facile con la didattica a distanza.
Se ne è parlato anche troppo. I primi tempi pensavo che fosse meglio salvare i ragazzi, tentare di non farli contaminare. Adesso stiamo andando verso l’estate, si può insegnare all’esterno mantenendo le distanze, sono cominciati i vaccini e sarebbe il momento di darsi una mossa. Perché psicologicamente, questo è risaputo, i ragazzi perdono tutto. Non è importante quello che hanno imparato o meno, ma il periodo di socializzazione che gli è mancato.

Quindi i concetti si possono sempre recuperare?
Io non sono spaventato che i ragazzi abbiano perso un anno. È una ferita, ma si rimargina. Loro sono giovani e hanno tutto il tempo per rifarsi, per riacquistare la cultura persa. Non mi spaventa neppure che siano stati lontano dalla scuola, mi spaventa invece che non si siano voluti bene o male, cioè la mancanza di relazioni, questa è la cosa peggiore.

Da un mondo ferito a un altro, dalla scuola agli spettacoli. Le spiace che per le istituzioni il settore sia sempre fra gli ultimi a dover essere difeso o supportato?
Viviamo in una società pragmatica, cioè che bada ai fatti, all’oggetto e alla fisicità dell’esistenza. E quindi l’arte, che batte sullo spirito, è l’ultima cosa che viene in mente ai governanti. Perché prima pensano agli istituti sanitari, poi al lavoro dei commercianti e delle industrie e ovviamente la coperta è corta per cui ci va di mezzo la cultura. Ci si immagina che uno se la possa fare anche a casa sua. Quindi, per ovvi motivi nello sfogliare la margherita il nostro petalo è sempre l’ultimo.

Se le proponessero di diventare ministro della cultura, accetterebbe?
No, no, no… non so fare certe cose. Io sono un lupo solitario, un deragliatore. Mi piace andare contro le ovvietà, le convenzioni stabilite. Un ministro deve essere molto quadrato, attento, avere una preparazione culturale e logistica su tante realtà in tutta Italia e per me sarebbe un compito inarrivabile. Posso semmai dare qualche consiglio.

C’è un consiglio che darebbe al ministro Dario Franceschini?
Ah guardi, Franceschini lo sento un giorno sì e uno no. Gliene do di consigli e lui ne dà a me.

E per la sua Milano, così come per la Lombardia, ha fiducia in chi amministra in questo periodo così complesso?
Che domanda difficile! Io nei leghisti non ho fiducia per principio politico. Non mi va questa costruzione verticale per la quale chi è sopra vince e quelli che sono sotto non si sa cosa gli succede e quelli fuori non possono entrare. Ma in Lombardia non si può negare che qualcosa di buono lo abbiano fatto, a parte i tonfi tremendi degli ultimi tempi. Comunque, Milano si salva da sola. È una città che con Sala negli ultimi anni è diventata meravigliosa, super vivibile, che ha fatto scoprire i suoi tesori, anche paesaggistici, culturali e storici: monumenti, musei, giardini, vie ombrose, tante di quelle cose che non si immaginavano all’esterno. La credevano una città fredda, d’acciaio. Invece è una città di verde e di gente che non solo lavora, ma sorride e ama.

Foto: Fabio Leidi

L’ha sorpresa che Sanremo sia stato vinto da un gruppo rock come i Måneskin?
Non mi sono stupito, anzi, era ora che si sentissero a Sanremo un po’ di indie e di rock fatto bene. Devo dire che gran parte delle canzoni che definirei “giovanili” erano più che accettabili. Chi ha vinto lo ha fatto meritatamente, ma anche Willie Peyote è stato bravissimo, così come ho apprezzato molto i Coma_Cose che avevano una canzone indie romantica meravigliosa con frasi bellissime, loro ci sanno fare con i testi. Non tutto è meraviglioso del rap e dell’indie, c’è anche tanta fuffa, ma quello che ho sentito a Sanremo era bello e coraggioso.

Non mi dirà che Roberto Vecchioni apprezza anche la trap?
Per ora non c’è niente che mi abbia colpito, anche se a Milano c’è un gran via vai di trapper. Ma Milano arriva sempre prima di tutti gli altri in tutti i campi. Però quello che mi piace moltissimo di questa nuova generazione è che non puntano verso il grande successo. Cioè, tentano sempre di rimanere indipendenti. Vogliono essere conosciuti da chi li ama, ma non da tutti, non sono da copertina. Mi pare abbiano ancora una intenzione pura nella musica e non si fanno sconcertare.

Lei ha quattro figli, cosa pensa di avergli insegnato?
La potenza del sogno! Li ho educati a sognare, sempre, fin da quando erano piccoli. Anche troppo, forse. Adesso che sono grandi mettono il sogno davanti alla realtà e ci cascano dritti come pere. Però hanno questa difesa contro tutti i malesseri del mondo: il sogno che è fantasia. E poi gli ho insegnato anche il rispetto, che implica l’altruismo. Dal primo giorno che hanno incominciato a parlare gli ho detto: ci sono gli altri, tenetene conto.

C’è ancora un sogno nel cassetto di Roberto Vecchioni?
Perché uno? Ne ho cinque o sei! Vorrei fare un disco gigantesco, con tutte le canzoni di altri che amo, le mie nuove e tantissime sul mio mondo antico classico. Un album minimo di 40 pezzi.

Mai smettere di sognare, insomma?
Mai… mai…

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