Roberto D’Agostino spiega il successo di Dagospia: «Divertiamoci, che poi muori e te la piji n’der culo!» | Rolling Stone Italia
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Roberto D’Agostino spiega il successo di Dagospia: «Divertiamoci, che poi muori e te la piji n’der culo!»

Chiacchierata con il re del gossip, celebrato anche dal New York Times (grazie allo scoop su Totti e Ilary). Tra una battutaccia e riferimenti culturali coltissimi, ci ha illustrato come nasce il leggendario stile del giornale con cui ha dissacrato più di vent’anni di costume italiano

Roberto D’Agostino nel 2019

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Dopo che il New York Times ha definito Dagospia “la testata più affidabile del gossip italiano”, abbiamo cercato di capire da Roberto D’Agostino, il deus ex machina del sito tanto provocatorio quanto ben informato, quale sia il suo segreto. E lo abbiamo scoperto subito, senza tanti giri di parole, quando ci ha risposto al telefono: «Scusami per l’attesa, ma c’ho più cazzi ar culo de Kevin Spacey». Se non vi è chiaro il concetto, o non avete mai letto Dago o non avete ironia. In alcuni casi entrambi. Fatto sta che, da più di vent’anni, non solo è in grado di far sorridere dissacrando qualsiasi notizia passi dal rullo del suo spazio digitale, ma riesce a sfornare degli scoop che spesso hanno dell’incredibile. Come nel caso della rottura tra Francesco Totti e Ilary Blasi, che l’ha portato ad essere elogiato persino oltreoceano. Tanti sapevano, nessuno poteva o voleva scrivere «dell’orgoglio coatto» ormai infranto. Anche perché, ci ha spiegato, «non era facile mettersi contro l’ottavo re di Roma». Ma se agli insulti e alle minacce ci si abitua, è più difficile avere la forza economica di poter sopportare le querele: «A una settimana dall’inaugurazione me ne sono arrivate cinque». Soprattutto per questo «per chiunque altro è difficile replicare quello che facciamo».

Ma, nonostante tutto, continua senza padroni, non vuole editori («tutte le offerte per vendere le ho rifiutate») e neanche un socio («non potrei fare come cazzo mi pare»). Eppure, se il riconoscimento del NYT gli ha fatto piacere, non è soltanto sfornare delle esclusive esplosive che fa di Dagospia un punto di riferimento, ma lo stile. E per arrivarci, visto che nel tempo in tanti ci hanno provato (finora senza successo), ci ha spiegato che i riferimenti non provengono solo dall’ironia romanesca del «me rimbalza e nun me ne po’ frega’ de meno», ma persino da capolavori della cultura, sia orientale che occidentale: dalle Mille e una notte alla Recherche di Marcel Proust a Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino («che partiva da pettegolezzi»). L’alto e il basso, il sacro e il profano e la salute prima di tutto, perché «ogni storiella, passato un po’ di tempo, diventa Storia».

Roberto D’Agostino è stato incoronato “re del gossip” anche dal New York Times.
Mi ha fatto piacere, ma qui siamo sempre incasinati e c’è poco tempo per pensare di autocelebrarci. Non si finisce mai. Anche perché non facciamo opinionismo, qui riportiamo i fatti. E l’età avanza…

Non mi dirà che si sente vecchio.
Te ne accorgerai a 74 anni, alla mia età andrai in decomposizione.

Non avete festeggiato?
In redazione abbiamo stappato una bottiglia di champagne. È stato un bel riconoscimento, solo che poi in Italia, come al solito, ti continuano a saltare addosso con l’invidia e il rancore. Sai cosa mi colpisce sempre? Che altri riprendano le notizie di Dagospia senza manco citarci. E invece il New York Times, che non ne avrebbe nessun bisogno, ha dedicato due righe su chi aveva tirato fuori la storia di Totti e Ilary.

Francesco Totti dopo la sua ultima partita con la Roma, il 28 maggio 2017. Foto: Paolo Bruno/Getty Images

Come mai a volte siti o giornali non citano chi ha tirato fuori la notizia per primo?
Ma che ne so. Io poi faccio un sito che è un aggregatore di notizie, le prendiamo da destra, sinistra e dal centro, non ho problemi a citarli, semmai li metto in rilievo. Anzi, quando trovo giornalisti che sanno scrivere, che hanno notizie, non ho mai avuto problemi di invidia per dargli visibilità. Sai per chi provo invidia?

Mi dica.
Quando leggo i libri di Truman Capote, di Dostoevskij, di Ennio Flaiano, di Giorgio Manganelli. Verso di loro posso provare invidia, ma di quelli che scrivono oggi che invidia si può provare? Se poi mi capita di leggere Shakespeare, mi vien voglia di chiudere tutto e di aprire una pizzeria al taglio…

Il New York Times che ha definito Dagospia “il sito italiano più affidabile di gossip” è più una medaglia per voi o più uno schiaffo per il resto del giornalismo italiano?
Ma no, dai, anche il resto del giornalismo italiano ha tante notizie. Certo, quella su Francesco Totti e Ilary Blasi è una storia particolare. Nel mondo sportivo romano era una vicenda nota da tempo che la coppia fosse già scoppiata. Ma prendere di petto l’ottavo re di Roma non era facile. Qui Totti ha rappresentato lo scudetto del 2000 e una rivincita sociale per moltissimi. Quando arrivano i burini a Roma, quelli che vengono dall’Abruzzo o dalla Puglia per lavorare, diventano romani tifando Totti e la Roma. C’è questo meccanismo che gli fa acquisire un’identità attraverso il calcio.

Il calcio non è soltanto un gioco.
No, non è solo un passatempo. Ti porta a sentirti parte della Capitale. Totti non va visto solo in chiave di cronaca rosa. Lui è riuscito a dare a tantissimi quell’identità che sognavano in una città nella quale desideravano integrarsi. Come negli anni ’50, quando hanno deportato dal Sud a Torino migliaia di persone per lavorare alla Fiat e quelli sono diventati tutti tifosi della Juventus. In quel modo si sono sentiti torinesi. Sono questi i meccanismi importanti che genera lo sport.

Ma perché, se tanti sapevano, solo Dagospia ha tirato fuori la notizia?
Non poteva pubblicarlo Il Messaggero, perché avrebbe voluto dire mettersi contro il loro lettore e quindi perdere copie. Ma ce lo vedi il quotidiano di Roma che titola: “Totti ha le corna”? Poi è stato lui stesso, nella famosa intervista con Aldo Cazzullo sul Corriere, a confermare tutto quanto.

Quando ha preso la decisione che era il momento di renderlo noto?
Ho preso come appiglio uno scazzo familiare che i due hanno avuto in un parco giochi di Castel Gandolfo e da lì ho pubblicato che la storia era finita. Anche se lo era da tempo. Poi è stato importante tirar fuori la famosa foto di Noemi Bocchi vicina a Totti allo stadio.

Da quel momento la notizia è esplosa e a distanza di quasi sei mesi se ne parla ancora.
Ora è una storia che sta diventando eccitante perché hanno preso la via del tribunale, e quindi sarà straordinario vedere il lancio di mutande sporche, come accaduto tra Johnny Depp e Amber Heard, che alla fine è diventata come una serie Netflix. Quello è stato uno dei grandi eventi più seguiti al mondo. E in Italia ci stiamo divertendo con l’orgoglio coatto tra Totti e Ilary.

Ha ricevuto insulti e minacce dopo lo scoop?
Quelli li riceviamo sempre, sono all’ordine del giorno. Ma non mi metto a preoccuparmi per quello che mi scrivono sui social, neanche li leggo. Se fai un sito di questo tipo ci sta la querela, l’insulto, lo sberleffo. Non è che posso dirmi sorpreso.

Forse ultimamente sono più permalosi i politici. Nei giorni di formazione del governo di Giorgia Meloni sia Licia Ronzulli di Forza Italia che Adolfo Urso di Fratelli d’Italia hanno querelato Dagospia.
Ronzulli e Urso sono gli ultimi di una lunga serie. Tre querele me le ha fatte anche Matteo Renzi, ma sai quante altre? Devo dire che a volte sbagliamo anche noi, e quando succede lo scriviamo. La maggior parte, però, sono intimidatorie e basta. Ti vogliono mettere paura. Io nel 2000 ho aperto il sito e nella prima settimana mi arrivarono cinque querele. Forse pensavano “questo lo mettiamo subito fuori gioco”, invece sono ancora qui.

 

 
 
 
 
 
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Ha mai fatto il conto di quante denunce ha ricevuto?
In più di vent’anni non ho mai calcolato quante ne ho ricevute, ma so per certo che ho più spese legali che per il lavoro. Ecco perché per un altro giornalista non è possibile creare un sito simile a Dagospia. Appena pubblichi un certo tipo di notizie ti arrivano subito le querele e occorre aprire il portafoglio. E io non ho un editore dietro come possono essere Carlo De Benedetti o Urbano Cairo, quindi occorre essere capaci di regolarsi. A volte alcune cose non posso pubblicarle perché sono sicuro di finire nei guai. Se avessi un editore che paga i risarcimenti danni sarebbe ben diverso.

Non ha mai ricevuto offerte per acquisire Dagospia?
Altro che, ma a tutte le proposte che ho ricevuto ho detto di no. Ho creato questo sito quando avevo già cinquant’anni proprio perché non volevo nessun padrone. Ma perché devo stare a combattere con il caporedattore, il vice direttore, il direttore? Gente che già allora ne sapeva la metà di me. Perché non posso fa’ come cazzo mi pare? Non voglio avere nessuno che mi dice cosa pubblicare. Appena ci provano li mando affanculo. Voglio essere libero di fare le mie cose, che siano bello o stronzate.

Non c’è cifra che le farebbe cambiare idea?
No no, non esiste offerta che possa convincermi a vendere Dagospia. Non voglio avere neanche un socio, non ne ho bisogno, perché comunque avrei qualcuno che mette il becco nel mio lavoro, cosa che non sopporto. Sono stato all’Europeo, a Panorama, 27 anni all’Espresso, conosco bene come funzionano certe dinamiche. Quando ho aperto Dagospia ero dipendente dell’Espresso, ma non mi hanno detto niente.

Non hanno capito la forza del web?
Per niente! Non mi hanno neanche fatto notare che avevo l’esclusiva. Consideravano Internet come lo considerava Paolo Mieli: «Una moda che passa, come il borsello». Non lo prendevano sul serio, era sottovalutato, pensavano fosse una bolla. Consideravano scrivere sul digitale degradante, di serie B. Invece poi sono stati costretti a utilizzarlo e oggi tutti ci puntano molto.

Anche perché la crisi della carta stampata è innegabile.
Non so dove abiti tu, ma qui a Roma la grandissima crisi è nel trovare un’edicola. Sono sparite quasi tutte e quelle rimaste sono diventate contenitori di gadget, souvenir, bibite e ombrellini. Per trovarne una devi fare dei chilometri a piedi. Ormai mi sembrano come le cabine telefoniche, nessuno ci va più per comprare un giornale.

Men che meno i giovani, a quanto pare.
Per i giovani c’è soltanto il telefonino sempre in tasca e non cercano l’edicola, la libreria, non gli serve più neanche il diario. Hanno tutto dentro il cellulare. Poi lo usano anche per telefonare, ma disporre di un computer così portatile è una rivoluzione che ha dato vita a un altro mondo.

Il giornalista Gigi Moncalvo disse: «Se qualcuno in Italia ha bisogno di cercare giustizia non chiama più Corriere o Repubblica, ma il Gabibbo o le Iene». È davvero così?
A volte anche il Gabibbo o le Iene partono dalla carta stampata. Tutto nasce da tutti. Non è che quando è arrivata la televisione è morto il cinema e quando è arrivato il cinema è morto il teatro. Continuano a coesistere. Questa idea che Internet farà scomparire la carta mi sembra esagerata, certamente rimarrà in una misura diversa. Il teatro dell’opera da quanti secoli esiste e funziona al di là di tutte le invenzioni che si sono succedute nel tempo? Anzi, l’opera è una delle poche realtà che riesce a fregarsene del web, perché è totale e contiene musica, balletto, recitazione e tante altre arti. Ma sai qual è l’articolo più cliccato di Dagospia in tanti anni?

Quale?
Uno incredibile, che mi è toccato tenere tutto il giorno in apertura. Non di sesso, non di politica, ma quando ho ripreso dal Daily Mail una ricerca universitaria che sentenziava che le uova non vanno messe in frigorifero. Anch’io alla mia età le tenevo nella vaschetta, e invece non si deve fare.

Adesso sono curioso, perché?
Mettendole in frigorifero si uccide l’uovo. Infatti va in frigo quando la temperatura è superiore a 27 gradi, non a caso quando le compri al supermercato non sono refrigerate. E la gente si è chiesta: ma quante uova ho ucciso? Questo sorprese tantissimi lettori, erano impazziti. Un’altra è che per fare il ghiaccio non devi usare l’acqua fredda, ma l’acqua calda. Ma sono storie divertenti o no?

Molto divertenti. Ma su Dagospia unite l’alto e il basso, spesso dando spazio anche a dibattiti o polemiche culturali. Ma ci sono ancora gli intellettuali oggi?
Per esempio c’è Giampiero Mughini, al quale mi lega una amicizia quarantennale e sono ben felice di averlo vicino su Dagospia. Ma oggi non ci sono in giro tanti Pasolini con Scritti corsari e non c’è una vivacità di polemiche come c’era una volta, quando c’erano le ideologie. Finite le ideologie, si pensava che sarebbero rimaste le idee, invece sono scomparsi sia gli ideali che le idee.

Chi sono gli intellettuali oggi, se ce ne sono?
È la definizione di intellettuale che mi risulta difficile da circoscrivere oggi. Ci sono tanti giornalisti, ma per la mia generazione gli intellettuali erano Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Paolo Volponi, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli. Non vorrei scambiare adesso l’intellettuale con il giornalista che ha uno stile. Nel campo dell’arte c’erano gli Achille Bonito Oliva, i Germano Celant, i Federico Zeri, che erano dei giganti. Oggi ci sono molti giornalisti che provano a fare opinionismo, ma che non hanno il bagaglio intellettuale e culturale che avevano i predecessori.

Lei si sente un intellettuale?
Ma chi, io? Guarda che ti denuncio! No no, mi piace sentirmi, ancora più che un cronista, un portinaio. Dagospia è una portineria digitale che racconta di quello che non ha pagato la cambiale, dell’altro che ha un figlio fuori dal matrimonio o di quella che c’ha le corna. In passato era il taglia e cuci strapaesano. Ma bisogna ricordare che tutta la letteratura è pettegolezzo. Pensa a Marcel Proust con Alla ricerca del tempo perduto, quella è una cronaca pettegola, scritta in maniera sublime, dei salotti parigini. Così come Truman Capote, che descriveva l’alta borghesia newyorkese, oppure Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia, un capolavoro pieno di petteggolezzi dell’epoca, tra principesse e vita mondana dei ragazzotti. A me quando mi dicono che faccio gossip è un’onore perché mi paragonano a Tacito, anche lui partiva dal pettegolezzo. Ogni storiella, passato un po’ di tempo, diventa Storia.

 

 
 
 
 
 
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Ci ha mai pensato di esportare Dagospia all’estero?
Guarda, ho un algoritmo che mi calcola chi legge e dove e mi dice che il 20 per cento del traffico originato dal sito viene dall’estero. Appena un italiano esce dal Paese si tiene aggiornato con Dagospia, è un modo per rimanere aggrappati alla loro cultura. A parte i Paesi arabi, che ci hanno bannato perché pubblichiamo delle foto che secondo loro sono erotiche.

Ma fare un’operazione alla Huffington Post, cioè sbarcare proprio in altri Paesi?
Eh amo’, io racconto i fatti d’Italia, non degli altri Paesi. Per farlo a Londra dovrei avere una redazione a Londra, così come a New York.

Bisognerebbe trovare un Roberto D’Agostino a Londra, a New York, e così via.
Eh sì, perché io bene o male in Italia ho tutta la mia rete di conoscenze. Sei affidabile, la gente ti racconta le storie e io le tiro fuori. Non è che se vai in un altro Paese ci entri così facilmente.

Ma Dagospia potrà vivere anche senza Roberto D’Agostino?
Ma sì, ho una redazione validissima. Ormai lo stile è stato metabolizzato. Un titolo con un guizzo lo hanno imparato, infatti non c’è sempre bisogno che li rifaccia io. Li faccio spesso, ma di solito non cambio quelli degli altri. Hanno capito qual è l’ironia.

Ci condensi l’ironia di Dagospia in poche parole.
Intanto mai riportare nessun fatto come se fosse una tragedia. Perché il giorno dopo diventa una farsa. In questo ci viene in soccorso quel cinismo romano dove tutto passa, come diciamo noi: me rimbalza e nun me ne po’ frega’ de meno. Per questo bisogna avere ironia interpretando le notizie, per non pensare che siano sempre la fine del mondo. Noi non abbiamo quell’arroganza dei giornaloni che ti dicono come devi mangiare, scopare e vivere. La morale non la vuole più nessuno. Condensato in un titolo, qualunque cosa accada non è un diluvio, ma un pediluvio universale.

Ed è già un titolo.
E poi ricordiamoci, come diceva Eduardo De Filippo, che alla fine sono tre le cose importanti nella vita: la salute, la salute, la salute.

In politica c’è spesso questo atteggiamento di après moi le déluge.
Arriva Berlusconi e crolla tutto. Arriva la Meloni e crolla tutto. Ma ti accorgi che tutto passa, l’aspetto simpatico però rimane il racconto. Quello ho sempre cercato. Infatti ho due libri che sono i miei pilastri. Le mille e una notte, da cui nasce la cultura orientale, con Sherazade che racconta delle storie al sultano per non farsi ammazzare. E l’altro è il Decameron di Giovanni Boccaccio. È la storiella che mi piace, a me. Infatti quando incontro qualcuno gli chiedo di raccontarmi una storia.

C’è da dire che è sempre stato in grado di farsene raccontare parecchie, fin dalla sua rubrica sull’Espresso, Spia, antesignana di Dagospia.
Anche lì erano tutti raccontini, storielle, cazzatine, battutacce, incontri. Quelle cronache che ti portano a divertirci quando sei tra amici. Il racconto è l’essenza, tra costume e società. La cronaca ti fa capire molto più della letteratura e del cinema il mondo in cui vivi nel presente. E invece altri fanno i poeti o opinionismo. Io non ho mai scritto un editoriale, perché l’editoriale lo fa il lettore leggendo i pezzi. Non dico che cosa deve fare il lettore, che ha la sua autostima. Poi oggi con i social il lettore è diventato una star. Io propongo una storiella e il lettore ci fa sopra la sua a-morale. Anche perché lo vuoi sapere che cosa succede quando muori?

Ha avuto una spiata anche su questo?
Eh sì, che te la piji n’der culo! Per cui, nell’attesa, divertiamoci.

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