Ad Antonio Brizioli sta un po’ sulla scatole, questa cosa del non essere preso sul serio, o del fare più fatica a farsi prendere sul serio, visto che da ragazzo ha fatto ripartire, con un gruppi di amici, un’edicola abbandonata di Perugia, sua città natale. Rendendosi, di fatto, un edicolante. Quell’edicola si chiama 518, e dato che in Centro Italia ci troviamo, le si potrebbe pure dare il titolo di una Loggia. La numerologia non c’entra, ma una numerazione sì. Ci arriveremo. Perché dieci e più anni volano e passano, e nel mezzo l’impresa (giusto chiamarla tale, in tutti i suoi sensi) di Brizioli & friends è diventata il modello di molto altro: di attivazioni estemporanee e recuperi veri, cattivi esempi e soddisfazioni. Perché se vedete un’edicola dismessa nella vostra città, e se per qualche giorno si riempie di panettoni, di un solo giornale o insomma, gli esempi potrebbero continuare, il merito è anche loro, o forse interamente loro. Edicola 518 ha rimesso questi luoghi urbani sulla mappa. E dietro c’è molto di più.
Sembra una cosa facile: che mai ci vorrà a mettersi a vender giornali, right? La risposta a questa domanda per nulla retorica quasi non mi interessa. Visto che non è da qui, che è partito il progetto di Edicola 518. Bensì dalla spontaneità di una visione e di un’ossessione condivisa: quella per la carta, e di sicuro per i luoghi che la ospitano.
«Le nostre ispirazioni sono state diverse. Siamo partiti dalla storia delle riviste e dei giornali, per esempio, ma la verità è che amiamo le pagine, la cellulosa. E quindi volevamo portare anche nel nostro territorio qualcosa che operasse come facevano diversi negozi di magazine internazionali, fuori dall’Italia».

I fondatori di Edicola 518. Foto: cortesia
E quindi facendosi ricettacolo non specializzato e semi-disorganizzato di piccole meraviglie. Labirinto con una chiave interpretativa ben definita e segreta: quella di una psicogeografia che porta a entrare mossi da uno spirito di flânerie prima che da una reale esigenza d’acquisto. La strutturata rivista cinefila Cineforum, un libro di cucina a fumetti sulla tradizione gastronomica della Thailandia, un volume di fotografie stampate (solo apparentemente) male che si chiama Mi sono rotto il cazzo e ha l’aspetto di una cartellina di fogli da ufficio. Politica, poesia, danza. Ma che ne so che cosa dovrei cercare, nel catalogo di Edicola 518 (comodamente sfogliabile anche online)? È più facile finire sfogliati, farsi trovare. Andrà a finire così.
La data di realizzazione ufficiale di tutto questo è il 2016, anche se già dal 2014 le proverbiali mani finivano in pasta. Classe ’89 (pure giovane!), Brizioli tornava a Perugia dopo aver terminato gli studi classici a Milano. Senza una progettualità particolare in mente, ha cominciato a sperimentare. Ha dato una veste evidente ai suoi interessi – culturali, certo, ma anche politici, e inoltre una spiccata preferenza per tematiche sociali e di urbanistica. «Perugia era a un suo anno zero, si poteva pensare qualsiasi cosa. C’era lo spazio fertile per realizzarla. Infatti con noi sono nate altre realtà che ancora oggi ci accompagnano, penso al cinema Postmodernissimo. Siamo stati la serendipity che ci voleva».
Dal 2014 vive Emergenze, una rivista prima e una casa editrice e poi che voleva occuparsi di persone e di città. Che voleva sintonizzarsi con il suo qui-e-ora. Due anni più tardi la raggiungerà l’edicola in metallo e ossa, chiosco vecchissimo stampo rilevato e restaurato dai ragazzi. «Aveva bisogno di restauri, e durante i lavori era quasi diventato una performance artistica per la città. Siamo stati subito una presenza fisica, reale. Prima sono arrivati i clienti, poi la notorietà mediatica. Che a essere sincero mi pare piuttosto assurda».

Foto: cortesia
Antonio fa riferimento agli occhi ammiranti degli aficionados della cultura nel titolo più largo possibile, che soprattutto dalle grandi città si sgranano fino a perdere di pixel e a capirci, infatti, anche poco. Che figata, eh, poter comprare “cose” contemporanee, eversive, radical da un’edicola – «c’è poi da dire che l’Edicola in sé è aperta anche meno, lo spazio-libreria si chiama Paradiso 518», sottolinea Antonio -; che figata tornare a un mondo non ancora distrutto, pieno di senso, di rituali, di routine. Come il giornale la mattina, nell’edicola sotto casa, che tanto nessuno oggi comprerebbe comunque. La nostalgia può manifestarsi solo in chi non ha mai davvero vissuto quel tran-tran. La tristezza per lo svuotamento (anche di senso) di uno spazio urbano con i suoi codici e il suo fattore aggregante per la comunità, invece, accomuna chiunque guardi al tessuto urbano un filo oltre l’ottica economico-securitar-utilitaristica.
Quindi, per dirla in poche parole, l’esperimento perugino ben realizzato ha fatto sbucare repliche. Spesso a breve termine, a volte a lungo. E, dato che viviamo in un tempo ricco di arraffoni e scarno di idee, il profitto a breve termine si è gettato sull’opportunità. Rendendo le edicole (di solito ancora in attività) sede estemporanea di brand e “attivazioni” (qualsiasi cosa il termine stia a significare) per Questa Settimana Qui e Quella Settimana Là. Per Quel Lancio di Quel Prodotto e Questa Serata Speciale. Per Natale, per le feste comandate e inventate. «Dieci anni di Edicola 518 sembrano un miracolo, attorno a noi fanno come i funghi».
Continua: «Che poi, intendiamoci, non che sia una cosa interamente positiva o negativa. Come in tutti i processi urbani c’è questo e quello. Ci sono realtà che hanno riattivato – preferisce questa parola al posto del sovrasto rigenerato, nda – edicole storiche e famigliari, attualizzando il servizio sull’oggi. Poi c’è l’ondata della coolness legata alle edicole, e nemmeno questa deve per forza essere negativa. Le si vuole usare come vetrina? Va bene, può essere virtuoso. Se però andiamo a dire che equivale a mettere a reddito coatto anche questi ultimi brandelli di città, no, questo non mi piace. Dietro parole come takeover si nasconde la billboardizzazione delle strutture urbane. Ovvero: tutto è pubblicità, tutto è reddito. Qui la questione non diventa una diatriba tra bene o male: è che non ci interessa».

Una delle “Lezioni di anarchia” organizzate da Edicola 518. Foto: cortesia
Non c’è bisogno che venga a dirvi io della crisi della lettura, della crisi della carta stampata, della crisi dell’informazione e della cultura, della crisi e basta. Ma chiacchierando con Brizioli vengono anche fuori alcune motivazioni ben pratiche alla scomparsa materiale – oltre che intellettuale e simbolica – delle edicole. Ha a che fare con il metodo con cui ancora oggi “funzionano”, cioè lavorano, le edicole. «Siamo andati a parlare con il referente dell’Umbria per la distribuzione nelle edicole. Se firmi un contratto con loro, ogni giorno ti verranno consegnati un tot di pacchi con un certo tipo di merce di carta dentro. Valutano in base al tuo storico di vendita, certo, ma la realtà è che sei obbligato a prenderti tutto quello che loro ti vogliono dare. Anche gli inserti e gli allegati con i giocattoli. Per un progetto come il nostro non aveva alcun senso, abbiamo capito che l’unica strada sarebbe stata l’indipendenza».
Non solo: «Anche perché si tratta di modalità che fanno riferimento a un mondo diverso, a una cultura diversa, che non ci sono più. Se ogni mattina vendi 2000 copie del Corriere, puoi permetterti un invenduto sul resto della giornata. Ma chi vende, in edicola, 2000 copie di un quotidiano, oggi?». Da questa non collaborazione, però, è nato il nome del progetto: «I distributori mappano le zone geografiche secondo una numerazione, e la nostra edicola sarebbe stata la numero 518. Ecco, ci è piaciuto prendere il numero della distribuzione che non abbiamo mai usato».
Il centro di tutto per Antonio, insomma, è la semantica. È il senso che si vuole attribuire alla parola edicola, e alla realizzazione che si desidera nel mondo reale. «Noi siamo partiti da una domanda: che cosa significasse riaprire e riattualizzare un vecchio chiosco. Una struttura preesistente che aveva perso il suo ruolo sociale e culturale. E ci siamo fatti ispirare anche dallo statuto speciale, per così dire, di cui godono le edicole». Che, mi spiega, sono licenze private concesse su suolo pubblico. Non è un immobile. Burocraticamente, si tratta di un servizio per la cittadinanza e alla cittadinanza. «Noi ci siamo dati questa risposta: la nostra edicola sarebbe dovuta diventare una sorta di portineria di quartiere. Un punto fisso ma multiforme». E infatti ecco le pubblicazioni, gli incontri, i workshop, le attività varie. «L’edicola è sempre stata un posto anche per andar a fare quattro chiacchiere e ripagarle con un’euro e cinquanta. Una tradizione in cui possiamo inserirci senza problemi».
E qui arriviamo a uno dei punti che, mi sembra, Brizioli ha più a cuore. Perché l’intellighenzia ha preso a riferimento la 518 senza, diciamo, una reale motivazione. O meglio sì, certo, la ragione è chiara. Ma c’è un nesso che salta: «Uno magari viene qua, e ci sono persone che passano da Perugia apposta per venirci a trovare, e si immagina un caffè letterario. No: siamo un’edicola, e dalle nostre parti si fanno discorsi da edicola. È un posto di strada, e vive delle dinamiche della strada». Meno experience, in altre parole, e più esperienza. Tiè.
Eh sì, forse reinventare le edicole oggi è impossibile, ma solo perché si parte dal capo sbagliato del filo. Da quello che le vorrebbe circoli ricreativi per i pochi, e che invece perde di vista la sua funzione, primigenia, per i molti. Tanti quanti sono i clienti che passano dalle parti di Perugia: extra-autoctoni, variopinti, collezionisti, esercitatori di curiosità.
Antonio mi racconta anche un’altra cosa bella e miracolosa. Ha a che vedere con la passione comune, degli edicolanti del 518, per l’anarchia. «In Edicola abbiamo un humus politico comune, e volevamo raccontare meglio la nozione dell’anarchia, che sembra un discorso anti-storico, ucronico, e invece ha molto a che vedere con le forme politiche e culturali del presente. Anche perché, come diceva lo scrittore anarchico inglese Colin Ward, l’anarchia non è assenza di ordine, tutt’altro. È la forma più alta di ordine e organizzazione, perché è quella imposta direttamente dal gruppo sociale che si assoggetterà poi a quelle regole». Così hanno preso vita le Lezioni di Anarchia, da subito nel solco tra teoria e pratica, tra pubblicazione e organizzazione di incontri. Avvengono dal 2016 con ospiti da tutto il mondo, in uno spazio all’aperto vicino all’Edicola. Lo scopo: parlare di anarchia come se lo si facesse davanti a una classe di Liceo. Educazione, disobbedienza civile… Sono tutte scuse, mi confida Brizioli, per raccontare l’anarchia affondando nella Storia e nell’attualità.

Foto: cortesia
Oggi è uscito il terzo volume di queste Lezioni, «che chiude una trilogia ideale». Si tratta di un’inchiesta ad ampio raggio sulla nozione di utopia. E arrivata a questo punto della conversazione, mi viene da pensare che questo attivismo culturale in senso lato sia, in un certo senso, l’utopia di una certa fetta di scoraggiati. Forse proprio quelli che cercano rifugio nelle edicole sbagliate, in palliativi svuotati. Bisogna passare per forza da Perugia? Per il fisico lascio a voi la decisione. Con la mente, be’, mi sembra obbligatorio.








