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Rankin, l’importante è non essere mediocri

Il fotografo, video-maker, icona dell'editoria britannica underground degli anni 90, parla di originalità e sfide. E di quella volta sul set con Eminem
In un'intervista esclusiva, il fotografo racconta la sua vita. Iniziata con il punk. Foto @Rankin

Rankin non è un tipo da mezze misure. Co-fondatore del provocatorio magazine Dazed, di AnOther e più recentemente di The Hunger, dice di essere sempre stato «fuori dalla gloria del fashion business». Si descrive «basso, un po’ sovrappeso, energetico e con una personalità dispettosa», gli piacciono le persone che lo tengono sulla corda e non sopporta la disonestà. Oggi è il suo giorno libero. Rankin è in cucina con i suoi cani a bere caffè, nell’appartamento di Kentish Town a Londra. Me lo dice al telefono, all’inizio di quella che è stata una chiacchierata sulla vera essenza del punk: sfidare le convenzioni facendo arte.

Come è iniziato il tuo percorso?
Ero un ragazzo arrogante, andavo nei club, assumevo droghe. Ho fatto cose stupide ma avevo una voce e volevo dire qualcosa. All’epoca eravamo un gruppo ristretto, influenzati da Malcom McLaren, da ciò che chiamavamo DIY (Do It Yourself, ndr) abbiamo in effetti preso il concetto di una fanzine e fatto qualcosa di specifico, dove l’arte concettuale si mischiava con la moda. Volevamo intrattenere le persone, informale, farle riflettere. L’arte dovrebbe esistere per mettere in dubbio la società. C’è una celebre citazione errata di Winston Churchill in cui risponde al taglio dei fondi sull’arte per finanziare la guerra «E poi per cosa combattiamo?» So che non l’ha detto, ma è quella la democrazia. La libertà di avere voce e abilità di pensare ciò che si vuole.

Dazed sta per compiere 25 anni, è nato come qualcosa di provocatorio, non convenzionale, se qualcuno ti dicesse che oggi il tuo lavoro è più mainstream cosa risponderesti?
Che probabilmente è vero. Il mio lavoro commerciale cerca sempre di essere meno di massa rispetto a ciò che c’è in giro. Non mi considero un artista, e non dico di no ad un lavoro che può sembrare più convenzionale o mainstream, perché è proprio quello che paga per l’avanguardia. Io mi considero ancora un punk.

Quanto ti importa dell’opinione degli altri?
Le persone hanno opinioni forti, sono fiero di ciò che ho realizzato ma non mi aspetto di compiacere tutti. Voglio provocare emozioni, non ho mai lavorato per essere solo mediocre. Alle persone a cui non piace? Beh, mi diverte parecchio che le irriti.

La cultura giovane è cambiata dagli anni 90. Che cosa ti aspetti dalle nuove generazioni?
Vedo I giovani persi a guardare I reality in tv. Non c’è niente di male, è semplice intrattenimento, ma qual è il punto? Suppongo sia un periodo complicato ed eccitante. Il problema è la democratizzazione di sottofondo, per cui vedi dell’incredibile arte emergere dai luoghi più oscuri, e un vertice che ancora decide cosa è vendibile e cosa non lo è. Quindi c’è ancora qualcosa per cui lottare.

Parli molto apertamente dell’uso di droghe, dell’influenza della scena Londinese di quegli anni, molto selvaggia.. ma sei anche un padre.
Mio figlio ha una forte coscienza politica e morale, e in un certo senso pensa che io sia un venduto. Ma è così che dovrebbe essere.. lui deve mettermi in discussione! Durante gli anni 90 mi sono divertito. Ma amavo lavorare più del fare baldoria o di ogni altra cosa. Mi alzavo la mattina sapendo di voler creare qualcosa ogni giorno. Probabilmente ero un incubo per le persone che lavoravano con me. Ora mi importa più del viaggio, se capisci cosa intendo.

Il tuo ricordo più bello sul set?
Stavo fotografando Eminem, e lui aveva un’aria triste, quando gli ho chiesto cosa avesse mi ha risposto «sono annoiato da me stesso». Ho pensato fosse molto profondo. Vale lo stesso per me, non rilascio molte interviste perché mi annoia sentire sempre la mia voce.

Mi dai la tua playlist?
Qualsiasi pezzo dei Rolling Stones, se sono di cattivo umore mi tirano su all’istante. Anche il primo album degli Stone Roses, Tiny Dancer di Elton John e una canzone di Crosby, Stills & Nash, si chiama Suite: Judy Blue Eyes, devi ascoltarla.

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