Ragazze, prendete un paradenti e andate al campo (da rugby) | Rolling Stone Italia
"è femmina"

Ragazze, prendete un paradenti e andate al campo (da rugby)

Intervista a Beatrice Veronese, giocatrice della nazionale italiana, nei giorni del Sei Nazioni e oltre gli stereotipi del "gioco da ragazze". Perché, a buttarsi letteralmente nella mischia, ci vuole un gran fegato

rugby femminile

Beatrice Veronese

Foto cortesia di Federazione Italiana Rugby/ Getty

Mentre chiacchieriamo, Beatrice è in raduno con la Nazionale di rugby. Io sono in pausa pranzo, ma preferirei essere con lei. O almeno, la pensavo così finché non mi ha spiegato com’è una giornata tipo in raduno.

Sveglia, colazione (fin qui ci sto), poi due ore tra palestra ed esercizi su skill specifiche, in base al ruolo in campo. Pranzo e power nap, sempre che tu non debba andare dal fisioterapista, che da qui in poi chiameremo amichevolmente il Fisio. Nel pomeriggio altre due ore di allenamento, ma in campo. Merenda (qui me la posso giocare) e di nuovo dal Fisio. Dopo cena c’è il tempo libero. Ma il tempo libero nel rugby significa riunioni tattiche, analisi video (tipo cineforum delle partite, ma il protagonista è sempre un trauma cranico) e, ovviamente, di nuovo dal Fisio.

L’11 aprile è iniziato il Sei Nazioni femminile, la competizione rugbistica più antica e prestigiosa.
La nazionale Italia (sia maschile che femminile) ci partecipa dal 2000 e proprio grazie agli azzurri il torneo cambia nome: da Cinque Nazioni diventa Sei Nazioni. Possiamo dirlo: upgrade per tutti.

Ed eccomi qui, a ridosso dell’inizio del campionato, in una Zoom call, con la flanker della nostra Nazionale. Io, palpabilmente emozionata: per chi gioca a rugby e segue lo sport più bello del mondo (come la sottoscritta), è come intervistare David Bowie nel 2000, prima del Glastonbury Festival. Passato l’imbarazzo (tutto mio), parto con le domande di rito.

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Foto cortesia di Federazione Italiana Rugby

Come ti sei avvicinata al rugby?
Ho iniziato a giocare a rugby in quinta superiore. Il rugby mi è sempre interessato ma all’epoca facevo kayak (a livello agonistico, nda) e di tempo per provare altre cose non ne avevo. All’ultimo anno di superiori, arriva nella mia classe una nuova ragazza che giocava a rugby. Avevo una settimana di pausa dai Campionati Italiani di kayak e un’altra mia compagna di classe mi dice “sai che c’è? Io stasera vado a provare un allenamento di rugby, così tanto per… vieni anche tu?”. Quella sera sono stata al campo e non l’ho più lasciato.

Anch’io ho fatto kayak. Forse è una cosa delle mamme venete, ci vogliono canoiste.. (sia io che Beatrice siamo venete, nda)
In realtà, mia mamma ha sempre voluto vedermi sulle punte. Infatti ho fatto anche danza classica. Quando ho smesso, in concomitanza con il mio periodo da metallara, ho visto infrangersi il suo sogno. Mi ricordo una scena: eravamo a casa, io avevo appena iniziato la canoa, mi ero tagliata i capelli, mi ero fatta la cresta rossa e indossavo una maglietta degli Iron Maiden. Mia mamma mi guardava con gli occhi lucidi, come a dire: “Cos’è successo alla mia bambina…?”.

L’adolescenza non fa prigionieri…
Verissimo. Infatti quasi tutti i miei amici suonavano in band metal e andavo spesso ai loro live. Eravamo sempre gli stessi e ci conoscevamo tutti. Mi è sempre piaciuto andare ai concerti, purtroppo non ho mai potuto vederne tanti perché mi allenavo e avevo le gare. Mi sono persa un Gods of Metal e ancora ci penso…

Prossimo concerto a cui andrai?
Salmo a Padova. Poi ho già i biglietti per il Galactica (festival di musica elettronica, nda), Caparezza ed Einaudi.

Vorrei tanto sbagliarmi, ma credo che parlare di rugby in Italia sia un po’ come parlare di Narnia: qualcosa che abbiamo visto o di cui abbiamo sentito parlare, ma di cui non sappiamo davvero nulla. Potresti spiegarci, in maniera super semplice, in che ruolo giochi?
Gioco terza linea flanker. Per farla breve, nel rugby, ogni squadra è composta da due “pacchetti”: gli Avanti (forwards dall’inglese, nda), quelli delle mischie, per capirci; e i Trequarti (backs dall’inglese, nda), quelli più veloci che stanno fuori dalla mischia. Io faccio parte del “pacchetto” Avanti e sto nella parte più esterna durante la mischia. Il mio ruolo è un po’ un ibrido tra Avanti e Trequarti: oltre ad avere una fisicità più impattante, appunto da mischia, devo anche correre veloce e avere delle buone mani per passare la palla. Poi mi tocca il lavoro sporco sui punti di incontro (i momenti in cui le due squadre si contendono la palla in gioco aperto, nda) e di solito questa fatica si nota meno perché si rimane più affascinati dal gioco acrobatico dei Trequarti.

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Foto cortesia di Federazione Italiana Rugby

Quando hai esordito in Nazionale?
Il mio primo cap (nel rugby è letteralmente un “cappellino” assegnato a chi viene convocato in Nazionale; le presenze successive vengono poi conteggiate come cap 1, 2, 3… fino, per esempio, a 80 cap) l’ho conquistato nel 2017, in un test match contro la Francia. È stato molto emozionante, soprattutto perché sono partita subito titolare. Una volta in campo, però, pensi solo a quello che devi fare e la mente si libera. C’era solo un po’ di ansia in più negli ultimi cinque minuti, quando ho dovuto giocare da numero 8 — era la mia prima volta in assoluto in quel ruolo.

Invece il tuo primo Sei Nazioni?
L’ho giocato l’anno dopo, nel 2018. Avevo 22 anni ed era contro l’Irlanda. Sono partita titolare.

Com’è giocare in quegli stadi enormi?
Le prime volte è bello, ma c’è un casino assurdo. Anche perché all’estero c’è molto pubblico e il rumore rimbomba parecchio, quindi devi essere davvero concentrata e sul pezzo. In generale devi essere brava a lasciare tutto fuori e focalizzarti solo su quello che viene detto in campo, che già è difficile da sentire. Però è bello, bellissimo. Non c’è paragone: giocare in uno stadio con tanto pubblico è un’emozione incredibile.

Come vivi, da atleta, il fatto che il Sei Nazioni maschile si giochi all’Olimpico, mentre quello femminile in Italia si disputi in stadi più piccoli, a differenza dell’Inghilterra dove si gioca nello stesso stadio della nazionale maschile?
L’Inghilterra è avanti anni luce: il rugby fa parte della loro cultura, è nato lì. Per la prima partita contro l’Irlanda hanno già venduto più di 70.000 biglietti — più di quanti se ne vendano in Italia per il Sei Nazioni maschile. Noi stiamo lavorando per arrivare a quel livello.

Vedervi giocare mi dà una carica pazzesca, e penso sempre: “Cazzo, se a me fa questo effetto, figuriamoci a una ragazza di 10 anni”. Perché sa che se vuole, può arrivare in Nazionale. Questo pensiero mi fa letteralmente impazzire… mi emoziona.
Te lo giuro, grazie. Questo è uno dei motivi per cui andiamo avanti. Per questo dico che non ha senso paragonarci all’Inghilterra: stiamo costruendo e facendo crescere il movimento. Io gioco sapendo che non lo faccio solo per me. Lo faccio pensando che fra tre, quattro o dieci anni, la Nazionale italiana femminile vincerà tutto… e che ci saranno sempre più bambine a guardarla, sapendo che c’è un posto anche per loro. Ai Mondiali è stato bellissimo: c’erano tantissime bambine sugli spalti, a tifare le loro atlete di riferimento. Vederle lì è stato qualcosa di unico.

Parliamo del terzo tempo al Sei Nazioni. Sono abituata a vedere i contenuti di Inghilterra, Scozia o Francia, dove negli spogliatoi hanno il buffet, un sogno. Poi raggiungono la squadra avversaria, si scambiano le maglie e festeggiano tutti insieme. È così anche per voi? Avete il buffet in spogliatoio?
Dipende da dove giochi, però in generale sì: c’è sempre un buffet. Di solito trovi frutta fresca, frutta secca e barrette energetiche, soprattutto prima della partita. Quando il match finisce inizia la festa: all’estero va di brutto il sushi, in Italia portano la classica pizza. E sì, c’è la birra. Ma siamo comunque atleti: solo birra analcolica.

Squadra preferita per fare il terzo tempo?
Ti direi Scozia o Galles, ma ultimamente con il Galles ci becchiamo alla fine del Sei Nazioni, perché giochiamo sempre contro di loro per ultime. Quindi sono diversi anni che festeggiamo insieme dopo l’ultima partita del torneo.

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Beatrice Veronese. Foto cortesia di Federazione Italiana Rugby

Cosa c’è nella tua playlist prepartita?
Children di Robert Miles, Creed of Freestyle degli Angerfist, Basskillerdi Gonzi. Non ho una vera playlist pre-match: ascolto la musica in base al mio umore. Ogni playlist, ovviamente, ha una bellissima descrizione che spiega esattamente come ascoltarla.

(Due esempi presi direttamente dal profilo Spotify di Beatrice: Playlist chiamata ‘Blacksheep’, descrizione: In ‘Rocket Queen’ Axl si è registrato in studio mentre scopava con la fidanzata di Steven Adler. Playlist ‘Light Blue’: Playlist blu, da ascoltare preferibilmente in macchina cantando e intervallando lacrime e sorrisi.).

Momento polemichetta. La nazionale maschile di calcio non si qualifica ai Mondiali e tutti i media ne parlano fino allo sfinimento. In Italia ci sono altre nazionali che invece partecipano ai più grandi tornei internazionali, ma lo spazio dedicato è minore. Come ti fa sentire questo sbilanciamento? Cosa si potrebbe fare per riequilibrare la situazione?
Mi fa sentire come se il calcio fosse lo sport numero uno e tutto il resto fosse sport di serie B. Se vai a paragonare le competizioni dello stesso livello, il calcio ha sempre molta più visibilità rispetto ad altri sport, come pallavolo, rugby, basket e quant’altro.

C’è da dire che tu fai uno sport totalizzante sia fisicamente che mentalmente: richiede una preparazione intensa ed è uno sport di contatto duro e faticoso. Sei un’azzurra, canti l’inno prima delle partite, eppure sembra che questo non basti per ottenere la giusta copertura mediatica.
Secondo me, questo è proprio insito nella cultura italiana ed è difficile da sdoganare. Ed essendo così radicato nella cultura, è difficile ritagliarsi spazio e visibilità. Il calcio è sempre stato lo sport nazionale. Come in altri posti lo può essere l’hockey su ghiaccio, come in Canada, il polo in Argentina o il rugby in UK. In Nuova Zelanda, per esempio, quando siamo andate per i Mondiali, c’erano campi da rugby ovunque. Andavi al campetto e c’erano solo palloni da rugby: è stato stranissimo per me, perché noi siamo abituati a vedere praticamente solo campi da calcio. Però piano piano le cose stanno cambiando. La visibilità aumenta, l’interesse cresce: oggi le persone conoscono il rugby molto di più rispetto a quando ho iniziato a giocare. Sento dire molto meno spesso la frase “non sapevo che esistesse il rugby femminile”. Per me, la cosa importante è far conoscere il movimento, far conoscere lo sport e, passami il termine, normalizzarlo.

Se fossi tu a decidere, cosa faresti per far crescere il rugby?
Allora… io ho anche una formazione in marketing, quindi mi metto nei panni di chi deve occuparsi di queste cose e mi rendo conto che non è facile. Ci sono tanti fattori in gioco, soprattutto quello economico, e non si può dire semplicemente “facciamo così” senza considerare il resto. Sicuramente porterei più sport nelle scuole. Avvicinare bambine e bambini allo sport è fondamentale: iniziare da grandi è sempre più difficile. Da Beatrice atleta, posso dire che la mentalità di chi fa sport è completamente diversa da chi non ha mai fatto fatica fisica o lottato per un obiettivo. Lo sport ti forma: non ci sono scuse. Devi impegnarti, essere costante. Anche quando non hai voglia, devi prendere il tuo borsone e andare al campo. Poi, ovviamente, servirebbe dare maggiore visibilità a tutte le discipline, sia maschili che femminili.

Secondo me, sarebbe già un grande passo avanti poter offrire le stesse possibilità. Banalmente poter accedere agli stessi servizi: un campo accessibile, staff tecnico…
Come ti dicevo, c’è sicuramente anche un fattore economico. L’esempio dell’Inghilterra, che ha già venduto 70.000 biglietti, lo dimostra: quei soldi verranno reinvestiti nel movimento. È un meccanismo complesso, di cui si parla spesso nel rugby, ma vabbè… lo ripetiamo perché abbiamo a cuore questo sport.

Cosa significa per te essere una giocatrice di rugby professionista italiana? Giocare all’estero (Veronese gioca al Tolone, nda) è una scelta libera o una necessità, data la mancanza di opportunità qui in Italia?
Sono felice di giocare in Francia. Sicuramente è una scelta personale e libera, perché ho sempre voluto provare a giocare all’estero: vivere un ambiente diverso e confrontarmi con un nuovo stile di gioco. Se rispondo da atleta italiana, però, mi piacerebbe che ci fosse un livello più alto anche qui. Il campionato in cui gioco è molto più competitivo. Tutto questo si ricollega al discorso sulla cultura di cui parlavamo: l’accessibilità e le opportunità nascono proprio da quel contesto, fin da piccoli.

La cosa che ti piace di più del rugby.
Il contatto. Perché mi ha insegnato a sentire me stessa e a essere davvero chi sono, senza dover pensare: “Aspetta, sono in questa situazione, devo comportarmi in un certo modo”. Sono semplicemente Beatrice.

Iniziare a fare contatto a 17 anni, mentre il tuo fisico cambiava per lo sviluppo, ti ha fatto percepire il tuo corpo in maniera diversa?
Già da quando facevo danza avevo iniziato a farmi delle domande: mi prendevano un po’ in giro perché ero, diciamo, distratta. Una volta ho scardinato una porta camminando per casa. Per farti capire, sono sempre stata un po’ maldestra nei movimenti. In realtà, forse è anche per questo che mi piace il rugby: mi ha fatto riscoprire la mia fisicità, nel senso che mi ha insegnato che puoi essere esattamente come sei e sfruttare proprio questo tuo modo di essere. Farlo diventare un valore.

Sono d’accordissimo. Credo che il corpo possa essere usato in modi completamente diversi da come ci insegnano: cresciamo sentendoci dire che dobbiamo stare composte, che essere forti o muscolose non va bene. Ma quando placchi qualcuno o vinci una mischia… be’, quella sensazione è pura droga.
Poche sensazioni sono così: ti senti davvero potente. Ma soprattutto puoi essere forte e “composta”, allo stesso tempo. Magari io non sono l’esempio perfetto, ma conosco ragazze che quando le vedi giocare pensi: “Che bestia!”. Poi le vedi dopo la partita, lavate, truccate, con orecchini e borsa abbinata, e ti rendi conto che sono la stessa persona. Non è che, se giochi a rugby, devi automaticamente essere un maschiaccio o non essere femminile. Puoi essere entrambe le cose, se vuoi.

Hai presente il concetto della nazionale cantanti? Se ci fosse una nazionale cantanti di rugby tu chi schiereresti?
Plioni: Carl Cox, classico e inamovibile, e Nina Kraviz, classica e martellante. Tallonatore: Gigi D’Ag, direttore della mischia. Seconde linee: Kneecap, MASSICCI. Flanker: Rosalía, bronsa cuerta (letteralmente brace coperta: è un modo di dire veneto che indica una persona calma ma che nasconde un carattere vivace, passionale e imprevedibile, come la brace sotto la cenere, nda), e Ozzy Osbourne, pazzo. Numero 8: Britney Spears, imprevedibile. Mediano di mischia: Angus Young, rognoso. Mediano di apertura: Madonna, la mia direttrice del cuore. Ali: Achille Lauro, pettinato, e Franchino, pazzia assicurata. Centri: Chemical Brothers, abbaglianti in tutti i sensi.

La partita che aspetti di più di questo Sei Nazioni?
Italia – Scozia.

Spogliatoio più brutto in cui sei stata?
Un open space senza porte. Ovviamente turca: un must. Un solo bagno funzionante, senza carta igienica. In doccia acqua rigorosamente fredda. Pavimento in cotto, immancabile: bello scivoloso, con quell’effetto mucillagine su cui pattinare, completo di scalini pericolosissimi per accedere al bagno. Un mini-triathlon per spaccarsi tutti i legamenti.

Ultimissima domanda: che consiglio daresti a una bambina, ragazza, donna che vuole iniziare a giocare a rugby?
Di comprare il paradenti, perché è obbligatorio, e le scarpe. E poi andare in campo, buttarsi, non pensare troppo, lasciarsi andare: tutto il resto viene da sé. Perché comunque c’è la compagna che ti aiuta e quella che ti prende in giro, ovviamente in modo affettuoso. In questo modo impari a rapportarti con diverse personalità e a capire come farlo. Quindi sì: paradenti e via senza pensieri.