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Pixelpancho: «Non sono una persona, sono uno street artist. Io sono le mie opere»

L'artista torinese venerato come una rockstar nel mondo della street art sarà a Roma fino al 19 aprile con "Androidèi", lo abbiamo intervistato

Il Future of Life Institute, una sorta di gruppo di super esperti di robotica a livello internazionale, l’anno scorso ha pubblicato una lettera che mostrava, con disarmante semplicità, le due facce della medaglia dello sviluppo tecnologico: spronava il mondo a proseguire nella ricerca, ma nello stesso tempo avvertiva del rischio che stiamo correndo, ovvero che le intelligenze artificiali un giorno arriveranno a sopraffare l’uomo. E questi signori si occupano di scienza, non di fantascienza. Se avranno ragione, ce lo dirà soltanto il tempo. Questa piccola premessa era per dire che le opere di Pixelpancho, torinese classe 1984 venerato come una rockstar nel mondo della street art, a me fanno esattamente lo stesso effetto. Mi divertono, ma allo stesso tempo mi incupiscono.

Pixelpancho nasce artisticamente nel 2001, dopo aver passato un’altra mezza dozzina di nomi d’arte. Studia all’Accademia di Torino e si diploma in Belle Arti a Valencia. Il suo è un mondo colorato, dove umanità e robotica si fondono in un unico essere. Sono opere che hanno riferimenti storici, artistici, ma soprattutto anatomici e tecnologici. Sono opere colte, realizzate da qualcuno che conosce la storia dell’arte. Arriva a Roma, nella ormai consacrata Galleria Varsi, una sua bellissima mostra che durerà fino al 19 aprile. Il titolo, evocativo, è Androidèi e il tema è appunto quello di robot e dèi che si fondono in un’unica entità soprannaturale, eterea.
Noi siamo andati a rompergli le scatole mentre la allestiva. Come sempre Massimo Scrocca, il fondatore e direttore di Varsi, è vestito da imbianchino e sta trasformando le pareti della galleria, come fa per ogni mostra.

Pixelpancho, che non si fa fotografare e di cui non esistono in giro immagini del volto, sta sistemando le piante, parte importantissima dell’allestimento che ha trasformato lo spazio espositivo in una sorta di tempio romano abbandonato: «Avevo previsto un’altra cosa, le pareti dovevano essere grigie, ma non ho resistito. Dai, andiamo a prendere un caffé». Usciamo dalla galleria e ci dirigiamo verso via dei Giubbonari, tra il ghetto e campo dei fiori, e quell’aria da bullo sembra quasi stridere con i suoi modi che sono tipici dell’eleganza piemontese: «Quant’è bella Roma. Oggi mi sono perso nel ghetto ed ero felice».

Pixelpancho – La dea, inchiostro e acquerello su carta – 25 x 35 cm, 2016

Più della tua Torino?
«Sono belle entrambe. Le mie preferite… Si sente che sono state capitali. A Torino però si sta bene se sei di lì. Se vieni da fuori ti guardano strano. A Roma invece no, sei sempre il benvenuto e soprattutto, caos e turismo a parte, è una città intima, che si può vivere anche da soli. Si fa vita di quartiere e ognuno è importante. Non come altre metropoli dove sei solo un numero»

E Milano?
«La frequento poco. Moltissimi amici, ma la città non mi diverte… Forse perché la conosco poco»

Senti, in mostra ho visto una tua scultura entrando. Non ti bastano più muri e tele?
«Ne faccio tante di sculture. In ogni mostra ne inserisco almeno una. Mi piace perché si può mettere ovunque e mi da un senso di libertà, quello di non essere legato a uno spazio predefinito, a un muro»

Ti sei stancato di fare lo street artist? Vuoi entrare nel magico mondo dell’arte contemporanea?
«Ma figurati! Quello è un mondo che tengo lontano. La morte dentro… Una élite di gente chiusa. Meno male non ho ascoltato i galleristi qualche anno fa. Quella non è più arte, è solo un mercato sterile»

Beh, in quanto a mercato pure la street art non scherza ultimamente.
«Vero. Ma la differenza sai qual è? Che io le mani me le sporco. Le mie opere le faccio io. Anche quando faccio le sculture, non mi limito a fare il disegnino e a farle realizzare da altri. Le faccio io. Certo, a volte ho bisogno di tecnici, ma il lavoro lo faccio io»

Voi però ormai fate parte del mercato dell’arte, e quello che tu combatti succede anche nel vostro mondo.
«Infatti mi sto rompendo i coglioni. Ormai questo è un mondo contaminato da organizzatori che cercano di lanciare artisti che per fare più velocemente proiettano sui muri e lavorano sulla proiezione. Ma, dico io, che gusto c’è a proiettare su una parete alta cinque piani? Così finiranno col trasformare questo mondo in una finzione, com’è nell’arte contemporanea, per la maggior parte fatta da incapaci che fanno cose insulse o da fotocopiatrici, che rifanno opere già viste 2000 volte».

La vera moda ora siete voi. Ti senti di moda?
«No, affatto. Capisco di poterlo essere in questo momento, perché me lo dicono in tanti. Sinceramente non mene rendo conto, perché sono sempre chiuso in studio e se viaggio, viaggio per lavoro. Persino durante i vernissage, preferisco stare nello stanzino a fumarmi le canne».

Perché non ti mostri mai in pubblico? È vietatissimo, per le poche interviste che rilasci, pubblicare le tue fotografie. È un marchio di fabbrica oppure c’è un motivo reale?
«Non voglio che la gente si focalizzi su di me. Io come Pixelpancho non sono una persona, sono uno street artist, sono le mie opere. Cazzo gliene frega alla gente di sapere se sono alto, basso, magro, grasso, bianco, nero, con la barba o glabro? Non sopporto quando la figura dell’artista, cosa tipica del ‘900, è così forte da oscurare i suoi lavori».

Pixelpancho – Orazio, acrilico su legno – 100 x 100 cm, 2016

Veniamo alla mostra: è molto bella e vedendola si percepisce con chiarezza cosa pensi di Roma.
«Grazie. Ho cercato di portare l’energia che trovo sempre qui, in questa città immortale, che viene maltratta da migliaia di anni ma continua a resistere e resisterà. Ho voluto riprodurre quel sentimento di nostalgia di un tempo florido che vedi che decade, ma che non è ancora rotto. Non so se si romperà. E se si romperà ricrescerà, si evolverà. Ha un cuore culturale talmente grande questo posto…».

Siamo arrivati a poter dire che in questo momento Roma è la capitale europea della street art, cosa impensabile fino a pochi anni fa. È la brutta architettura delle periferie infinite che ha permesso tutto questo?
«È come il barocco, che è nato dalle brutture e dall’oscurità del medioevo. La street art a Roma è il miglioramento, l’evoluzione, il superamento di quell’orribile periodo dal punto di vista estetico che sono stati gli anni ’60 e ’70».

Di cosa hai paura?
«Della censura. Della limitazione delle libertà e dell’arretratezza. Delle religioni che bloccano lo sviluppo sociale e individuale».

E vieni a Roma durante il Giubileo a fare una mostra?
«E infatti sto preparando una bella sorpresa… Ma non posso dirti niente».

Galleria Varsi
Via di San Salvatore in Campo 51, Roma
19 febbraio – 3 aprile
Ingresso gratuito

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