Home Cultura Interviste Cultura

Patrizia Valduga, la diva della poesia: «Le altre poetesse mi copiano e poi mi odiano»

Per la prima volta la poetessa e traduttrice apre le porte del suo studio e del suo mondo: la nostalgia per Giovanni Raboni, la fuga in aereo da un ospedale tedesco, l’antipatia per il pop, l'eros nelle sue opere, la storia del capolavoro ‘Belluno’, il rapporto con la critica e i giovani poeti

Patrizia Valduga

Foto: Riccardo Garofalo

Diva della poesia, maestra della forma chiusa, nostra signora della quartina. È stata definita in tanti modi, quasi sempre in sua assenza. D’altronde, non aveva bisogno di apparire: le opere parlano da sole. Ma per la prima volta Patrizia Valduga, in via del tutto eccezionale, ha deciso di aprirci le porte del suo mondo – artistico ed emozionale – concedendosi a una lunga intervista proprio nella casa che ha condiviso con l’amore di una vita, il grande poeta Giovanni Raboni. «Qui hanno mangiato soltanto Paolo Volponi e Giacomo Manzoni con le consorti» ha premesso.

Mitizzata, emulata, vilipesa (non riuscendo a imitarla) è in grado di inserire negli stessi versi l’(auto)erotismo e la morte, il sarcasmo più feroce e la malinconia pura, così come la politica senza timore di prendere parte. E infatti porta fieramente una spilletta con falce e martello: «Nel mio cuore sarò sempre comunista». Una lunga chiacchierata nell’abitazione di via Melzo a Milano, dove le librerie hanno preso il posto delle pareti e in bagno sono affisse – in segno di massimo rispetto – le foto degli artisti amati Ian McKellen, Ignacio Matte Blanco, Tadeusz Kantor, Beckett, Testori-Branciaroli, Gassman-Ronconi, Werner Herzog e dei genitori da adolescenti.

L’attenzione all’estetica è in ogni dettaglio. Dal pacchetto di sigarette senza immagini delle conseguenze del fumo: «Ho tenuto quelli vecchi e li sostituisco», al manichino vestito di tutto punto che ci accoglie nello studio, fino al teschio (vero) che sorveglia in una vetrinetta i preziosi copricapo anni ‘20: «Questo me l’ha portato un amico da New York. L’ho utilizzato varie volte, per poi scoprire che era una abat-jour…». Dal 1981 è “sulla piazza” come ripete spesso e fra poco festeggerà i 40 anni di attività, ma sarà difficile vederla in eventi promozionali. L’unico lusso che si concede è uno spritz a La belle aurore, un localino in stile déco a cinque minuti a piedi che ha un solo difetto: «Il titolare non mi vuole comprare lo champagne perché dice che è da ricchi».

Lo studio di Patrizia Valduga. Foto: Riccardo Garofalo

Se volete incontrarla non portate in dono le vostre poesie, meglio la verdura dell’orto: «Adoro i pomodori come niente al mondo, quando sono buoni il profumo è cocaina», anche perché a chi le invia componimenti spedisce «una frase fatta, la copio e la mando». Non ha neppure i social, anzi, scopre di essere su Instagram a sua insaputa proprio mentre ne parliamo: «Che orrore, li denuncerò!», ma su internet ha cercato nuove conoscenze «solo che tutti vogliono dei soldi», perché in fondo, ha confessato, «vorrei morire tra le braccia di un uomo».

Quando le ho chiesto di essere intervistata di persona mi ha risposto: «Voler incontrare uno scrittore che si ama è come amare il pâté e voler conoscere l’oca».
Si rimane sempre delusi. La persona ha dei limiti, quello che conta è l’opera. È lì che un autore dà il meglio di sé e risulta più vero. Un artista può essere noioso e miserabile dal vivo. Non mi riferisco ai poeti, ma ai romanzieri. La poesia ha un legame più profondo con la logica dell’inconscio: si capisce subito se un poeta bluffa. Non si può essere grandi poeti e nello stesso tempo vili e truffatori. Mentre un narratore può essere anche un delinquente, perché tanto registra il mondo intorno senza parlare troppo di sé.

Visto che lei è una poetessa e quindi non bluffa, partirei dalla sua difesa di Tariq Ramadan, l’icona della sinistra filo-islamica europea accusato di stupro. Sul Fatto Quotidiano scrisse un lungo articolo in sua difesa e fu molto criticata.
Quale donna entra nella camera da letto di un uomo per consigli spirituali? Io ci sono entrata soltanto quando non mi dispiaceva l’idea di scoparci. Difendo lui e tutti quelli accusati dal Me Too, ma per Ramadan mi sembra che ci sia stato un atteggiamento un po’ razzista, quando hanno detto di lui: «Dice cose giuste e condivisibili ma non le pensa». Come si permettono, sono forse nella sua testa? Se qualcuno lo dicesse di me lo denuncerei. Su Dagospia mi hanno dato della vecchia puttana, che voleva scopare con lui. Non mi piacciono gli uomini più giovani di me!

Quindi non solidarizza con le donne che hanno denunciato molestie o violenze in questo periodo?
Il Me Too mi fa schifo. Ci dovrebbe essere una prescrizione anche per le molestie. Come si fa a denunciare dopo 30 anni uno che ti ha toccato il culo o l’altro ti ha toccato una tetta?

A lei non è mai capitato niente del genere?
Mai! Sono sempre stata io ad assaltarli. Tutt’al più sono gli uomini che possono accusarmi di violenza. Sono contro queste cose «di genere», perché di generi ormai ce n’è un’infinità? Jules Michelet parlava dei “due sessi dello spirito”. Ecco: penso che gli artisti uomini abbiano la parte femminile più sviluppata rispetto agli altri uomini, e le donne quella maschile.

Eppure, Harvey Weinstein è stato incriminato per altri sei capi di imputazione legati a violenze sessuali proprio in questi giorni.
Mi fa veramente pena, vorrei testimoniare a suo favore. Ma, lo giuro, non sono così stronza da sostenere in assoluto questa posizione. Se una donna è costretta contro la sua volontà, per non perdere il lavoro, ad esempio, lo trovo detestabile. Ma una donna libera, che invece vuole solo fare carriera, la considero una che si vende. Quelle che sono state con lui e poi lo hanno accusato per me sono delle prostitute, come minimo. E anche Jacqueline Kennedy, che mise per contratto un solo rapporto al mese con Onassis, mi sembra una prostituta. Allora sono meglio quelle che ‘battono’ per le strade di Milano.

Lei fu legata per ventitré anni al poeta e critico Giovanni Raboni. Cosa le manca di lui?
Che assurdità…mi manca lui. Era un genio! Capiva tutto, prevedeva le mie mosse, i miei pensieri, mi aiutava in tutto. Mi sentivo in una fortezza. Adesso invece sono in balìa di me stessa, della mia solitudine e delle mie angosce. Ho cercato un fidanzato, ma non l’ho trovato neanche in internet.

Non mi dirà che l’ha cercato sui social?
Macché, sui siti per incontri! Solo che vogliono tutti dei soldi e a me non va di pagare.

Dobbiamo lanciare un appello?
Per carità! Si fa peggio ancora. Dal vivo nessuno osa. Pensi che chiesi al giornalaio di esporre una mia foto con il numero di cellulare. A fine giornata non mi arrivò neanche una chiamata. Ce ne saranno di persone che passano in Piazza Oberdan, no? In città è molto difficile conoscere gente. Una donna sola non viene mai invitata nelle case private: quando è giovane non la vogliono le mogli e quando è vecchia non la vogliono i mariti. E poi non è neanche una questione estetica, ma di attrazione mentale, di elettricità mentale. Insomma, una persona non intelligente non la reggo.

Effettivamente di poeti c’è scarsità in giro.
I poeti non li voglio più vedere. Avrei bisogno o di uno psichiatra, che fa sempre comodo, o di un avvocato, per fare tante belle cause, o di un idraulico, visto che ho spesso problemi in casa. Qualcuno che si rendesse utile, insomma. Un poeta no, il confronto con Raboni non è sostenibile.

C’è mai stata una follia che avete fatto insieme?
Una cosa che i parenti hanno giudicato una follia è stata la fuga con un Cessna dall’ospedale di Kassel in Germania. Raboni aveva avuto un infarto. Quando ancora non poteva alzarsi dal letto, stanco di una lingua che non capiva e del cibo che non gli piaceva, voleva tornare a Milano. Con un po’ di tedesco e un po’ di inglese ho organizzato il viaggio: lui, io, due medici e un pilota. Un’ambulanza ci aspettava a Linate. Era il 1987: ci è costato 12 milioni.

Non mi dica che è l’unica in ventitré anni.
Quello che faccio di solito è folle per tutti ma non lo è per me. Raboni, invece, era una persona molto riservata. Amava rileggere Dickens, Flaubert, Dostoevskij e la Austen. Era questo il suo piacere: più della poesia. La prima volta che siamo andati a Parigi insieme, mi disse: «Abbiamo un pomeriggio libero: cosa vuoi fare?» Ero incerta se andare al mercato delle pulci, oppure a portare dei fiori alla tomba di Céline. Siamo andati a Meudon: un viaggio vero e proprio. Gli portai un gran mazzo di roselline selvatiche. Avrei fatto meglio ad andare al mercato delle pulci. Raboni si comprava le camicie usate a Porta Portese: aveva una eleganza innata. Gliene regalai io una nuova, di lino blu, che mi costò un capitale. Ci sono poeti che portano vestiti firmati ma sembrano dei mendicanti, Giovanni invece era vestito con abiti vecchi eppure sembrava un aristocratico.

Non le manca un figlio?
No, ho abortito nell’87. Mi sentirò sempre figlia… Se non ho mai dimostrato i miei anni è anche per questo. Non si invecchia scendendo gradino per gradino, ma si precipita rampa dopo rampa. Si rimane tramortiti per un po’ e poi si riparte. L’ultima rampa l’ho scesa l’anno scorso e spero di rimanere così ancora per un po’. L’età che uno dimostra è la media aritmetica di tutte le sue età, soprattutto quella affettiva, erotica e intellettuale. Certo, ci sono anche l’età biologica, anagrafica e sociale, ma contano meno. La mia età affettiva è 14 anni, l’età intellettuale 80, e quella erotica 2.

E tutto l’erotismo presente nelle sue poesie?
Appunto, è un erotismo che non ha 2 anni. Le poesie erotiche ognuno le legge con la propria sensibilità. Per Moni Ovadia sono “arrapanti”, per un amico con problemi psicologici “drammatiche”, per uno psicotico che mi ha mandato un commento “tragiche”, per mia sorella che vede l’aura delle persone “mistiche”. Non so più cos’è l’erotismo, non lo chieda a me. Ogni stagione ha i suoi modi di interpretarlo. Nell’800 era erotico se una donna mostrava la caviglia, oggi forse se una si spoglia sul cellulare. Cosa vuole che ne sappia, io non ce l’ho quella roba lì.

Non usa gli smartphone?
No, ho un vecchio telefonino perché quelli nuovi non mi stanno in tasca. E siccome detesto la borsetta, preferisco questo che è abbastanza piccolo. E deve chiudersi, se no mi partono le chiamate senza che me ne accorga.

Almeno il computer lo usa?
Quello sì, però, a dire la verità, non ho la connessione internet a casa. L’ho avuta, ma il modem si scaldava e rischiavo di far sciogliere la scrivania di Raboni. In più, se andava via la luce si bloccava la linea del telefono di casa e questo mi metteva in ansia. Mi hanno regalato questo telefonino, ma lo uso solo per internet con l’hotspot. Le cose tecniche… Se penso alla lavatrice…

Cosa le è successo?
Mi si era rotta e così ne ho comprata una nuova. Ma sa cosa vuol dire vivere sola? Sono riuscita a prenderne una da otto chili. Ha un oblò grande così! Mi fa paura. Non l’ho ancora usata, ci sta dentro troppa roba. Potrei fare il bucato per un esercito.

Alcune settimane fa un altro suo articolo ha fatto parecchio discutere, dove sosteneva di non confondere i “grandi” col pop. Così come in passato disse di voler morire prima che a Milano venga eretta una statua ad Adriano Celentano. Non ha un buon rapporto con la musica contemporanea?
Adriano Celentano non lo prendo neanche in considerazione. Non me ne frega niente di quel tipo di musica. Non ho mai visto Sanremo in vita mia. Mi fanno schifo anche Francesco De Gregori, Paolo Conte e Roberto Vecchioni. Li detesto tutti quanti. In quell’articolo dicevo che si intitolano strade e giardini e aiole e crocicchi a persone che hanno qualche notorietà, non una vera importanza culturale: glorie passeggere. Un artista dovrebbe essere giudicato dal suo spessore estetico e morale e non dalle vendite. Non avevo nessuna simpatia neppure per David Bowie, ma quando è andato alla trasmissione di Celentano e ha detto: «Appena l’ho visto ho capito subito che era un idiota», l’ho amato immediatamente. Deve essere stato molto intelligente…

Una delle sue caratteristiche in poesia è di aver sempre scelto la forma chiusa. Oggi però sembra sempre più raro trovare qualcuno che la utilizza.
Qualcuno in giro c’è ancora. Quando mi chiedono come mai non uso il verso libero, rispondo che non esistono versi liberi, ma io personalmente non saprei quando andare a capo. Non li so fare. E poi è un mio piacere personale. Imparo a memoria le poesie che amo, per lo più in rima. Da Guittone d’Arezzo a Giovanni Raboni. E anche gli stranieri, per esempio ne so a memoria diverse di Baudelaire. Ne vuole sentire una?

Certo…
Si intitola À celle qui est trop gaie. Ta tête, ton geste, ton air/Sont beaux comme un beau paysage;/Le rire joue en ton visage/Comme un vent frais dans un ciel clair…

Di poeti non ne vuole più conoscere, ma di poetesse ce ne sono moltissime che vorrebbero frequentarla o farle leggere le loro poesie. Basta scorrere sui social o il web.
Le poetesse, o mi detestano soltanto o mi copiano e mi detestano insieme. Sono sulla piazza dal 1981 e ho sempre detto i miei versi a memoria e per la successione delle quartine, scrivevo su un foglietto il primo verso, lo guardavo per ricordarmi l’inizio e poi lo mettevo in tasca. Adesso lo fanno in parecchie, anche davanti a me! Non ne posso più… Ma, dico, non si ha neanche un po’ di carattere, un po’ di personalità? È da una vita che non voglio assomigliare a nessuno.

Alle giovani poetesse che copiano il suo stile, cosa consiglia?
Magari fossero le giovani, sono più decrepite di me… Ecco il mio consiglio: leggete qualcuno di più bravo, come Pound, Baudelaire e Raboni. Se vi annoiate con questi tre, la poesia non è la vostra partita, datevi a qualcos’altro. Non si può esser poeti se ci si annoia leggendo i grandi poeti. Io non mi annoio neanche con i più piccoli.

Quindi di oggi non c’è nessuno o nessuna che apprezza?
Non leggo più i vivi. Preferisco stare con i morti. E poi è inutile fare le antologie delle poetesse italiane, come l’ultima della poesia femminile del ’900. Allora fai anche quella maschile. Vuoi leggere qualcosa di femminile? Leggi gli uomini. Vuoi leggere qualcosa di maschile? Leggi le donne.

L’ultimo che l’ha stupita?
Francamente nessuno. Quando ho fondato la rivista Poesia, quelli che mi piacevano li ho pubblicati lì. Purtroppo, sembra che il Covid sia arrivato a mio personale nocumento. Per la prima volta stavo organizzando a Milano, alla Centrale dell’Acqua, un ciclo di incontri che si intitolava “Rime alla ribalta con quattro poeti, Marco Ceriani, Riccardo Held, Gabriele Frasca e Emilio Rentocchini”. Loro oggi sono i migliori nella forma chiusa.

Com’è che fondò la rivista Poesia e rimase soltanto un anno?
Perché Nicola Crocetti mi ha esasperata. Pensi la cattiveria delle persone, ho inventato la rivista e l’ho costruita materialmente, poi l’ho lasciata a lui e me ne sono andata. Dopo il lancio aveva un pacco di ritagli stampa alto così, a detta sua. E lui, per tutta gratitudine, non mi ha mai recensita. O meglio, mi ha fatto stroncare un libro da un’altra poetessa e ultimamente dichiara che l’ha fondata lui. Ma se qualcuno va a vedere i primi numeri, la differenza salta agli occhi. Io avevo copiato Il Politecnico di Albe Steiner e la copertina era a riquadri, variabili. Quella di Crocetti sembra il diario delle signorine, una vera ‘enciclopedia della fanciulla’. Una sola foto in copertina e la scritta Poesia non più quadrata ma con i ricciolini. Insomma, la mia sembrava fatta da un uomo, la sua da una donna. Ma il problema di Crocetti è di non essere un poeta.

Patrizia Valduga con un libro di Giovanni Raboni. Foto: Riccardo Garofalo

Quali sono i suoi poeti preferiti?
Quello a cui torno più spesso è Raboni. Poi Pascoli, prima di lui Tasso, e ancora più indietro Dante e Petrarca, ora l’uno ora l’altro.

E Patrizia Valduga che posto avrà nella storia?
Non ne ho idea, ma non è cambiato niente rispetto al passato. Ci sono poche persone con orecchio, animo, cuore, spirito e mente per godere della poesia. La maggior parte vuole cose facili e leggere. Ai tempi di Virgilio non era lui il più grande poeta, ma Ennio. Quando lo hanno accusato di rubare da Ennio, ha risposto che era sua facoltà trovare perle nei letamai. Marziale è scappato da Roma andando a Imola dicendo sarebbe tornato appena diventato un citaredo (suonatore di cetra, lira o arpa, nda), un cantautore, si direbbe oggi. Solo quelli piacevano già allora. Andando avanti, crede che Baudelaire fosse il poeta più importante nella sua epoca? No! Era Béranger, che nessuno legge più, né in Italia né in Francia. Quindi, cosa dobbiamo aspettarci…. Oggi vanno per la maggiore quattro poeti, che spacciano per poesia la degradazione facile, addomesticata della poesia, con belle e nobili parole, invece la grande poesia è per pochi e sempre lo sarà. Crede che tra duecento anni sapranno chi erano Umberto Eco o Andrea Camilleri? Non credo, ma leggeranno ancora Paolo Volponi.

E pensare che la poesia spopola sui social. Ho visto che anche lei ha un profilo su Instagram.
Come ho un profilo su Instagram? Ma quella non sono io. E vedo che pubblica delle poesie con delle immagini porno, che orrore! Lo dica che non mi faccio pubblicità in questo modo. Solo 70 followers, poi? Poveracci! È uno sfruttamento, li denuncerò! Anche su Facebook ho dovuto far cancellare delle pagine. Una volta arrivo a Ravenna e una persona mi dice: «Sono contento che ti piaccia il jazz». Cosa? Io detesto il jazz! Allora, se uno usa il mio nome per dire quello che faccio, va bene, ma non se lo usa per esibire i suoi gusti personali.

Le propongo alcuni versi dei poeti social più seguiti in questo momento. Cosa ne pensa?
È poesia? Oddio, poi i versi messi a bandiera sono insopportabili. Che schifo!… non hanno niente a che fare con la poesia, vanno solo a capo. D’altronde neanche i giornalisti sanno cos’è la poesia, così come i critici, per cui non c’è da stupirsi. Vuole sentirne una vera? Una delle Canzonette Mortali di Raboni.

Molto volentieri.
Le volte che è con furia / che nel tuo ventre cerco la mia gioia / è perché, amore, so che più di tanto / non avrà tempo il tempo / di scorrere equamente per noi due / e che solo in un sogno o dalla corsa / del tempo buttandomi giù prima / posso fare che un giorno tu non voglia / da un altro amore credere l’amore.

Per la poesia è fondamentale l’esposizione orale?
Sì, e io so dire i versi meglio di chiunque altro, e a memoria. Se me li facessero leggere alla radio, sarei la persona più felice del mondo. Qualcuno mi ha detto che la mia voce e i miei versi messi insieme sono un propellente per missili… Chissà, magari potrei far scopare chi non scopa da tempo… Che qualcuno mi faccia lavorare in una radio! Ma ci pensa, sono sulla piazza dall’81 e mi avranno invitato sì e no tre volte.

Quando la definiscono “la diva” della poesia italiana le fa piacere?
Mi piace! Amo molto gli anni ’20 e ’30, però non sono una diva, mi piacciono quelle dive. È da quando ho 14 anni che giro i mercatini dell’usato per vestirmi. Guardi il video “Nove lustri di Valduga” su YouTube, che vestiti stupendi possiedo. Io amo il cinema muto. C’è un film di Sternberg che si intitola Underworld, in italiano Le notti di Chicago, dove la protagonista è sempre vestita con delle piume. La prima volta che l’ho visto ho detto a Raboni: «Mi sento male, muoio, voglio quelle piume!».

Si è mai pentita di aver scelto la strada della poesia?
Non l’ho scelta. Sa come è avvenuto? Volevo diventare medico, anzi, come molti un po’ fuori di testa, psichiatra. Siccome non ce l’ho fatta, ho ripiegato su una facoltà meno impegnativa come Lettere. Ma già quando frequentavo Medicina avevo letto tutto Landolfi e Céline al posto di Anatomia, che ai miei tempi erano sei volumi in con foto in bianco e nero e non si vedeva un accidente. Un giorno, durante il corso su Mallarmé, vedo un professore di filosofia sul ciglio di un canale a fissare l’acqua. Magari voleva solo pisciare, invece io ho pensato che volesse buttarsi. Allora gli ho scritto un sonetto e l’ho sedotto. Però il piacere che ho provato nell’accoppiarmi con lui è stato nettamente inferiore a quello che ho provato nello scrivere il sonetto. Così, con lui è finita, invece i sonetti sono continuati.

Quale considera il suo capolavoro?
Sono affezionata a Belluno. Avevo appena visto in Tv una mediocre edizione del Don Giovanni quando sono partita da Milano: un po’ quella visione, un po’ l’amarezza che il Corriere della sera non mi avesse aiutato per intitolare il Lazzaretto a Raboni, tutto insieme quel groviglio di pensieri mi ha portato al ‘punto di sella’.

Il ‘punto di sella’ è molto affascinante. Ha spiegato questo concetto nel volume Per sguardi e per parole (Il Mulino) e in un incontro a Parma con il neuroscienziato Vittorio Gallese.
È quel punto in cui due sistemi contrapposti stanno in equilibrio. È così: si sta bene, ci si sente vivi quando c’è equilibrio tra razionalità e sentimento o, per dirla con il più grande teorico della psicoanalisi dopo Freud, Ignacio Matte Blanco, tra logica asimmetrica e logica simmetrica, cioè tra le due logiche che governano la mente. E che cos’è l’arte, la poesia, se non questo punto di equilibrio? Come dice una quartina Omar Khayyâm, poeta persiano vissuto nel XII secolo, ritradotta da me: ‘Se sono sobrio, ogni gioia è proibita, / ubriacato, è svanita. / Ma c’è un momento, tra ebbrezza e sobrietà: / lui mi possiede, lui solo è la vita’.

Da quanto non lo raggiunge?
Da anni. Speravo che mi aiutasse a settembre a recuperare un po’ di emozione Christian Thielemann, che avrebbe dovuto dirigere Strauss al Teatro alla Scala, ma è stato annullato. Il Covid mi ha rovinato intellettualmente, sono anche un po’ rimbecillita… e disperata! Comunque, scrivendo Belluno ho rischiato di andare veramente oltre.

In che senso?
A un certo punto tutto quello che dicevo e scrivevo era in endecasillabi. Anche quando uscivo a fare la spesa camminavo a due metri da terra. Ho avuto un ‘punto di sella’ ininterrotto di dieci giorni. Non vedevo l’ora di alzarmi la mattina per leggere quel che avevo scritto e vedere se mi faceva ancora ridere. È stato bellissimo. Con tutti i miei libri è stato più o meno così. Non metto mai insieme poesie, ma è una massa che arriva di colpo come una valanga. Torna ogni sette-dieci anni. Belluno quindi è il più sincero e strampalato, ma a un certo punto ho avuto paura.

Addirittura, ha avuto paura?
Perché le rime arrivavano con una tale violenza che un giorno ero seduta alla scrivania e hanno cominciato a formarsi versi nella mia mente che non avevano nessun senso: ero passata dall’altra parte, nel delirio del sogno che non si deve avere da svegli. Di solito ce l’hanno i pazzi! Mi sono stesa sul divano ferma immobile e non ho pensato più a niente. Era la prova del ‘punto di sella’. Anche Proust ne La Recherche parla di questo momento in cui si inizia a sentire la propria voce, prima che ci si addormenti, che dice cose assurde.

I santini nello studio di Patrizia Valduga. Foto: Riccardo Garofalo

È una delle poche che attraverso la poesia esprime anche concetti politici, con vere e proprie prese di posizione. Che giudizio ha dell’attuale classe politica?
In questo momento benedico, anzi, voglio bene a Giuseppe Conte. Prima pensavo che avesse bisogno di un logopedista, poi mi ci sono affezionata. Mi sembra una persona che si comporta con grande dignità e onestà. Ma nel mio cuore, non posso negarlo, sono e sarò sempre comunista.

Non ha timore di essere etichettata?
No, e trovo spaventoso che paragonino il nazismo o il fascismo al comunismo. Ho fissata nella mente una frase di Kazimierz Brandys che dice: «Il nazismo era il male evidente, il comunismo lo stravolgimento del bene». Sono sicura che arriverà prima o poi una società in cui ci sia giustizia sociale ed economica e rispetto e dignità per tutti. Non è forse questo il comunismo?

Ma nei vari schieramenti, a parte il premier Conte, c’è qualcuno che apprezza?
Berlusconi è stato una vergogna. Però, più che Berlusconi, che ormai è un vecchio deforme con un piede nella fossa, mi faceva orrore la gente che lo sosteneva. Salvini lo considero osceno. Quando prende in mano il rosario dovrebbe essere denunciato per oscenità in luogo pubblico. La Meloni come apre la bocca mi si chiudono le orecchie. Renzi all’inizio l’ho votato e sostenuto nel referendum, per salvare il governo, però ho preso un abbaglio e mi pento amaramente. Apprezzavo anche Cofferati e Bertinotti, ma sono state altre due grandissime delusioni. Invece non sopporto Veltroni, che ama sentirsi parlare. Un giorno lo ascoltavo in un dibattito con un fascistone come Staiti di Cuddia che, rispetto a lui, parlava un italiano stupendo, che mi ha mandato in estasi.

Lei ha affiancato alla poesia anche un meticoloso lavoro come traduttrice. Quali autori ha più amato?
In poesia mi considero un piccolo epigono, ma come traduttrice nessuno al mondo è più bravo di me. Ne ho tradotti diversi, come Donne, Mallarmè, Flaubert… Forse la mia traduzione migliore è quella di Carlo Porta. Ma nessuno mi cita, nessuno mi ha mai invitata a parlarne e ho perso tutti i premi a cui ho partecipato. Eppure, sono la migliore.

Sembra ferirla il non vedere riconosciuto questo merito.
Non mi ferisce non avere avuto riconoscimenti, che vadano a quel paese, peggio per chi non capisce. Una persona onesta prova piacere a fare le cose quando gli vengono bene. È lì che gode. Poi se arrivano premi e complimenti tanto meglio, ma è un fattore narcisistico. Lavorare scrivendo e traducendo e soprattutto arrivando al ‘punto di sella’, questi sono i veri piaceri. Vuole un esempio?

Sono qui apposta.
Ho visto il Riccardo III di Ian McKellen e non ho capito niente, ma sono rimasta incantata. Così mi misi a tradurlo. Quando Riccardo seduce Lady Anne, alcuni hanno tradotto: “Ho ucciso vostro marito e sarei pronto a uccidere il mondo intero per vivere un’ora solamente nel vostro dolce grembo”, oppure “per vivere un’ora soltanto nel tuo dolce seno”. Io ho dovuto rinunciare, dolorosamente, a “dolce”, però senta che dolcezza il mio endecasillabo perfetto: “Per un’ora di vita in grembo vostro”.

Quali sono per lei le traduzioni peggiori?
Il Baudelaire di Bufalino e il Proust di Fortini.

E nella narrativa chi sono i suoi punti di riferimento?
Volponi e Landolfi. Ho amato anche Federigo Tozzi. Mi è capitato di vedere in televisione Mauro Corona con alle spalle due libri girati di copertina, uno suo e l’altro di Martin Heidegger. Roba da non crederci, ho cambiato canale.

Ricordo il confronto Tv a Mixer cultura fra Giovanni Raboni e Aldo Busi, che fu presentato come il più grande scrittore contemporaneo.
Ricordo bene quando Corrado Augias lo invitò presentandolo come il più grande scrittore e Busi entrò quasi danzando: Raboni si arrabbiò moltissimo. Nel libro che si intitola Meglio star zitti è contenuto un articolo che inizia così: “Scherzava? Non scherzava?”. Io non sono mai riuscita a leggerlo. Le sue vere provocazioni non sono state quelle sessuali, quanto l’essersi permesso di riscrivere il Decameron di Boccaccio, una cosa inconcepibile per me.

Ma esiste ancora la critica letteraria?
Se lo chiedeva già Raboni negli anni ’70. Penso che succeda qualcosa di fisiologico. Un giovane e appassionato trova delle cose belle e interessanti, poi invecchia, le emozioni non gli arrivano più come prima, gli amici si rincoglioniscono, si imbolsiscono e si ingaglioffiscono e comincia a dire di tutto “è peggiorato”. E così si inizia verso i 50 anni a sostenere che la lingua è in decadenza, che le frasi sono ripetitive, che non se ne può più. Io lo posso dire alla mia età, ma un giovane no. Crediamo che peggiorando noi, il mondo peggiori. Invece era uguale anche prima.

Una visione particolarmente pessimistica.
Si guardi intorno, sono tutti attaccati al cellulare, ma a volte penso che, forse, è meglio guardare il telefonino che quello che ci circonda. I tromboni ci sono sempre stati, solo che adesso i tempi fanno veramente schifo, bisogna dirlo. Non sono solo io a essere peggiorata. Prenda il canale 5 della radio: ci infilano persino la pubblicità, oltre alle musiche da film… Ci sono scrittori che accettano di essere recensiti sui social. Ma io voglio il giudizio di persone competenti e autorevoli, non di quello che passa per la strada. Sennò vado dalla portinaia a chiedere cosa ne pensa. Ai tempi di Raboni almeno c’era lui a dire qualcosa sul Corriere della sera.

Qual è il suo primo ricordo di bambina?
Gli incubi notturni. Ne ho parlato nel Libro delle laudi. Ne facevo ogni notte ed erano tutti abbastanza simili: persone con amputazioni, facce spaventose, che io non volevo vedere, che mi arrivavano davanti e mi svegliavo con la tachicardia. Ho scoperto che nascevano dalle sovrapposizioni dei visi, che quindi si deformavano.

Crede in Dio?
Quando è morto mio padre Raboni mi ha visto disperata. Non ricordo cosa gli dissi, però lui mi rispose: “Ma noi crediamo nelle anime”. Aveva ragione, come sempre. Anch’io credo alle anime. Non solo delle persone care, anche dei grandi che amo. A volte è come se li sentissi vicini. Una volta mentre traducevo Shakespeare, ho avuto la netta sensazione che fosse al mio fianco e mi sorridesse.

Come vorrebbe morire?
Presupponendo che io sia viva – perché si è vivi se si ha un po’ di energia psico-erotica e io non ce l’ho, mi sento premorta, un fantasma, un cadavere – però, presupponendo che io sia viva, vorrei morire tra le braccia di un uomo.

Altre notizie su:  Patrizia Valduga