Oliviero Toscani a 80 anni: «Chiamano ancora me per le foto, ma dove sono i giovani?» | Rolling Stone Italia
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Oliviero Toscani a 80 anni: «Chiamano ancora me per le foto, ma dove sono i giovani?»

Ha rivoluzionato la fotografia, scandalizzato i benpensanti e provocato feroci polemiche. E qui dà un consiglio a tutti gli ‘under’ (Måneskin, «che hanno una certa stoffa», compresi) parlando al Toscani ventenne: «Oliviero, non ascoltare i coglioni e fai quello che ti senti di fare»

Oliviero Toscani

Foto: Catherine Cabrol/Corbis via Getty Images

«L’unico Paese che non mi ha mai chiamato per insegnare è l’Italia». E nel tono della voce, solitamente perentorio e beffardo, sento per la prima volta una velata malinconia. Probabilmente non siamo ancora pronti, nonostante in oltre mezzo secolo di carriera abbia dimostrato, sì, di innescare sconvolgenti polemiche, ma anche di essere riuscito a cambiare per sempre il ruolo della fotografia nella nostra società. O meglio: della fotografia al servizio della società. Chissà se, arrivato all’età di 80 anni (che compirà il 28 febbraio), Oliviero Toscani riuscirà a coronare anche questo malcelato desiderio. Per il resto, comunque, non gli è mancato davvero nulla e infatti, ancora oggi, ci ha confessato: «Mi diverto come un pazzo».

Portatore di un pensiero sovversivo e irriverente, per festeggiare un compleanno così importante si è regalato un’autobiografia deflagrante, come sono del resto le sue idee. Si intitola Ne ho fatte di tutti i colori. Vita e fortuna di un situazionista (La nave di Teseo), è in libreria dal 24 febbraio e racconta dagli studi d’arte a Zurigo all’avventura da esordiente sfrontato negli Stati Uniti, le rincorse per un servizio di Harper’s Bazaar e le feste con Andy Warhol, gli scatti a Muhammad Ali e l’imposizione di un nuovo modo di raccontare la bellezza, anche attraverso le campagne, tra l’82 e il 2000, per il marchio Benetton. È qui che rompe ogni regola sconvolgendo i benpensanti, fino alla comunicazione sociale innovativa con Fabrica e la rivista Colors, le provocazioni verso la politica e lo sguardo ostinatamente rivolto ai giovani e al futuro.

Toscani, come ci si sente alla soglia degli 80 anni?
Ho l’impressione che sia una data più importante per gli altri che per me. Se ci vogliono 80 anni per diventare interessante agli occhi del mondo, auguro a tutti di arrivarci. Purtroppo tanto interesse arriva quando uno è scoppiato. Quando ne hai 30 o 40 non ti caga nessuno. Ma poi 80 anni cosa vuol dire? Sono decrepito. Mi sto sulle palle da solo.

Non mi dirà che è triste?
Guarda, innanzitutto la vecchiaia è il castigo di essere ancora vivi. A parte questo, mi diverto ancora come un matto. Non avrei potuto dire certe cose anni fa. Adesso sì.

Se potesse trovarsi di fronte all’Oliviero Toscani ventenne, che cosa gli direbbe?
Di stare attento a non ascoltare quelli che dicono “Oliviero, vuoi troppo”, “Oliviero, così non va bene”. Alla gente che mi ha sempre messo dei freni a mano rispetto alle mie idee. Non ho mai incontrato nessuno che mi dicesse “Oliviero, osa di più”. Sempre il contrario: “Oliviero, non si può fare”, “Oliviero, la gente si scandalizza”. Per cui gli direi questo: “Oliviero, non ascoltare questi coglioni e fai quello che ti senti di fare”.

Ho letto in recenti interviste che non si sente fotografo. E allora come si definirebbe?
Io non parlo mai di foto, li chiamo scatti. Essere fotografo non è fare le foto. Si tratta solo dell’ultima azione che compi. Prima di tutto bisogna essere autori. Tanti fanno i fotografi, ma sono in realtà degli “schiacciabottoni”, come diceva mio padre. Degli operatori alla macchina. Per me la macchina è soltanto una tecnologia che mi permette di esprimere quello che penso. Uno scrittore usa la scrittura, un musicista la musica, e io uso la fotografia. Per essere considerato un autore devi essere uno sceneggiatore, uno scenografo, un regista, un direttore della fotografia e alla fine un cameraman. È un insieme di professionalità, “l’essere fotografo”. Quelli che eseguono gli ordini degli altri sono esecutori con macchina fotografica annessa.

C’è qualche fotografo che apprezza della nuova generazione?
Ogni tanto si vede qualche fotografia interessante, ma non ricordo i nomi. La maggior parte copia. Li chiamo i “rifotografi”. Magari copiano bene, però non hanno nessuna idea.

Eppure, viviamo nell’epoca dell’immagine.
Basta guardare i giornali, che non hanno più la verve che c’era prima. Quella curiosità che ti spingeva ad andare oltre. Però è interessante vedere cosa succederà, visto che non possiamo fare a meno delle immagini. Viviamo di immagini. Nello stesso tempo, il mestiere del fotografo tradizionale non esiste più. La fotografia si è evoluta con la tecnologia e i social e la qualità dell’immagine è cambiata.

Lei però continua a lavorare su mille progetti.
Una volta si sviluppava sulla carta, oggi nessuno guarda più questo tipo di processo. Il valore è cambiato, e trovo tutto molto interessante. Io sono uno dei pochi fotografi che lavorano ancora per i giornali. Dagli anni ’60 a oggi per Elle, loro vengono ancora da me a farsi fare i servizi di moda che poi vendono a tutto il mondo. È incredibile che lo debba fare io a 80 anni. Dove sono i giovani?

Sui giornali italiani è un po’ che non la chiamano.
Ah certo, l’Italia è anche l’unico Paese al mondo che non mi ha mai chiamato per insegnare in nessuna scuola o università di fotografia, arte o grafica. Ho insegnato in Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, ovunque. Gli unici che non mi chiamano sono gli italiani.

Si è dato una risposta?
Sarà che sono tutti troppo bravi per chiamare me. No, in realtà sarà perché sono l’unico, a parte Paolo Roversi, che nella moda e nel costume è riuscito ad andare al di là di Chiasso. Non sono giudicabile per gli italiani. O mi vogliono un gran bene, oppure hanno paura.

In Italia non la chiamano, ma nella sua casa di Casale Marittimo, in Maremma, la è appena venuta a trovare Marina Abramović, una delle maggiori artiste contemporanee al mondo.
Sì, perché qui ho costruito il Toscani Circus. Con Marina faremo un progetto insieme alla fine di agosto. Sarà incentrato sul futuro.

Ci può dare qualche anticipazione?
Cosa vuoi che ne sappia? Anche perché, se c’è una cosa di cui non sappiamo niente, è proprio del futuro. Ne discuteremo insieme, anche perché vorremmo tutti sapere cosa ci riserverà, ma purtroppo non è possibile.

Forse nel futuro è quasi certo che proseguirà il suo rapporto conflittuale con le agenzie pubblicitarie…
La pubblicità è stata uccisa dal mio sistema. Non ho mai lavorato per un’agenzia pubblicitaria in vita mia. Li odio. Sbagliano tutto. Si fanno chiamare “direttori creativi” o “direttori artistici”, ma di che arte? Quando li sento mi metto le mani nei capelli: “Mamma mia”.

In passato ha dichiarato: “Certe pubblicità educano meglio di certi genitori”. Lo pensa ancora?
No no, non ricordavo di averlo detto. Delle agenzie pubblicitarie mi hanno chiamato e alla fine non sono mai riuscito a combinare nulla. Perché cercano le ideuzze. Infatti quel tipo di pubblicità è fallita. Ma dove vogliono andare? Mi fanno un po’ pena.

E ha sostenuto che solo Lapo Elkann si può definire “creativo”.
Certo, lui è l’unico che se lo può permettere, perché non ha nessun’altra necessità.

Vedo che le piace sempre provocare.
Per forza, la provocazione è una cosa molto positiva. Vuol dire provocare interesse, cambiamenti, evoluzione, pace, amore… Se l’arte non provoca, a cosa serve? Perché deve avere una connotazione negativa? Non l’ho mai capito.

Nel suo libro scrive: “Chi cerca idee non ne ha”.
Sicuramente, è lapalissiano. I direttori creativi dicono: “Facciano un brainstorming”. Si devono proprio spremere, perché non hanno nessuna idea nel cervello. L’artista non cerca idee, fa quello che è capace rispetto a un problema che si trova di fronte. Cosa vuol dire cercare le idee? Per i pubblicitari significa fare qualcosa che non è nelle tue corde, quindi di artificioso.

E condensa il suo mestiere in un’altra frase fulminante: “Tutto il mio lavoro è guardare”.
Guardare significa che devi vedere mentre guardi, cioè nello stesso tempo giudicare e criticare. Se lo fai a modo tuo, ne può nascere qualcosa di interessante.

Lei si sente una popstar?
Ma no, assolutamente. Queste sono cose per mediocri che hanno bisogno di certificazioni. Non è proprio il mio caso. Penso di essere una persona rigorosa nel mio mestiere.

C’è chi dice che i talent hanno ucciso la musica. Lei ha fatto il giurato per un talent di fotografia su Sky, ma non sembra aver avuto lo stesso effetto negativo, o sbaglio?
Quel programma non è servito a niente. Era inutile. Lo dicevo anche mentre lo facevo. Ricordati che la mediocrità è sempre rampante e la gente ne è felice. Guarda tutti i lavori su Instagram, come sui giornali: tutto mediocre. Pensiamo alla musica rock di adesso, non è mediocre? Bisogna inventare qualcos’altro, ne ho pieni i coglioni dei Beatles e dei Rolling Stones.

Lei è stato il primo a scattare una foto d’autore ai Måneskin.
Perché avevo capito subito che avevano una certa stoffa. Mi ero proprio detto: voglio fotografarli perché faranno carriera, e alla fine è stato così. Con la stessa curiosità ho fotografato anche Lou Reed.

Vede la stessa stoffa in loro?
È diverso. Loro fanno quello che hanno fatto i grandi del passato, ma dovrebbero fare qualcosa di diverso, di nuovo. I giovani devono cambiare le cose. Sono qui che li aspetto.

Ha qualche proposta per aiutare i giovani a esprimersi?
Ma no, abbiamo fatto fin troppo. Li abbiamo inondati delle nostre cose, sono così pieni che non riescono a venirne fuori. Bisogna chiedersi cosa fanno i giovani per loro stessi.

Di giovani si sta parlando in questi giorni: penso all’escalation di violenza delle baby gang. Lei cosa direbbe se potesse parlare con qualcuno di loro?
Semplicemente che sono dei delinquenti e hanno scelto la strada più facile. Non è un modo per esprimersi, quello. La violenza è la strada più semplice. E poi da grandi cosa fanno? Le guerre! Come vediamo in questi giorni. Ancora nel 2022 fare la guerra determina le ragioni o i torti in questo mondo.

È preoccupato per la tensione tra Russia e Ucraina?
Mi stupisco che nessuno dica niente. La gente va a vedere le partite di calcio. Incredibile! Nessuno si esprime, ci sono soltanto le notizie dei media.

È un grande bluff?
Tutti i conflitti sono dei grandi bluff. Sono tutte decisioni che arrivano da parte di dementi, che sono poi i politici che non si rendono conto dell’umanità. Non mi piacciono questi uomini forti, questa gestione primitiva della società. Non siamo ancora civili, assolutamente.

Quanto conta la fortuna nella vita?
La fortuna è come il carisma. Cioè, ha qualcosa di divino, non so da dove parta e dove arrivi. Bisogna essere fortunati per farcela, di sicuro. Se fossi nato cinquanta metri in una culla più in là, sarebbe potuto essere un disastro. Avrei potuto avere dei genitori ignoranti e sarebbe stato tutto più difficile. L’educazione determina il tuo destino. Bisogna avere la fortuna di cascare in cose interessanti e divertenti.

Nell’autobiografia racconta un episodio dissacrante su Benito Mussolini. Cioè di quando il duce si fermò a pisciare nel mare di Rimini e suo padre, unico fotografo al seguito insieme a quello ufficiale, scattò una foto “imbarazzante”, che poi uscì su un giornale inglese. E il duce, quando lo convocò per sapere chi era stato, gli disse: “Toscani, perché lei non porta mai la camicia nera?”. “A me il nero non mi dona”, rispose suo padre. E Mussolini concluse: “Eh, ce ne siamo accorti, Toscani, che a lei il nero non le dona.”. Era tutto uno show, chiosa lei.
Infatti mio padre diceva che era tutta una messa in scena di quel saltimbanco di Mussolini. Era davvero un saltimbanco da circo.

Come considera i nostalgici del Ventennio?
Penso che siano degli ignoranti. Ignorano la vita, la qualità della vita. Come si fa a reagire di fronte alla Storia con quell’atteggiamento? Sono mancanti di intelligenza. E se ne trova parecchia di gente così in giro. Non mi piace dirlo, però di fronte a certe situazioni me lo spiego soltanto dicendo che questa gente non è in grado di ragionare.

Le piacerebbe fotografare Papa Francesco?
Per me non è più interessante di qualcun altro. Che sia famoso non mi dà un valore aggiunto. Preferisco scattare chi non è ancora famoso. Papa Francesco è una maschera. Le persone famose sono delle maschere. E questo Papa dice le stesse cose di mio nonno prima della guerra, delle grandi banalità. Solo perché le dice lui rimangono tutti a bocca aperta.

Sempre per via delle provocazioni, nel libro dove ripercorre la sua vita ricorda che prima o poi vuole organizzare una mostra dal titolo Fuck Disney!, perché “quei cartoni animati io li associo a una visione fascista, discriminatoria, ipocrita, decrepita. Topolino e Minnie non hanno figli, non fanno sesso. È tutto di zucchero, facile”. Ci sta lavorando?
Più che una mostra, voglio fare un festival per mettere in discussione tutto il danno culturale che Disney ha creato nel mondo, con i suoi topolini e tutte le cagate simili.

Dalla Disney non si è ancora lamentato nessuno?
È da anni che lo dico, anche in America. In tanti mi dicono che sarebbe fantastico, ma nessuno mi aiuta. Però l’idea è bella, dài.

Quando sente parlare di cancel culture, body shaming, catcalling, che reazione ha?
Sono termini che appartengono alla modernità. Sono reazioni alla condizione umana di alcuni. Non c’è niente da fare. C’è gente che reagisce così e ne ha bisogno. Bisogna essere tolleranti. Che non vuol dire non poter criticare.

Per i suoi progetti è ancora a caccia di giovani sovversivi?
Non è che cerco sovversivi, cerco gente che non si lascia condizionare dal conformismo. Che mette in discussione lo status quo, quello che viene insegnato senza discutere. Chi si fa delle domande. E anche persone che si incazzano! Ma perché il Padreterno fa soffrire i bambini? Porca puttana, mi sembra una domanda legittima, no? Li fa morire di sete, ma non ci voleva così bene?

La tv la tiene sempre spenta?
No, anzi, oggi consiglio di tenerla accesa, ma con senso critico. Andrebbe insegnata la lettura della televisione ai bambini piccoli. Come la lettura delle immagini insieme all’alfabeto, lo proporrei già dall’asilo.

C’è chi ha fatto dei danni con la televisione?
Senza dubbio Silvio Berlusconi ha fatto dei danni tremendi. Ha rovinato l’Italia, e a livello televisivo non ha fatto mezz’ora di tv intelligente. Niente di innovativo. Assolutamente nulla.

Nel libro racconta anche del vostro incontro. Ma non spoileriamo troppo…
Sì sì, certo. Posso dire che è esattamente come i suoi capelli finti. Secondo me gli crescono anche nel cervello. Non sopporto il suo stile, i tacchi alti, le donne “professione figa” di cui si circonda. No, non mi piace proprio.

C’è qualche politico che apprezza?
La nostra politica è esattamente il risultato della maggioranza degli italiani. I politici, poveretti, vanno lì perché votati o scelti dagli stessi politici. E sono la fotografia esatta dell’Italia. Perché in fondo gli italiani sono mediamente ladri, furbi, furbetti, imbroglioncelli. Non siamo affidabili! Questa è la maggioranza, poi ci sono delle incredibili eccellenze.

Di Beppe Grillo disse: “È un conservatore. È ottocentesco e permaloso. La sua permalosità è inversamente proporzionale al suo rispetto degli altri”.
Lo conosco da quando ha iniziato. Non mi ha mai divertito come comico, e con il M5s ha fatto proprio piangere. Adesso sta saltando fuori quello che è davvero: un vigliacchetto che sparisce e lascia lì questi scappati di casa che ha fatto emergere. È stato un grande imbroglio all’italiana.

Nell’autobiografia racconta: “Appena nato mi sollevarono per mostrarmi a mia madre e io le feci pipì sulla faccia. L’ha ricordato fino alla morte: ‘L’è pu cambià, l’è semper istess‘”.
Lo ricordava lei. Io non saprei, l’ho riportato perché è tutto vero.

Ha mai pensato a come le piacerebbe morire?
Prima di tutto non so se mi piacerà… Non vorrei essere malato. Non vorrei accorgermene. Senza problemi. L’unica cosa di cui siamo sicuri è quella lì, quindi in modo quieto, senza drammi, senza incidenti, senza spargimento di sangue…

E come pensa che sarà ricordato?
Non è che mi interessi molto. Mi interessa essere ricordato dai miei figli e dai miei nipoti come una persona onesta. Che non vuol dire uno buonino a cui va bene tutto, ma anche come una persona con delle prese di posizione, che ha portato avanti delle battaglie, ma che nello stesso tempo ha sempre creduto fino in fondo a quello che faceva.

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