Milovan Farronato, il punk che guida il Padiglione Italia alla Biennale

La prima intervista da direttore del Padiglione Italia: un curatore più vicino a Alice Cooper che a Federico Zeri.

Milovan Farronato, foto di Linda Fregni Nagler.


Sarà Milovan Farronato a guidare il Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia, sezione arte, che aprirà i battenti tra poco meno di un anno. 44enne piacentino, dal 2013 vive a Londra, ha curato mostre in mezzo mondo e ha insegnato cultura visuale allo IUAV di Venezia. Adesso dirige Fiorucci Art Trust, organizzazione per la promozione dell’arte contemporanea.

A Dario Franceschini va il grande merito di avere rivoluzionato i canoni di selezione per una delle poltrone più ambite dell’arte italiana: una chiamata diretta a 10 curatori, invitati a presentare un progetto che viene poi vagliato da un comitato. Nel 2016 è uscito il nome di Cecilia Alemani, giovane curatrice che oltre al resto dirige la programmazione artistica della HighLine di New York, e questo ha dato vita al primo vero Padiglione Italia di livello degli ultimi anni. Quest’anno i candidati erano tutti nomi che sul piano internazionale hanno un certo peso: Antonia Alampi, Laura Barreca, Andrea Bellini, Alfredo Cramerotti, Luigi Fassi, Andrea Lissoni, Bruna Roccasalva, Francesco Stocchi, Roberta Tenconi e Milovan Farronato. A spuntarla è stato quest’ultimo e due giorni fa è arrivato l’annuncio del suo incarico.

Sembra più il figlio di Alice Cooper che di Federico Zeri e questa cosa a noi piace a differenza dell’assessore veneta Elena Donazzan, che ha accusato Farronato di “non avere sufficiente autorevolezza”. Ci piace perché non è triste e grigio come la mente ottusa di questa Donazzan, che ai giornali ha detto “lei, pardon lui, non mi piace” non capendo che la battaglia di retroguardia di quelli come lei verrà travolta dalla storia. E Farronato ci piace soprattutto perché quando le arti visive strizzano l’occhio al punk, quindi alla matrice energica e libertaria di chi ha l’ambizione del sovversivo, nascono sempre cose particolarmente intelligenti. Ne è la dimostrazione Volcano Extravaganza, un festival che Farronato guida ogni anno sull’Isola di Stromboli, particolarmente concentrato sull’arte performativa. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata, probabilmente la prima intervista da direttore del Padiglione Italia.

Sei emozionato?
Moltissimo.

Impaurito? D’altronde sei chiamato a rappresentare l’Italia nella kermesse artistica più importante del mondo, è una bel carico.
Un grande onore e un grande onere, ma no, direi che non ho paura. Perché sono consapevole delle esperienze che ho maturato in Italia, soprattutto a Viafarini, centro sperimentale d’arte che ho diretto per molto tempo e dove ho fatto molta ricerca sugli artisti italiani. E anche ora a Fiorucci Art Trust continuiamo a promuovere molta arte italiana. La nomina è arrivata un po’ in ritardo rispetto alla scorsa edizione, ma nemmeno il tempo mi preoccupa, perché ho proposto un progetto molto dettagliato.

Questo ha influito nella scelta del tuo nome?
Credo di sì. Non solo artisti e concetto erano ben definiti, ma anche l’idea di allestimento, che fa parte a pieno titolo della struttura narrativa del padiglione. C’è ancora da ottimizzare la scelta delle opere, ma io ne ho già individuate alcune e altre verranno realizzate appositamente.

Quanti saranno gli artisti?
Tre.

Ovviamente non mi dici chi sono.
Eh no, non posso.

Grandi nomi o giovani emergenti?
Sono nomi con profili diversi e di generazioni diverse. Posso però dirti che non saranno separati, divisi, ma ci saranno dialoghi tra loro. Non ci sarà una sezione dedicata a uno o all’altro, ma un incontro e magari anche uno scontro, una opposizione, una concomitanza di significati. Ho scelto gli artisti proprio in virtù del poter raccontare una storia unitaria, fatta di individualità differenti.

Milovan Farronato, foto di Linda Fregni Nagler.

Come definiresti il tuo Padiglione Italia?
Senza fine e senza inizio. Circolare.

La vocazione internazionale dei curatori sembra essere diventata la priorità, finalmente, anche per l’Italia. Prima c’era una tendenza quasi provinciale. Cos’è cambiato in questi anni?
Non so rispondere, ma sono felice di questo cambiamento perché prima non sarei mai potuto essere selezionato, perché le nomine erano prevalentemente politiche, immagino. Mentre adesso c’è un comitato che, come succede in tutti gli altri Paesi, seleziona attraverso meriti e curriculum di candidati che concorrono, attraverso un progetto, a rappresentare l’Italia. Spero che rimarrà così a lungo. Soprattutto perché è bellissimo venire scelti dopo un confronto tra così tante valide personalità, tutte con un forte profilo internazionale.

C’è una nuova generazione di critici italiani che ricopre ruoli di grande prestigio, in Italia e nel mondo. Dopo Celant e Bonito Oliva, che erano la DC e il PCI dell’arte, è emerso poco. Ora pare invece che ci sia un nuovo vento favorevole.
È vero, c’è una generazione di protagonisti, ma non solo in ambito critico. Se pensi agli artisti che si sono affermati negli anni ’90, vedrai che non sono riusciti a esplodere, forse perché schiacciati dall’arte povera o dalla transavanguardia. Ora sono riemersi artisti protagonisti e quindi noi abbiamo potuto fare tesoro delle lezioni dei nostri predecessori, raggiungere un buon grado di autonomia e conquistare maggiore spazio, anche all’estero.

Come vedi il futuro?
Preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno, quindi sono ottimista. Le cose stanno migliorando e anche le istituzioni italiane sono attive. Rivoli, il Museo Madre, il Museion o il Mambo con il suo nuovo direttore sono realtà importanti, con attività significative. Finalmente l’arte in Italia può essere a livello degli standard internazionali.

C’è chi dice che hai un caratteraccio e chi dice che invece sei timido.
Diciamo che c’è una via di mezzo.

Stai bene a Londra?
Sì. È un momento interessante per esserci, dopo tutte le cose che sono successe. Vedere il cambiamento è importante. Allo stesso tempo sono felice di avere un pied-à-terre a Milano.

Hai più l’aria del rocker tendente al punk che del critico d’arte.
Una cosa non preclude l’altra, un look è un look, ma poi di professione vengo pagato per fare il critico. Ma se mi dici che ho quell’aspetto, non mi dispiace affatto.