Massimo Carlotto: «Pronti libri con verità sugli Anni di Piombo, ma non possono uscire» | Rolling Stone Italia
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Massimo Carlotto: «Pronti libri con verità sugli Anni di Piombo, ma non possono uscire»

Ospite del MystFest di Cattolica, lo scrittore di noir ci ha parlato di mafia, riciclaggio e corruzione che ormai fanno parte dell’economia, della Mala del Brenta in parte ancora attiva e di Cesare Battisti

Foto: Gianluca Melappioni

La mafia? «Ormai è un partner economico accettabile». Il nord Italia? «Ha prosperato grazie al riciclaggio». La Mala del Brenta e Felice Maniero? «Bisogna guardare alla sponda croata e agli uffici cambi, ancora legati a “Faccia d’angelo”». E poi Cesare Battisti «incarcerato in condaggiuizioni inumane» mentre per gli ex terroristi rossi arrestati in Francia su richiesta di estradizione italiana «non è giustizia, ma vendetta» perché non si vuole chiudere una stagione e conoscere tutta la verità: «Sono già pronti diversi libri, ma non possono uscire per timore delle conseguenze giudiziarie». Massimo Carlotto è un fiume in piena quando lo incontriamo al MystFest di Cattolica, il festival del giallo e del mistero. Appena uscito con un nuovo libro, E verrà un altro inverno”(Rizzoli), non ha evitato nessuna delle domande che gli abbiamo posto, sollevando diverse questioni che faranno discutere.

Hai dichiarato: «La mafia è diventata un partner economico accettabile». Come mai?
Un tempo la mafia cercava le persone perbene per riciclare e avere appoggi. A un certo punto è avvenuto il contrario, cioè che le mafie si sono ritrovate la fila di fronte alla porta. Perché il sistema economico del Nord-Est, la cosiddetta locomotiva economica d’Italia, era basata sul lavoro nero, sullo sfruttamento dei migranti e sulle poche spese per lo smaltimento dei rifiuti visto che ci pensava già la Camorra a portare i nostri scarti nella Terra dei fuochi. Era un sistema economico che sembrava fatto apposta anche per il riciclaggio.

Su quali basi fondi questa tesi?
Lo ha detto il Fondo monetario internazionale che la grande questione legata alle culture criminali transnazionali era il riciclaggio e che questo era il territorio giusto. Sono arrivate tutte le università del mondo a studiare il fenomeno, tranne le nostre che si sono mosse quindici anni dopo. Ho seguito la questione e verificato il rapporto fra culture criminali e i settori chiave della nostra società come imprenditoria, finanza e politica. Insieme, hanno creato un sistema che è diventato un modello nazionale. Così, non c’era più necessità di ammazzare nessuno e le mafie sono diventate un partner economico accettabile. Il Fondo monetario ha aggiunto: voi avete vissuto bene grazie all’iniezione di quel denaro. Pochi giorni fa, durante la Giornata della Guardia di Finanza, è stato reso noto che 120 aziende del nord sono sotto indagine per riciclaggio.

A questo panorama hai aggiunto anche il ruolo delle banche.
Il loro coinvolgimento è un classico. Ma è ancor più interessante la banca che Gianni Zonin (l’ex presidente della Banca popolare di Vicenza condannato per il crack dell’Istituto, nda) ha creato in Calabria e in Sicilia. Il giornalista Attilio Bolzoni ha fatto una inchiesta in merito, scoprendo che era usata dai servizi segreti italiani, da una marea di magistrati e da personaggi legati alle istituzioni.

Per quanto riguarda il nord Italia, hai detto: «La corruzione è stata la cinghia di trasmissione verso la possibilità del crimine». Non c’erano gli anticorpi?
C’erano eccome, ma sono saltati perché è stato proposto un modello corruttivo vincente. Quando la gente vede che a tutti i livelli il Paese è corrotto, ha rapporti strani, la verità è negata e più la versione è ufficiale e meno è credibile, pensa automaticamente: e io, perché no? Questo è successo dal ’92 in poi, dopo Mani Pulite. Non solo il Nord-Est, ma tutto il nord Italia non potrebbe vivere senza questi capitali.

La pandemia ha contribuito in qualche modo?
Da una parte ha aggravato il fenomeno, dall’altra ha portato a nuovi equilibri con soggetti che sono riusciti a fare affari impressionanti.

Quando si parla di Nord-Est e di malaffare viene in mente la Mala del Brenta. Ricordo una intervista di Roberto Saviano a Felice Maniero, considerato il boss dell’organizzazione, dove sembrava molto lucido nel dare consigli su come combattere le mafie. Lo hai trovato cambiato?
Ho scritto un romanzo sulla base del processo Maniero, conosco la sua storia a memoria. È un grande manipolatore e continua a esserlo.

Giampaolo Manca, conosciuto come Il Doge, che ha passato 36 anni in carcere proprio nell’ambito del processo alla Mala del Brenta, ripete spesso sui social che Maniero non era il capo ma soltanto uno dei soci della banda.
Se guardi la foto del matrimonio di Felice Maniero, quelli più vicini a lui li ha ammazzati tutti. C’erano un capo e dei sottocapi, poi ognuno racconta la storia a modo proprio.

La Mala del Brenta non esiste più?
Qui lo dico e qui lo nego, esistono dei superstiti ma non bisogna più guardare alla parte veneta ma a quella croata. Lì è ancora interessante il traffico di armi e droga grazie ad agganci con la polizia croata. Se fossi un giornalista andrei a mettere il naso negli uffici cambi, perché scoprirei che alcuni di questi sono tutt’ora legati a Felice Maniero tramite il figlio di Franjo Tudjman che era suo amico.

Nel tuo ultimo libro, E verrà un altro inverno, le vicende si svolgono in una provincia profonda e particolarmente efferata. Eppure, la descrizione che si fa della provincia di solito è ben diversa.
La provincia è sempre stata ghiotta di fatti pesanti e ormai è sempre più netta la differenza tra città e provincia. Nel Paese ci sono zone che marciano a velocità diverse e questo porta a degli squilibri.

Un altro aspetto che stride con la rappresentazione classica della provincia, tutta casa, lavoro e chiesa, è la “ferocia della brava gente”.
Purtroppo, la provincia sa anche essere molto violenta. Pensiamo alle intercettazioni telefoniche di chi spargeva rifiuti sul territorio e diceva: “i bambini si mangeranno queste pannocchie”. Chi parla così può benissimo anche arrivare ad ammazzare.

Ti hanno impressionato gli scandali che hanno coinvolto la magistratura, dalle rivelazioni di Luca Palamara alla presunta Loggia Ungheria svelata dall’avvocato Piero Amara?
È scoppiato un bubbone antichissimo che si è trascinato fino a qui. Ma gli scandali scoppiano quando c’è da rimettere in sesto degli equilibri. Le Procure a volte sono un problema. Quello che trovo allucinante è che alcuni casi abbiano bisogno dell’appoggio dei social o di alcune trasmissioni tv per costruire opinione pubblica prima del processo. Questo non può più essere tollerato in un paese democratico. Palamara con il suo libro si inserisce perfettamente in questa logica. Così nella Loggia Ungheria, punterei il faro sulle Procure, perché c’è una battaglia in corso e alla fine ci rimettono soltanto i cittadini.

Sei stato in passato un militante di Lotta Continua e un processo particolarmente clamoroso che ti ha coinvolto ti ha spinto anche alla latitanza all’estero. Come consideri la decisione della Francia di accogliere la richiesta di estradizione per gli ex terroristi italiani ospitati grazie alla Dottrina Mitterrand?
È semplicemente vendetta, non giustizia. Su questo sono molto chiaro. Anche per le condizioni inumane in cui in Italia abbiamo recluso Cesare Battisti, non ce n’era davvero bisogno. Dubito che la Francia accetterà di rimandare gli altri. Gli ha dato lavoro, assistenza sanitaria, hanno pagato le tasse per anni e a un certo punto non può dire “vabbè, adesso te ne torni a casa”. Non si tiene mai presente che l’essere andati in Francia ha determinato la fine del terrorismo, che sennò sarebbe continuato per chissà quanto tempo con altri morti e feriti. Non si può togliere dal dibattito questo dettaglio. Portare oggi in Italia dei nonni per fargli scontare lunghe pene mi sembra assurdo.

La Francia quindi farebbe bene a non concedere l’estradizione?
La Francia storicamente ha sempre accolto i resistenti, dagli anarchici nell’800 a Pertini durante il Fascismo. Su Pertini c’erano rapporti di polizia dettagliati giorno per giorno. Tutti sono stati monitorati. C’erano patti tra i Paesi per chiudere una piccola guerra civile che andava fermata.

Se non sbaglio il tuo primo libro, Il fuggiasco, è stato scritto proprio per raccontare la tua latitanza e quella dei tanti che scelsero quella strada dopo gli Anni di Piombo.
Mi chiese di scriverlo il mondo dell’esilio politico di Parigi, per parlare della nostra generazione. Sono seguiti un sacco di altri libri, ma non c’è mai stata la possibilità di chiarire davvero.
Lo scrittore Erri De Luca, che faceva parte del servizio d’ordine di Lotta Continua, in passato ha detto che parlerà quando non ci sarà più il timore di conseguenze giudiziarie. E lui non è l’unico. Ci sono tutta una serie di libri, romanzi e scritti già pronti ma che non vengono pubblicati a causa delle conseguenze giudiziarie. Quindi esistono delle verità non conosciute, ma vorrei sottolinearlo non sul caso di Aldo Moro. Non tutto deve essere un mistero. Sul resto sì, io stesso ho letto alcuni di questi libri che contengono delle verità importanti.

Prima hai citato Cesare Battisti. Ora è stato trasferito, ma come ti spieghi sia dovuto arrivare allo sciopero della fame per chiedere attenzione verso le condizioni della sua detenzione?
Lui sta subendo un trattamento inumano, perché potrebbe stare in un carcere normale. Sono passati tanti anni, la gente cambia. Non si vuole capire che il tempo è galantuomo.

I familiari delle vittime, però, non sembrano voler sentire ragioni.
Ci ho scritto un romanzo su questo tema. Già il giudice cassazionista Giuseppe Maria Berruti a un certo punto disse “basta”. La famiglia della vittima riceve il risarcimento nel processo, dopo di che non può più intervenire. Ma è stata colpa del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui sulla questione delle grazie il parere delle parti civili non era vincolante. È una follia dal punto di vista del diritto.

C’è poi chi si sente perseguitato dalla giustizia e dice che per i reati commessi sta pagando oltremodo. Parlo di Fabrizio Corona. È una vicenda che per caso ha mai catturato la tua attenzione?
Secondo me i giudici si sono un po’ accaniti, ma lui ha fatto di tutto per farli accanire. Nel senso che, se ti dicono “ti lascio fuori ma non fare questo” e tu lo fai è normale che reagiscano. I giudici sono persone. E ricordo che le responsabilità rispetto al carcere non sono individuali. Se tu fai una cavolata si riflette su tutti quelli come te che vogliono avere accesso alle pene alternative. Dovrebbe comportarsi meglio, perché è una questione che riguarda tanti altri.

Qual è la situazione delle carceri italiane?
Nessuno parla della strage per Covid, sembra che siano morti tutti per overdose. Però è al lavoro una commissione di inchiesta esterna e sono certo che le conclusioni saranno interessanti. Il peggioramento delle condizioni carcerarie non aiuta più il reinserimento. È evidente. Diventa un’altra volta l’università di perfezionamento del crimine. Non ci serve a niente mettere la gente in galera e farla uscire peggiore di prima.

Come mai non si interviene sulle carceri?
È storicamente provato che le società si occupano del carcere, e in generale dell’emarginazione, quando vivono un periodo felice. Quando si entra in crisi la gente comincia a volere il sangue. Se hai fatto del male devi pagare oltremodo. Basta vedere sui social quando viene citato Cesare Battisti, ci sono persone che andrebbero a torturarlo personalmente dalle 15 alle 17 ogni giorno.

Perché Battisti provoca queste reazioni?
Ci siamo conosciuti in Francia e purtroppo la percezione che lui stesso ha alimentato all’esterno è quella dell’antipatico, non lo ha aiutato. Anzi, ha fatto di tutto per risultare ancora più antipatico.

Da scrittore di noir sei interessato alla misteriosa origine del Covid?
Sinceramente no. C’è stata una narrazione ossessiva, per cui ci vuole tempo per farsi un’idea precisa. Ormai chi si alza la mattina e sente qualsiasi cosa pensa di avere ragione. Però la questione è sospetta. Come il modo in cui si sono comportati i nostri governanti.

La scrittura cosa rappresenta per te, una questione di vita o di morte o uno sfogo?
Mi sono avvicinato per sbaglio alla scrittura, mi è stato chiesto di scrivere e l’ho fatto. Poi attraverso Grazia Cherchi che mi ha introdotto in questo mondo ho capito che mi permetteva di continuare a osservare la realtà, essere partecipe usando la lente d’ingrandimento del crimine.