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Stan Lee, supereroe della pop culture


«Il mio villain preferito era Magneto», diceva il creatore dei supereroi Marvel nell'intervista registrata e mai pubblicata da Rolling Stone USA . «Sono stato fortunato, le idee arrivavano come doni. E hanno trasformato quelle storie di buoni contro cattivi in qualcosa di importante»

Stan Lee, foto Getty

NEW YORK, NY - MAY 30: Stan Lee welcomes Marvel's Avengers S.T.A.T.I.O.N. exhibition at Discovery Times Square on May 30, 2014 in New York City. (Photo by Thos Robinson/Getty Images for Discovery Times Square)

Ho telefonato a Stan Lee nell’aprile del 2014. L’idea era di parlare della creazione degli X-Men, ma nonostante le sue risposte siano state inserite in un pezzo più ampio, l’intervista completa non è mai stata pubblicata. La nostra conversazione dimostra quanto Lee fosse lucido e brillante nonostante i suoi 91 anni, e ci permette di capire meglio come vedeva il suo lavoro. (Jack Kirby, indicato come co-creatore degli X-Men, diceva che era lui e non Lee ad aver inventato i personaggi. Probabilmente avrei dovuto chiederne conto con più insistenza). Qui sotto, per la prima volta, ecco la trascrizione della nostra chiacchierata. 



Hyperstar/Alamy Live News

Come stai, Stan?

Beh, dipende da come mi tratterai. 



Sarò brutale, lo prometto. Nessuna pietà. 

Bravo ragazzo. 



Allora, ho letto molte interviste in cui parli dell’inizio degli X-Men. Vorrei cominciare sottolineando un fatto: il primo numero degli X-Men e quello degli Avengers sono usciti lo stesso mese. Più ci penso più mi sembra incredibile.

Pensa, non lo sapevo! Che diavolo di coincidenza (ride).



Dev’essere stato un bel mese per te.

Direi più un bel mese per Marvel. 



In quel periodo tiravi fuori idee a velocità sconvolgente. Cosa ricordi del momento in cui hai scritto per la prima volta degli X-Men?

Beh, credo di aver iniziato dopo il successo dei Fantastici Quattro. Pensavamo, io e il mio editore, che potevamo fare un altro gruppo. Il mio problema era capire che poteri dargli: con i Fantastici Quattro avevamo già un tizio volante, uno che incendiava il suo corpo, una donna invisibile con un campo di forza, uno che si allunga e l’uomo più forte del mondo. Non era facile. 

Poi, quando ho capito che poteri utilizzare, mi sono chiesto: come hanno fatto ad ottenerli? Erano tutti personaggi separati, non erano collegati tra di loro, e sapevo che mi aspettava un lavoraccio. Quindi ho scelto la via del codardo. Ho pensato hey, ecco la soluzione più semplice del mondo: sono nati così, sono mutanti. Ho presentato l’idea all’editore…



Martin Goodman?

Gli piaceva l’idea, ma non il nome che avevo scelto, The Mutants. Nessuno sa cosa sia un mutante, diceva, e c’era bisogno di un nome nuovo. Quindi ho pensato, beh, sono tutti uomini e donne con superpoteri, e sono guidati dal Professor Xavier, allora perché non chiamarli X-Men? L’ho detto all’editore e gli è sembrato grande. Uscendo dall’ufficio pensavo: “Nessuno sa cosa sia un mutante, perché dovrebbero conoscere gli X-Men?”. Ma avevo il mio nome, e non volevo problemi. È così che è iniziato tutto.

Ho riletto il primo numero un’ora fa. È incredibile come il concept fosse già tutto nero su bianco. C’era la scuola, il Professor X. Come sono entrati nella storia?

Beh, la scuola… volevamo che fossero teenager, magari un po’ più grandi, ma sempre teenager. Quindi ci siamo detti che dovevamo metterli in una scuola, e chi li avrebbe guidati? Allora ho pensato a un adulto. E non so come sia successo, ma mi è venuta in mente l’idea dei poteri mentali. L’adulto poteva inviare i suoi pensieri agli altri, e persino mettere la sua mente dentro quella di un’altra persona così da costringerla a fare qualcosa. Un uomo con il più grande potere mentale del mondo. 

Non so cosa mi abbia fatto scegliere il nome Xavier. Non lo so, onestamente. Ma è quello il nome che ho scelto, e ho deciso di farne il preside della scuola, che è diventata un istituto per giovani talentuosi, un posto dove i mutanti potessero arrivare e incontrarsi. Poi, con il tempo, sarebbero diventati una squadra. E il professor Xavier, che a questo punto chiamavo già Professor X, sarebbe stato il leader. Ma per non renderlo troppo potente, è un tizio che può entrarti in testa e farti fare delle cose, troppo potente, gli ho dato una debolezza, l’ho messo sulla sedia a rotelle. Mi sembrava un buon bilanciamento. È così che è iniziato tutto. 



La copertina del primo albo degli X-Men, pubblicato nel 1963

Scrivevi a casa, magari sdraiato a bordo piscina…

Sì, lo facevo. In estate.



Ma come funzionava? Battevi tutto a macchina? Oppure parlavi con Jack al telefono?

No, lavoravo con la macchina da scrivere. Qualche volta anche in piedi sul terrazzo, se c’era bel tempo. Conoscevo molti scrittori piuttosto panciuti, e non volevo finire come loro, così ho cercato di scrivere in piedi il più possibile. 



Hai inventato la scrivania verticale.

Sì. Scrivevo a casa, un paio di giorni a settimana andavo in ufficio per fare un po’ di editing. Lavoravo così.



Per ogni nuova serie presentavi una proposta scritta, giusto? La battevi a macchina insieme alla trama del primo albo. So che Roy Thomas ha trovato la proposta dei Fantastici Quattro.

Sì, ogni volta che avevo un’idea per una nuova serie la scrivevo a macchina, così da non dimenticarla. Ho sempre avuto una pessima memoria, se non l’avessi scritta a macchina mi sarei presentato dall’editore ricordandone la metà.



Quanto tempo hai lavorato al concept degli X-Men? 

Oh, non saprei, non so rispondere. Non molto. Di solito dedicavo ai concept una giornata. Quello che voglio dire è che, insomma, se vuoi una nuova serie di supereroi la prima cosa a cui devi pensare sono i poteri. Come li hanno ottenuti? E come si chiamano? Una volta trovato il nome, i poteri e il modo in cui questi poteri sono stati ottenuti, scrivere la storia era facile. La parte difficile era capire chi fossero i nuovi eroi. 



L’altra idea chiave era la divisione tra mutanti buoni e cattivi…

Non mi ricordo quale fosse il villain del primo numero. 



Magneto è già nel primo numero.

Oh, stavo proprio per dire che è il mio preferito. Amavo l’idea che gli X-Men fossero i mutanti buoni, e che dall’altra parte ci fossero i cattivi, ma volevo che sembrassero cattivi ragionevoli. L’umanità li odiava, cercava di sbarazzarsene, perché dovevano starsene buoni? Perché non combattere?

 Dall’altra parte, invece, il professor Xavier diceva di imparare a convivere, a stare insieme nonostante le differenze. Mi sembrava che incarnassero due scuole di pensiero che esistono ancora oggi. Ed era divertente giocare con quell’idea, mostrare quanto il bigottismo fosse terribile e dire che avevamo bisogno di convivere nonostante le nostre differenze. Questo era l’obiettivo, sempre che ne serva uno per una storia di supereroi. 



Ian McKellen nei panni di Magneto

Hai capito subito che il Professor X era Martin Luther King, e Magneto come Malcom X? Era un riferimento consapevole?

Credo che sia venuto spontaneamente, in maniera inconscia. Non ho mai pensato che Magneto fosse cattivo al 100%. Aveva le sue ragioni, e volevo che fosse il Professor X a fargli capire i suoi errori.



E la metafora dei diritti civili, ci pensavi già scrivendo i primi numeri? 

Ci ho pensato nel momento in cui ho creato gli X-Men e il Professor X. Ho capito di avere una metafora, e che era grandiosa. È arrivata come un dono. Perché trasformava quelle storie di buoni contro cattivi in qualcosa di importante.



Gli X-Men non erano molto popolari negli anni sessanta. Era una delle serie meno apprezzate…

Ti ripeto, non me lo ricordo. Ce n’erano talmente tante: X-Men, Daredevil, Fantastici Quattro, L’Incredibile Hulk… non ricordo quali… forse Spider-Man era quella più popolare. Ma è difficile ricordare.



Non pensavi che sarebbero diventati un fenomeno globale perché negli anni sessanta i supereroi non erano importanti quanto lo sono adesso.

Oh no. Non avevo idea che sarebbero diventati quello che sono ora. E gran parte del merito è dei grandi registi che hanno girato i film. Sembra che quei personaggi fossero perfetti per i film che la gente vuole guardare adesso. 



Eri tu a chiedere a Jack Kirby di disegnare una serie? Oppure era lui a saltare a bordo del progetto? 

Decideva lui. Disegnava tutti i costumi e i personaggi, e mi è sempre piaciuto il suo lavoro. Magari gli chiedevo di cambiare una o due cose, ma in generale ero sempre soddisfatto di quello che faceva. Gli ho raccontato la storia. Ora, non ricordo se all’epoca mandavo una sceneggiatura completa o solo la sinossi. Non ricordo davvero. Ho scritto un libro che si chiama… diavolo come si chiama… The Marvel Superheroes o qualcosa del genere (Origins of Marvel Comics, nda). Comunque, in quel libro spiego bene come funzionava il nostro lavoro, anche perché l’ho scritto anni fa, quando ricordavo ancora.



Ho quel libro. Una copia autografata, ma non dedicata a me. L’ho comprata.

Non scherzare. 



È dedicata a Bob, qualcosa del genere. 

Beh, allora conosci il libro. L’informazione che cerchi è lì. Non lo leggo da anni. 



Quindi andavi da Jack Kirby e dicevi “Oh, ecco come sarà Magneto, avrà un elmetto…”

Ha fatto un lavoro grandioso con Magneto. Amavo l’idea dell’elmetto.



Jack lo usava piuttosto spesso.

Beh, l’elmetto è l’elmetto.



L’elmetto è l’elmetto. Negli anni ’80 gli X-Men sono diventati il prodotto di punta di Marvel. 

Davvero?



Sì. Per un pezzo.

Bene, non lo sapevo. 



E quando ne hanno fatto un film ha sbancato il botteghino, ovviamente. Era prima di Spider-Man.

Sì, è stato il primo in assoluto. X-Men. L’ha girato Bryan Singer, e mi ha fatto fare un piccolo cameo. Ero un commerciante di hot dog. 



Nel 1999 hai finalmente visto sul grande schermo i personaggi Marvel, com’è stato?

Non avevano molti effetti speciali prima di allora. Ricordo che ci fu un tentativo con una serie tv di Spider-Man, ma senza effetti speciali era impossibile farlo arrampicare in maniera credibile.



Ma com’è stato vedere il film per la prima volta?

Oh, l’ho amato! Amo quel film, amo guardarli. Amo il modo in cui sono fatti. Assolutamente. Quello era un grande film. 



Credo che sapessi già che ce ne sarebbe stato un altro…

Sì, assolutamente. Doveva andare così.



So che è come chiederti di scegliere il figlio preferito, ma c’erano delle serie a cui tenevi di più? Magari Spider-Man, o i Fantastici Quattro…

Erano tutte come i miei bambini. Impiegavo un giorno a scrivere una storia, quindi in un mese, in cui pubblicavamo più o meno sei albi, lavoravo sei giorni. C’era anche Doctor Strange, e anche altri. Passavo il resto del tempo in ufficio, guardando i disegni e cercando di fare tutto l’editing che c’era da fare. Non c’era una serie più importante delle altre per me, erano tutte parte del mio lavoro. E pubblicavamo tutto noi, quindi era importante che andassero al meglio delle loro possibilità.



Volevi che gli X-Men fossero teenager perché Spider-Man era un teenager?

Sto cercando di ricordare perché… ma non mi ricordo. Non credo, perché Spider-Man era popolare tanto quanto altre serie: I Fantastici Quattro, anche Hulk. No, credo che volessi solo metterli tutti in una scuola, e che il preside di quella scuola fosse il Professor X.



Qualcuno ha chiesto a Bob Dylan: come hai fatto a scrivere così tante canzoni in così poco tempo, negli anni ’60? Lui ci ha pensato e non ha trovato una risposta. Ti senti anche tu così?

No, io lo so come ho fatto. Sono stato molto fortunato, perché mi veniva semplice. Una volta trovato il villain, e i personaggi principali con i loro poteri, scrivere la storia non mi prendeva molto tempo. Meno di un giorno. Sai, mi svegliavo al mattino, parlavo un po’ con mia moglie, leggevo i giornali e poi mi mettevo a scrivere. All’ora di cena avevo finito un albo. 



Non c’erano bozze? Neanche per il primo numero degli X-Men?

No, non perdevamo tempo con le bozze. Quello che scrivevo era la storia. Poi se c’era bisogno di editing lo facevo io stesso, quando la storia era già disegnata. Erano due fasi: la prima era dedicata alla storia, o anche solo la sinossi così che l’artista potesse scriverla come preferiva, la seconda era leggere il numero finito e fare l’editing. Ero anche l’editor.



Sta per uscire un nuovo film di Spider-Man, e sarà al cinema insieme al nuovo degli X-Men.

Lo so, è una situazione incredibile. Non credo sia mai successo prima d’ora, non credo ci sia mai stata una fonte da cui tirar fuori così tanti personaggi. E ora sono tutti sul grande schermo, anche nello stesso momento. E hanno tutti successo. Sono fortunato, abbiamo avuto grandi registi e grandi attori e grandi produttori. E io, che ho davvero poco a che vedere con i film, mi prendo un sacco di meriti. Quindi non mi importa. Ora devo andare, è stato bello parlare con te. Spero che l’articolo venga straordinariamente.

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