L’impresa fantastica di Giorgio Colangeli: tutta la Divina Commedia a memoria. «E mi aspetto qualche fischio…» | Rolling Stone Italia
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L’impresa fantastica di Giorgio Colangeli: tutta la Divina Commedia a memoria. «E mi aspetto qualche fischio…»

L’attore protagonista di tantissimi film e serie tv (le ultime ‘Speravo de morì prima’ e ‘Chiamami ancora amore’) torna a teatro, l’Argentina di Roma dal 10 al 13 maggio, con sette ‘tour de force’ danteschi. Una chiacchierata su questa sfida, sulla sua carriera, sulla cultura in Italia

Giorgio Colangeli

Foto: Alessandro Pensini

Attore partito dalla strada, arriva a recitare tutta la Divina Commedia a memoria. Laureato in Fisica generale, si è fatto largo nel mondo dello spettacolo con il Teatro Ragazzi senza scuole o accademie, tanto che la sua interpretazione delle terzine dantesche potrebbe far storcere il naso a qualcuno: «Ma preferisco i fischi al torpore del pubblico». È tutto pronto per la sua “impresa fantastica” e la sfida non sarà nella lunghezza del poema, quanto nel cercare di farlo comprendere.

L’ennesima tappa di una carriera costruita dal basso, che però lo ha portato a togliersi ogni soddisfazione. Guardandolo, vi verranno in mente una lunga serie di film o serie tv e magari vi sfuggirà il nome. È il destino beffardo di Giorgio Colangeli, 71 anni, uno dei più bravi caratteristi in circolazione, ricercato da tutti i migliori registi, che ha vinto il Nastro d’argento e il Davide di Donatello come attore non protagonista (rispettivamente per La cena di Ettore Scola e L’aria salata di Alessandro Angelini), attualmente sul piccolo schermo con la serie di Rai 1 Chiamami ancora amore, dopo il successo su Sky di Speravo de morì prima, in cui interpreta il padre di Francesco Totti/Pietro Castellitto. E che torna adesso al teatro, nello specifico l’Argentina di Roma dal 10 al 13 maggio, con sette incontri in un doppio appuntamento fra mattina e pomeriggio per recitare l’intera Divina Commedia a memoria.

Come in passato, quando i canti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso erano patrimonio orale di ogni strato della popolazione, si svolgerà oggi un vero e proprio corpo a corpo con il testo nella sua integrità. Un flusso cui abbandonarsi, riscoprendone il detto in un rituale poetico collettivo. Abbiamo incontrato il protagonista di questo tour de force dantesco, scoprendo che attraverso il percorso artistico di Colangeli è possibile ripercorrere quarant’anni di teatro e cinema del nostro Paese.

Giorgio Colangeli al Teatro Argentina. Foto: Alessandro Pensini

Visto il periodo, dal quale non siamo ancora del tutto usciti, come lo stai vivendo?
Per quanto riguarda il lavoro, bene. Il lockdown è stato un periodo di grande riflessione e di letture. Ma già dalla fine del giugno scorso ho ricominciato a lavorare, perché c’era grande richiesta di audio-visivo. Film pochi, teatro nulla, serie e simili tantissimo, e si continua a lavorare parecchio.

In controtendenza, rispetto a molti che lavorano nel tuo settore.
Mi considero un privilegiato. I colleghi che fanno solo teatro, come me anni fa, a parte la situazione economica credo siano distrutti anche psicologicamente. Ho visto che alcuni si sono inventati cose alternative, come lo streaming, ma il teatro vive della continuità fisica. Per cui adesso speriamo che la gente ci torni, a teatro. Rischiamo anche questo, dopo esserci abituati allo schermo.

Senti, come mai ti sei laureato in Fisica e poi hai intrapreso la strada dello spettacolo?
È stato un gigantesco esame complementare. Sotto sotto lo sapevo già allora, che non avrei mai fatto il fisico. In un’epoca come questa, più libera di scegliere, avrei fatto Filosofia della scienza. C’era anche allora, ma erano rimasti a Galileo. Quindi, per avere un’idea della scienza moderna, mi sono dovuto iscrivere a quella facoltà. Dopo la laurea ho insegnato per un periodo, ma poi non ho proseguito.

Ti è mai stata utile sul set quella laurea?
Per un film di Daniele Vicari, L’orizzonte degli eventi con Valerio Mastandrea. Lì mi è capitato di interpretare un ricercatore, e mi ha aiutato la familiarità con un certo lessico. Invece Valerio era un po’ in crisi per paura di non risultare credibile, ma in realtà è stato bravissimo.

Tu che hai delle basi scientifiche, cosa pensi quando tutti si improvvisano scienziati?
È molto comprensibile, di fronte a un’emergenza, il bisogno di sapere e far sapere. In buona fede si possono fare tanti errori per l’urgenza. Gli studi mi hanno lasciato l’unica sicurezza che la scienza è una fabbrica di dubbi e non di certezze, a differenza di quel che pensa la gente. In questa pandemia, da subito si è chiesto agli scienziati le soluzioni, solo che non è così semplice. Bisogna tenere conto che le scoperte che facciamo oggi, spesso, hanno applicazione pratica decenni dopo.

E invece oggi hanno dovuto fare tutto in tempo reale.
Sì, però credo che la scienza non abbia mostrato i propri limiti, ma alle persone che esistono dei limiti. Gli scienziati non sono stregoni. E tante chiacchiere sono dettate dal panico, perché in fondo non vogliamo ammettere che le nostre vite sono appese a un filo. Piuttosto che accettarlo, preferiamo sostenere che è tutta una gran montatura.

Tu invece sei andato a complicarti la vita da solo, memorizzando tutta la Divina Commedia a memoria per poi recitarla come farai al Teatro Argentina. È stata una sfida con te stesso?
La sfida vera e propria non è esibire in pubblico questa conquista, ma fargliela capire. Cercare di sfatare un mito letterario, quello secondo cui tra noi e il poeta vi sia una grande distanza. E invece non c’è questo abisso. Troppo spesso Dante è stato immaginato come un genio isolato, un asceta con un caratteraccio, e per questo avvicinabile. In più, tutti ci allineiamo sul fatto che la Divina Commedia sia bella, ma perché ce lo dicono, visto che in pochi riescono a capire il perché. Avendo io conosciuto tutto il poema, posso quindi porgerlo allo spettatore in maniera disinvolta, non imbalsamata. Il più bel complimento che mi potranno fare dopo avermi ascoltato sarà: «Mi è venuta voglia di leggerla».

Giorgio Colangeli al Teatro Argentina. Foto: Alessandro Pensini

Da Carmelo Bene a Roberto Benigni, in tanti si sono cimentati nella Divina Commedia. Tu hai qualche riferimento nel passato?
No, è una mia interpretazione personale che non rivendico con arroganza. Sono consapevole di quanto possa essere discutibile il mio approccio. Sono arrivato a fare l’attore dalla strada, non ho fatto scuole o accademie, perché ce n’erano poche e istituzionalizzate. Il Teatro Ragazzi era distante dal resto dell’ambiente del teatro e ho iniziato a 30 anni. Oggi a quell’età c’è gente che smette.

Neanche in generale hai qualche modello di riferimento?
Ho rubato dalla quinta quando mi è capitato di recitare con i grandi, da Vittorio Gassman a Gastone Moschin, da Giancarlo Sbragia a Pietro De Vico e tanti altri. Non ho imparato a dire i versi a scuola, anche se ti può dare più sicurezza. Ma sono convinto che quel livello si possa superare se hai talento e voglia di lavorare. Io sono piuttosto brado nella recitazione, per cui anche con la Divina Commedia mi aspetto che qualcuno possa dire: «Ma non si fa così». Nello stesso tempo, ho speranza che questo modo così diverso abbia una sua utilità.

Quale?
Mettiamola così. Per sentire recitare bene la Divina Commedia bisogna continuare ad ascoltare Carmelo Bene, Arnoldo Foà, Vittorio Gassman o Massimo Popolizio. Io posso essere utile per conoscerla tutta e alla fine chiedersi, come nel Medioevo: «Ma forse c’è stato veramente…». E anche per comprenderne il significato nel suo complesso meglio di quanto già avvenga.

Come hai ricordato, i tuoi inizi sono nel Teatro Ragazzi. Manca oggi qualcosa del genere?
Manca com’era inteso in quegli anni, però ci sono molte più opportunità di prima di avvicinare i giovani con laboratori, corsi, attività complementari nelle scuole. Da questo punto di vista è più facile che un ragazzo si avvicini al teatro per curiosità, capendo se può diventare il suo futuro professionale. Forse mancano gli spettacoli pensati per i ragazzi.

Cosa ricordi con più affetto di quell’esperienza?
Negli anni ’80 si facevano le cosiddette “scolastiche”. Ricordo scene drammatiche, di attori che non riuscivano a sopportare il brusio o la caciara degli studenti. Alcune cose si sono fatte in buona fede, solo che i risultati sono stati opposti, perché se obblighi i giovani a qualcosa nell’ambito scolastico è difficile che se ne possano innamorare. Era meglio quando a teatro ti ci portavano i tuoi genitori, perché vedevi in atto la loro passione e che poteva trasmettersi. I problemi però sono altri…

Quali sono i più evidenti nel teatro italiano?
Uno dei grossi problemi oggi è che la gente è un po’ pecorona. Non trovi uno che fischia a teatro da anni. Non c’è quella autonomia di giudizio che c’era in passato. O magari c’è ma non viene espressa. Eppure, sarebbe la base di una convivenza sociale di qualità, non solo a teatro. Non vorrei diventassimo, dopo aver raggiunto l’immunità di gregge, un vero e proprio gregge in generale.

Giorgio Colangeli con Simone Liberati in ‘Chiamami ancora amore’, ora su Rai 1. Foto: Fabrizio de Blasio/Rai

Insomma, anche per la tua Divina Commedia qualche fischio non ti dispiacerebbe?
In una fase precoce della mia carriera, facevo dei concerti commentati con alcuni amici. Eravamo dei rivoluzionari e portammo all’Auditorium del San Leone Magno, una delle istituzioni più paludate, un’edizione con spunti critici e ci furono feroci proteste del pubblico. Un signore di una certa età mi gridò: «Cretino!». Sembrava una serata futurista… Mi mancano i tempi in cui gli artisti venivano criticati e addirittura menati. A me non dispiaceva, non per masochismo, ma perché si discute e ci si confronta, invece di rimanere tutti nel torpore. C’erano spettacoli in cui alla fine mi chiedevo: «Chissà se è piaciuto o no…».

È diventato tutto intrattenimento?
È giusto che ci sia un imbruttimento volontario, come nell’intrattenimento, ma a volte si avrebbe anche bisogno di essere stimolati, messi in difficoltà, rivoltati come un pedalino.

In un’intervista di qualche tempo fa a Panorama, hai dichiarato: «La sinistra ha ucciso il teatro». Ne sei ancora convinto?
Certo. Con le migliori intenzioni si sono fatte cose che hanno sortito risultati opposti. Intanto la sinistra ha a lungo gestito la cultura. Negli anni della Democrazia Cristiana ci fu una specie di compromesso, una spartizione. Gli appalti, i lavori pubblici e in genere l’economia era nelle mani di chi governava. Alla sinistra, invece, era stato dato di governare la cultura. E anche per questo nel nostro Paese ancora si pensa che la cultura è di sinistra e a destra non ce n’è per nulla. Ma è un assunto pericolosissimo. Si può pensare che una parte politica ha tutto e l’altra non ha niente?

C’è chi ha parlato anche di “gestione allegra” dei fondi pubblici.
E quella è stata l’altra grande stortura, sempre in buona fede. Perché si è avviata una gestione delle attività culturali per metterle a disposizione di un pubblico vasto, visto che prima certi eventi erano al di sopra delle possibilità economiche di tanti. Quindi hanno iniziato a proliferare gli spettacoli gratuiti, gli abbonamenti a prezzi stracciati, era il teatro che andava incontro agli spettatori. Si è esagerato, così come a inserire l’ideologia nei copioni…

Come nella musica, l’arte era vista come una pratica al servizio di un ideale.
Esatto, per cui spesso gli spettacoli diventavano dei resoconti di esperienze di attivismo politico. C’erano quelli che per adesione li accettavano, gli altri li subivano. Nel frattempo, non si è coltivato un pubblico. Però tutto veniva sovvenzionato, troppo…

C’è chi oggi direbbe «Bei tempi», viste le vacche magre nel teatro italiano.
Ben venga la sperimentazione, ma molti spettacoli non attiravano pubblico. Se il teatro avesse fatto prima i conti con gli incassi come qualsiasi impresa privata, forse si sarebbero fatti meno danni. Allora si poteva fare ricerca estrema perché tanto la sopravvivenza era assicurata. Con una metafora un po’ grossolana, il teatro di quel trentennio era un figlio di papà che viveva perché il padre gli passava il mensile e quindi anziché lavorare poteva divertirsi. Credo che tutto ciò abbia portato grossi problemi che scontiamo ancora oggi, con la disaffezione da parte del pubblico. È vero che spendiamo poco per la cultura, però bisogna vedere come si spende. E semplicemente facendo teatro non è sempre detto che si faccia cultura.

In questo periodo non si fa che parlare del MeToo, che ha cambiato volto al cinema. Tu come hai reagito di fronte a questo movimento?
I problemi sollevati sono reali, nonostante certi eccessi. Non ne ho avuto esperienza diretta, perché ho iniziato a fare cinema a una certa età, mentre nel teatro forse erano pratiche meno diffuse. Nel mio immaginario, ho ancora in mente il cinema con i produttori reali, cioè di tempi eroici nei quali fare cinema era una impresa privata e il produttore metteva i suoi soldi, faceva il film, aveva un circuito di sale e prendeva l’incasso. Un mestiere dalla A alla Z. E naturalmente facevano il buono e il cattivo tempo, con le attricette che gli ronzavano intorno. Qualcosa del genere era accaduto già allora, fra vero o costruito dagli uffici stampa. E di quella cultura non ce ne siamo sbarazzati.

Ti riferisci alla visione della donna sullo schermo?
Di un certo modo di vedere la donna, che purtroppo c’è ancora. Qualcosa si è fatto, ma non è abbastanza. Io stesso noto di mantenere delle incrostazioni maschiliste. Non è facile, ma è urgente cambiare verso una consapevolezza condivisa, però non solo a colpi di provvedimenti che hanno senso per l’urgenza che il problema riveste, ma che di per sé non sono una gran cosa.

Giorgio Colangeli è il padre di Francesco Totti in ‘Speravo de morì prima’. Foto: Sky

Mi sembra chiaro che sei contrario alle quote rosa.
È un intervento di emergenza, nella prospettiva di toglierlo appena possibile. Perché sarebbe necessaria una consapevolezza. Uomini e donne devono essere uguali, anche nel mondo del lavoro. Ma attenzione alle quote rosa, che possono risultare come una specie di droga che forse risolve l’emergenza, ma non il problema. Anzi, potrebbe allontanarci dalla sua risoluzione, visto che anche la quota rosa discriminano. Mi sembra un po’ come quelle medicine che ti salvano la vita, ma che devi smettere in fretta sennò rischiano di lasciarti gravi conseguenze.

Senti, ma da romano come mai Roma non riesce ancora a risolvere i suoi atavici problemi?
Roma è la manifestazione più esplicita dell’Italia. È una cerniera e rappresenta tutto il Paese. La periferia Nord di Roma è già Nord, la periferia sud è già Sud. Il problema non è romano, ma degli italiani. Siamo molto individualisti e questo è un pregio e un difetto. È una delle componenti della creatività, perché l’originalità nasce dal considerarti un individuo consapevole di quello che sei nonostante gli altri. Dall’altro lato, rende estremamente difficile qualsiasi comportamento sociale di coesione, di collaborazione, di solidarietà e sinergia. E questo ci frega, detto brutalmente.

Un tuo personale consiglio?
Bisogna sforzarci di diventare migliori, soprattutto degni del nostro passato. Credo che un altro problema di questa scontentezza sia l’immagine che nel complesso i media riversano ogni giorno su tutto quello di cui parlano. Privilegiano da sempre il brutto sul bello, il cattivo sul buono. E se partiamo nel raccontare noi stessi da questa immagine, siamo sempre nettamente al di sotto di quella reale. Invece, da quello che risulta dall’esperienza diretta, non siamo poi così malaccio. Forse siamo un po’ meglio di quello che pensiamo.

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