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Licia Lanera, contro il teatro per il teatro

Attrice, regista, drammaturga, premiata agli Ubu (gli Oscar del teatro), rifugge la divisione «classico e di ricerca», odia i «teatri museo» e denuncia: «Il governo fa guerra alla cultura». L’intervista
Licia Lanera

Foto: Luigi Laselva

Questa non è un’intervista: è un assalto. Abbiamo incontrato Licia Lanera, fresca di un altro Premio Ubu, l’Oscar del teatro italiano, e ci ha spiegato perché non dovrebbero esistere steccati di genere («O è vivo o è morto»). Il suo, di teatro, è più vivo che mai, ma si scontra con un ambiente che nel nostro Paese non favorisce il cambiamento. I teatri? «Li odio, per me dovrebbero essere tutti chiusi e diventare dei musei». La critica? «A livello di prestigio non conta più niente». Le accademie? «Continuano a propagare la malattia mentale della distinzione fra teatro classico e di ricerca».

Lanera, 43 anni originaria di Bari, è attrice, regista, drammaturga e capocomica. In sintesi: una “autrice” che, con l’ennesimo Premio Ubu per il Miglior adattamento a testo non originale dello spettacolo Altri libertini, ha dimostrato ancora una volta di non costruire personaggi, ma di mettere in scena conflitti. Di rivendicare un teatro come dipendenza, trance, in buona sostanza una «perversione millenaria» (Thomas Bernhard, ndr). Un luogo in cui si muore ogni sera «per poi resuscitare», dove i defunti tornano a parlarci e il corpo dell’artista viene portato al limite: «Sono stata nuda, ho frequentato scene hard, praticato violenza estrema, con animali vivi e animali morti, pezzi di carne, sangue vero e finto, uova e latte».

Sul palco ha fatto di tutto perché è «un momento di totale libertà». Tanto che, in una recente performance, si è spinta davvero oltre: «In Exit, per tre giorni, ho assunto delle sostanze per favorire il mio stato di alterazione. Mi sono sfasciata». Ma non c’è spettacolarizzazione nel suo approccio al palco, più semplicemente sembra l’unico modo che conosce di stare al mondo: «Senza questa libertà la mia vita sarebbe un degrado, andrei a fare le risse».

Non si tira indietro neanche nella denuncia, perché con la sua compagnia è anche imprenditrice: «Questo governo fa la guerra alla cultura». Premi, riconoscimenti, applausi, ma intanto ci ha raccontato di stipendi in ritardo, compagnie allo stremo e un Sud affamato ma anche schiavo della «mediocrità». Lanera, però, non accetta il ricatto: «Io non temo padroni». A chi pensa che, con il tempo, arriverà a conformarsi, risponde con una promessa che suona come una minaccia: «Prima che io stenda i piedi, voi dovrete essere tutti crepati». Un lungo dialogo per dimostrare che, anche nel teatro italiano, esiste ancora chi sceglie di rappresentare una frattura anziché un prodotto.

Foto: Manuela Giusto

Hai vinto un altro Premio Ubu, ma in passato hai dichiarato che i premi «sono un modo per comprarsi un vestito nuovo». Anche stavolta è così?
Rispetto agli altri premi la percezione è cambiata. Forse anche i più distratti si sono accorti che qualcosa è successo e penso il merito sia molto dello spettacolo Altri libertini, tratto dagli scritti di Pier Vittorio Tondelli. Sai, la percezione della critica non sempre incontra quella del pubblico. A volte vengono premiati spettacoli dopo due-tre principali piazze, dove i critici vivono e hanno potuto vederli, ma poi girano poco. Spesso è prassi debuttare e poi farlo morire. Invece questo ha avuto una tournée enorme ed è ancora in giro. 

Altri libertini, per i numeri del teatro, si può dire che è diventato una hit.
Abbiamo registrato tutti sold out. Ha intercettato una comunità di spettatori che cercano qualcosa di più incisivo, forse rock. Siamo passati dai luoghi più angusti ai teatri più prestigiosi fino all’apertura dei CCCP, in questo la mia compagnia non fa differenze. Si è mossa una massa di persone che ci ha seguito in giro per l’Italia. Un movimento dal basso arrivato a 20mila persone che, per i numeri medi del teatro italiano, sono piuttosto alti, anche se lontani da cinema e musica.

La critica teatrale, che prima citavi, ha ancora un peso oppure no?
Mi spiace dirlo, pur avendo un ottimo rapporto con diversi critici, ma a livello di prestigio non conta niente. La dimensione orizzontale della rete, una funzione democratica, ha permesso a tutti di esprimersi ma anche a gente che prima, sulla carta stampata, non avrebbe potuto farlo. Questo ha fatto sì che un popolo di analfabeti funzionali potesse influenzare un ampio pubblico. In Cuore di cane interpretavo dodici personaggi, con un lavoro enorme sulla voce, e una ha scritto su un sito che il mio sintetizzatore mi cambiava le voci elettronicamente. Mi sono fatta un culo gigantesco e lei, che non riconosce una voce vera da una sintetizzata, mi smonta così? O non capiscono i riferimenti ai grandi autori, c’è pieno di castronerie. Così il pubblico non sa dove trovare un parere qualificato. In più alcuni critici davvero autorevoli stanno scomparendo. Tra questi, in pochi riescono a smuovere masse di persone. Niente a che vedere con ciò che succedeva ai tempi di Franco Quadri. Se lui scriveva una recensione positiva, eri certo che si sarebbe tradotta in date e quindi in soldi.

E i critici teatrali muti.
Verso la critica non ho mai vissuto turbamento o sottomissione. Ho capito che, a conti fatti, chi sale sul palco siamo noi artisti. La critica avrebbe il valore nello scambio, i critici riuscono a tradurre in parole quello che tu non riesci a fare. Io stessa i miei spettacoli non so spiegarli, mi appartengono troppo. Prima la critica si sedeva al tavolo con l’artista, era un direttore artistico e un alleato. Adesso tutto questo non esiste. Per fortuna ci sono ancora dei giovani rampanti e dei vecchi per nulla vecchi nella testa, penso per esempio a Rodolfo Di Gianmarco. Per il resto, un articolo è bello se esce su certi giornali per far contenta la mamma. L’altro giorno un’amica che lavora nel teatro ha detto a sua madre: «Licia ha vinto un grande premio». E quale, le ha chiesto. «Vabbè, niente, che te lo spiego a fare». Era lunga farle capire cos’è l’Ubu. Così come fai ad avere impatto a livello popolare?

Dici che la mamma della tua amica ci legge?
La parrucchiera mi prende sempre in giro: «Ho chiesto ad altri, ma non ti conosce nessuno». Ci sono dei miei colleghi, anche meno noti di me, che se gli dici una cosa del genere se la prendono a morte. Ma siamo una marginalità, dobbiamo prenderne atto. 

Comunque, negli ultimi tempi, almeno l’età media dei premi Ubu sembra essersi un po’ abbassata: da Leonardo Lidi a 32 anni fino a 40enni come te.
Perché, con estremo ritardo rispetto al resto d’Europa, anche in Italia abbiamo finalmente iniziato a mettere in discussione la desueta e insopportabile divisione fra teatro classico e di ricerca. Il teatro, come tutte le arti, deve stare nel proprio tempo. Ci sarà sempre qualche operazione archeologica, ma ogni tempo ha il suo linguaggio che si adatta. Leonardo Lidi, che lavora con gli Stabili, dovrebbe essere considerato classico, ma non è che tromboneggia. Sta nel suo tempo con una ricerca sui classici, ma è perfettamente contemporaneo. Il male, però, inizia nelle accademie di teatro.

In che senso?
Insegnano agli attori, fin da giovanissimi, a recitare in una determinata maniera. Così continuano a propagare la malattia mentale della distinzione fra teatro classico e teatro di ricerca. Invece, il teatro, o è bello o è brutto. Come diceva Peter Brook: «O è vivo o è morto». Ora alcune scuole di teatro hanno capito che è giusto contaminarsi. Persino i grandi del passato, ancora vivi, si sono rotti i coglioni anche se non molleranno mai. Da qui a dire che le stagioni degli Stabili, posto che io non amo i teatri all’italiana, si stanno rinnovando ce ne passa. Ma è sotto gli occhi di tutti che, piano piano, una certa cultura sta scomparendo.

Come mai non ami i teatri italiani?
Io li odio, per me dovrebbero essere tutti chiusi e diventare dei musei. Sono la disgrazia del nostro Paese. In altri Stati vengono utilizzati senza problemi i politeama, le gradinate o posti più moderni, noi invece siamo legati a quelle strutture e a quella storia e dobbiamo tenerceli. Nello stesso modo sappiamo benissimo che in Italia certe figure, per levarcele dalle palle, possiamo solo attendere che muoiano. Vale per il teatro come per la politica o qualsiasi altro settore. Non gli auguro la morte, ma quando avverrà sarà l’unico momento utile per avviare un vero cambiamento.

Che bambina era la piccola Licia Lanera?
Una che ha fatto emergere in mia madre la tentazione di chiudersi le tube. Già il parto è stato feroce. Nella sua pancia mi ero attorcigliata con il cordone ombelicale e le ho causato un parto piuttosto traumatico. Poi sono sempre stata una bambina molto potente, che dormiva di giorno e stava sveglia di notte, un po’ come mi succede ancora oggi. Una volta disse a mio padre: «Mai più un altro figlio». E con quella presa di posizione ha decretato la mia unicità.

Prima del teatro hai frequentato altre forme artistiche, ma nessuna ti corrispondeva. Esatto, ho provato di tutto: danza, musica, canto, tutti con esiti disastrosi. Ricordo che facevo un gran casino nel negozio dei miei, tanto che un giorno mi sono sfondata il cranio. Ero un’iperattiva già con la tendenza al comando e alla prepotenza. Piantavo delle grane anche solo se i miei genitori mi dicevano ni, figurati per un no. Se al supermercato non mi compravano quello che desideravo, mi stendevo nel corridoio e urlavo che non volevano darmi da mangiare. Già a quei tempi dimostravo una certa tendenza a drammatizzare ogni cosa.

Sei capocomico, ma venendo da Bari avresti potuto intraprendere la carriera militare e oggi, invece di un’autrice teatrale, potresti essere un ammiraglio navale.
In qualsiasi ambiente mi fossi inserita avrei puntato a diventarne il capo. Ho la propensione a dire agli altri cosa devono e non devono fare, questo fin da piccola. Tenendo in ostaggio prima i miei genitori e poi, una volta a scuola, anche tutti i miei compagni di classe.

Cosa li hai costretti a fare?
Già alle medie scrissi una pièce teatrale e obbligai tutta la mia classe, di venti ragazzi e ragazze, a partecipare. In ore di lezione del laboratorio teatrale o in orario extra scolastico. Non potevano rifiutarsi, studiando prima il proprio ruolo. Un impegno enorme per giovani di quell’età, per arrivare alla recita finale. C’è stato qualcuno che ha provato a resistere, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirmi di no. Perché avevo una tendenza aggressiva e, quindi, sapevano che se si fossero opposti li avrei menati. Per non parlare della tragedia che hanno vissuto tutti i miei ex fidanzati che a questo strapotere, dopo un po’, non hanno resistito.

Sei ancora così autoritaria?
Ora ho raggiunto la maturità e sono più tranquilla. Nel tempo ho trovato modi più morbidi di impormi. Difficilmente mi arrabbio, però Ammiraglio Lanera suona bene, non trovi?

Può essere lo spunto per un tuo prossimo spettacolo. Ed è anche per questa personalità strabordante che la definizione di “attrice” ti sta stretta?
Non mi corrisponde. Il mio percorso da subito è cominciato in autonomia. Ho partecipato a spettacoli di altri, come quando frequentavo i laboratori, solo che ero sempre critica con il regista di turno e quindi andava male. Così ho messo in piedi una mia compagnia quando avevo 20 anni, e ora sono esattamente 20 anni nel 2026 che sono capocomico. Già dagli esordi scrivevo, mi dirigevo, mi mettevo in una condizione diversa da chi viene scritturato da altri. Ho rinunciato a fare l’attrice.

Però in scena ci vai eccome. E non risparmi niente al tuo corpo.
Niente! Sul palco ho fatto di tutto, perché per me è un momento di totale libertà. Sono stata completamente nuda, ho frequentato scene hard, ho praticato violenza estrema, con animali vivi e animali morti, pezzi di carne, sangue vero e finto, uova e latte. Mi sono molto data con la materia. Questa è la mia parte più esuberante, mi dà piacere ed è una necessità. Avendo una grande energia e appunto questa tendenza all’aggressività, se non recito vado a fare le risse.

Nel tuo caso il teatro è quanto mai terapeutico, prima di tutto per te.
È proprio così. Se non facessi di tutto sul palco la mia vita sarebbe un degrado. Già in parte lo è ma, se non avessi anche questo spazio di libertà, finirei a dormire in una stazione ferroviaria.

Vittorio Gassman diceva: «Recitare non è molto diverso da una malattia mentale: un attore non fa altro che ripartire la propria persona con altre. È una specie di schizofrenia».
Io non ripartisco la mia persona con altre. La mia capacità di mutazione, a causa della megalomania, è piuttosto limitata. Affronto diversi ruoli ma non impersonifico diversi personaggi, come per esempio Pierfrancesco Favino. La capacità camaleontica non ce l’ho e non la voglio avere. Quando ho capito che attrice volevo essere ho cominciato addirittura a farmi i tatuaggi, che non tutti fanno perché poi, spesso, devi coprirli. Invece nel suo Romeo e Giulietta Mario Martone mi ha lasciato tutti i tatuaggi, mentre altri attori hanno dovuto farseli disegnare finti. Ero Balia, trasformata in “Zia Angelica”, ma in fondo ero sempre io. Non vivo questa schizofrenia, ma è vero che, per il resto, è una dipendenza così forte che si trasforma nella “sindrome del carceriere”.

Cioè?
Sono consapevole che il teatro ha compromesso, nel bene e nel male, tutta la mia vita. Il fatto che io sia o non sia madre, sposata o meno, che perda un sacco di amici per strada perché non riesco mai a vederli. La mia esistenza è totalmente immersa nel teatro. Allo stesso tempo, a un certo punto, dopo tutta questa dedizione, ogni tanto ho bisogno di sparire e non fare nulla per giorni per non impazzire. È una dipendenza mentale che è anche la rappresentazione del rapporto che ho con lo spettatore e dello spazio circostante. Lo cantava Brunori Sas: «Ma chiedilo a Kurt Cobain / Come ci si sente a stare / Sopra un piedistallo e a non cadere / Chiedilo a Marilyn / Quanto l’apparenza inganna / E quanto ci si può sentire soli». Non è facile tornare a casa, dopo certi bagni di folla, e aiutare tua madre a dissalare il baccalà. Hai voglia risponderle: «Chissene frega, io sono un artista». Lei giustamente mi manda affanculo.

Di certo non sembri una che, per il momento, pratica yoga o meditazione.
Macché! Vado a ballare, mi sfondo, e poi sono cazzi perché ormai ho 43 anni.

Foto: Manuela Giusto

E non reciti per altri, salvo in rari casi come per Luca Ronconi.
In vent’anni ho accettato solo due da scritturata, con Ronconi nel 2013-2014 e con Martone nel 2023. Due registi enormi, sempre al Piccolo di Milano. A loro ho detto sì perché erano grandi occasioni personali, più che professionali. Ronconi l’ho conosciuto alla Biennale di Venezia, allieva di una masterclass, dopo sei-sette anni con la mia compagnia. Fui presa come regista, non gli dissi che ero anche un’attrice. Ma tra noi è subito scattata una “corrispondenza di amorosi sensi”.

Questa devi spiegarcela meglio.
Qualche tempo prima avevo partecipato a un laboratorio con Eimuntas Nekrošius, un altro grande regista, ma con lui ho iniziato a litigare il primo giorno. E nel resto della settimana ci siamo quasi messi le mani addosso. Ne riconoscevo la grandezza, solo che il suo metodo poco si confaceva al mio stile. Ogni volta che gli proponevo qualcosa si sdegnava, per cui è stato un disastro. Con Ronconi, invece, rimasi subito turbata da quell’uomo che veniva dal teatro classico, ma stava così tanto nel proprio tempo che ha portato Edward Bond e Rafael Spregelburd in Italia, andava alla ricerca degli autori contemporanei, affrontava temi attualissimi e la sua età anagrafica non corrispondeva a quella del suo cervello. Tra noi è come se fosse nato un riconoscimento ancestrale: durante una delle prove si è fermato, mi ha guardata e mi ha mandato un bacio volante. Quando poi, dopo avermi vista recitare in un mio spettacolo, mi ha chiamata al Piccolo, il mondo “ronconiano” ha iniziato a chiedersi: «Chi è questa? Com’è riuscita a farsi scegliere?». Renato Palazzi su Sole 24Ore scrisse: «Licia Lanera è una strana anomalia perché, provenendo dalla ricerca, lavora nell’istituzione del Piccolo di Milano e credo che, in Italia, non si sia mai verificato un caso simile».

Cosa ti ha insegnato Ronconi?
È stata un’esperienza potente e dolorosa, fu molto duro con me. Però, alla fine, mi permise di ricevere il mio primo Premio Ubu come miglior attrice under 35. Un incontro di luce. Mi ha insegnato cose che, all’inizio, non ho capito, mi sono tornate alla mente nel tempo. E oggi, quando analizzo i testi nelle scuole o con gli attori, parto dalla capacità che mi ha dato di saperli leggere. Lui era davvero in grado di far affondare agli attori la parola, senza manierismo o naturalismo, che io non sopporto. «La parola è tirannica», diceva spesso. Va studiata, capita, affrontata e l’attore si deve inabissare. Così come l’amore per i testi non teatrali, senza usare la drammatizzazione in battute, ma lasciando che la formula del racconto venga capita e interpretata dagli attori.

È vero che un altro tuo riferimento è musicale, Fabrizio De André?
Ho ereditato da mio padre l’amore per i cantautori, che in qualche modo poi ho tradito. Mi sono allontanata ma rimanendo una sostenitrice dell’indie italiano, e amo molto anche il rap e l’elettronica. I cantautori ho avuto modo di ascoltarli dal vivo fin da piccola. Ho le foto di me a 3 anni con il caschetto, e già la faccia da zoccola, a un concerto di Pierangelo Bertoli. A 4 anni a quelli di Francesco De Gregori e di Fabrizio De André. L’anno scorso ero con Luca Medici, Checco Zalone, e siccome sa che da ragazzina adoravo De Gregori lo chiama, anche se era mezzanotte, me lo passa e tutto quello sono riuscita a dirgli è: «Francesco, ti amo». De André mi ha acchiappato dal punto di vista ideologico. Attraverso le sue canzoni ho introiettato la dimensione dell’ateismo, dello sguardo rivolto ai più deboli e all’avversione per il potere, tutte cose che hanno segnato me e il mio teatro, che non si occupa quasi mai di storie borghesi, ma è rivolto alla marginalità o agli ultimi.

Che è una visione sempre più rara.
Nella società attuale siamo al suo contrario. Tutto ciò che non è splendido è da eliminare: il dolore, lo straniero, la povertà. Questa è l’epoca dell’esclusività. Oggi, ormai anche in Italia, è tutto inclusivo tranne i posti esclusivi. Quello che rimane fisso è che i disgraziati fanno schifo a tutti. Puoi essere etero, gay, lesbica, ma se sei povero non ti vuole nessuno.

Hai detto che «il teatro è il luogo dei morti e i morti parlano ancora».
Quando mi chiedono perché faccio teatro, rispondo sempre: «Perché si muore». Se non si morisse non credo che farei teatro. È il luogo nel quale riprendono vita i morti, gli autori che scomodiamo ma anche i nostri morti. Perché la vita è qualcosa che scorre sapendo di finire. Questo aspetto, che è un altro processo di rimozione della nostra società, è molto presente nel mio teatro perché mi fa molta paura. Oltre a scomodare tutti i morti che si sono guadagnati l’immortalità con le loro opere, è un luogo in cui ognuno può riconnettersi in un processo emotivo rituale e pagano con i propri defunti, e anche i morti viventi che abbiamo cancellato per vari motivi. Per questo, in fondo, è il luogo dell’immortalità perché si muore per finta.

Più che un’attrice parli da sciamana.
Effettivamente entro in uno stato di trance dove so che, a prescindere dalle mie condizioni psico-fisiche, non avrò possibilità di tornare indietro e andrò direttamente a morire, per poi resuscitare ogni sera. È un patto tra la vita e la morte che rompe lo spazio e il tempo. Prima mi hai chiesto della me bambina, che guarda caso tiro fuori in Altri libertini. Lì anche quella bambina, che sembrava morta, resuscita insieme alle tante altre personalità o alle persone che non ci sono più, in un grande banchetto collettivo nel quale ci conquistiamo l’eternità.

La morte ti spaventa?
Sono terrorizzata dalla vecchiaia, dalla morte e che un giorno tutto finirà. Ma ogni volta che salgo sul palco mi trasformo in una giovane rockstar. In quel momento il tempo si blocca e si perpetua quella che Thomas Bernhard definiva «una perversione millenaria». Io sono convinta che per amare il teatro, da autori o spettatori, sia necessario essere perversi. Non a caso, tra tutte le perversioni della mia vita anche privata, il teatro è di certo la più grande.

L’ultima follia di Licia Lanera per il teatro?
Questa estate a un festival, in una tenuta di campagna, ho portato Exit, tratto dal libro Dallo sciamano al raver: Saggio sulla transe di Georges Lapassade. Affrontavo il rapporto con la danza, dai riti pagani antichi fino ai raver contemporanei. Un mondo che mi appassiona, anche perché amo andare a ballare. È stata una performance di tre giorni dove senza dichiararlo, ma a un occhio attento si poteva capire, avevo assunto delle sostanze per favorire il mio stato di alterazione. La musica era pre-registrata in studio, con la producer Laura Bizzoca, che partiva soft e si trasformava in techno, con un mio testo sulla danza, da quando ero piccola e fino all’oggi.

Tre giorni consecutivi di alterazione, in pratica è stata la tua Woodstock.
Infatti è una follia! Alcuni collaboratori dicevano: «Non puoi farlo una volta e poi fare finta?». Ma per me non esiste il fingere. Per cui mi sono fatta una tre giorni di alterazione. Dopo il primo era più facile andare in trance, ma anche più difficile uscirne. Alla fine delle serate tutti si fermavano a parlare e io, invece, ero ancora in stato di alterazione e stavo rannicchiata in disparte. Insomma, mi sono sfasciata. Non credo che ripeterò una performance del genere, ma è stata una bella pazzia.

C’è un altro aspetto dell’ultimo Premio Ubu poco sottolineato, che è la presenza tra i vincitori di tre baresi come te, Valentina Picello e Mario Perrotta. Dimostra la vitalità del Sud ma anche la contraddizione di un luogo dove è spesso difficile portare avanti la propria attività. Tanto che sui social avevi scritto: «Questa terra non ci vuole».
La fame che ha il Sud non è qualcosa di nuovo. Devo ammettere che, di tutto quello che ho fatto finora, non tornerei indietro su nulla, a parte su un aspetto: sarei dovuta andarmene da Bari. Dopo 40 anni lo dico perché, nonostante abbia tanti risultati che arrivano dal mio lavoro, per l’80-90 per cento sono da Roma in su. La Puglia, che aveva conosciuto una vivacità culturale negli ultimi anni, ha rallentato ed è tornata alla tendenza da “provincia della provincia”. A Bari si fa molta fatica a emanciparsi. Il perché l’ha sintetizzato perfettamente il regista Gennaro Nunziante, quando mi ha detto: «Questa è una città che ha bisogno di mantenere la propria mediocrità». E quando qualcuno emerge, ho notato sulla mia pelle, qui hanno bisogno di schiacciarlo per abbassarlo al loro livello.

Siamo ancora al “nemo propheta in patria”.
Dal punto di vista artistico potrei fregarmene se non faccio la data a Bari, non mi cambia niente, ma io sono anche un’imprenditrice di me stessa. Ho un’impresa con dipendenti da pagare ogni mese, e in più è ministeriale e prendo i soldi pubblici. Ma non li rubo, li uso per riportare indietro indotto. Questo Bari fa molta fatica a riconoscerlo e a distinguere tra un professionista e un amatore. Se la mia compagnia avesse sede in qualche città dell’Emilia-Romagna o della Lombardia, otterrei molti più riconoscimenti, dalla direzione di scuole a quella di rassegne culturali. Condizioni che invece qui non mi sono permesse e non mi saranno mai permesse, almeno fino a quando non moriranno una serie di persone. Non lo dico solo per il mio tornaconto personale, ma perché il 2025 è stato un anno prestigiosissimo dal punto di vista artistico, ma difficilissimo dal punto di vista economico.

Come mai questa discrepanza?
Il Ministero di questo governo sta facendo una guerra totale alla cultura. La destra, con la scusa che “rubiamo” i soldi pubblici, ha prima distrutto il cinema e adesso il teatro. Di solito, in passato, avevamo un acconto dell’80 per cento entro luglio, quest’anno ci hanno dato il 30 per cento e sono spariti. Mentre in altre regioni e Comuni di sinistra si sono presi sulle spalle, in qualche modo, le imprese culturali della propria terra, in Puglia non è accaduto nulla. Quindi siamo a un livello di sofferenza economica come mai prima, proprio nell’anno di maggior successo.

Stai pensando di andartene di nuovo?
Ormai ho casa qui, 43 anni, i miei genitori vicini, dove vuoi che vada? Ma per me è mortificante ricevere premi, rilasciare interviste e accumulare complimenti ed essere rimasta indietro con gli stipendi nell’ultimo Natale. Per colpa della superficialità della politica.

È coraggioso da parte tua esporti, visto che in Italia spesso non paga.
Io non temo padroni! Il fatto che prenda soldi pubblici, come i miei colleghi, non mi pone in una posizione di inferiorità. Non posso accettare di soccombere per le mancanze delle istituzioni o di teatri che non hanno sensibilità verso il lavoro o vogliono proprio affossarti. Ma se pensano di riuscirci con me, hanno fatto male i loro conti. Come dico in uno spettacolo: «Prima che io stenda i piedi, voi dovrete essere tutti crepati». Sarò sempre il loro peggior incubo!

La scena teatrale è unita in questa rivendicazione?
No, infatti a rimanere sola passo per la rompipalle. Con grande dolore, diversi miei colleghi hanno dovuto chiudere le loro compagnie in questi anni così difficili in Puglia, ma nessuno che abbia detto qualcosa in merito. Invece bisognava fare casino. Perché, come a livello nazionale, la situazione è altrettanto grave e non cambierà niente a comportarsi come monadi. Se invece fossimo tutti uniti, certe cose sarebbero molto più facili da cambiare.

Dopo tanto teatro e tanti premi, non sono arrivate le sirene del cinema e della Tv?
La mia agente è fantastica, sono il suo orgoglio e la sua croce. Mi propone una serie di cose rispetto alle quali dico sempre no. Non mi interessa diventare famosa, ma essere ricordata. È un’ambizione maggiore. Sono attenta al denaro, ma non disposta a vendere l’anima. Se devo rinunciare alla dignità dico volentieri di no. E le produzioni italiane sono lontane dal mio immaginario. Il nostro cinema è pieno di stereotipi. Io mi considero un’artista, non un’attrice. Per la tv mi hanno proposto il provino a Il paradiso delle signore, che è l’inferno delle donne come me. Per ora attendo che possa arrivare, più che la proposta giusta, il regista giusto. Mi piacerebbe partecipare a un bel film.

Insomma, da Licia Lanera non arriverà mai una svolta alla Serena Brancale, tua concittadina, che è passata dal jazz al pop e poi è esplosa grazie a TikTok.
Quel tipo di carriera non mi interessa. Vorrei evitare un Baccalà per essere riconosciuta. Rimango nel mio “jazz” anche perché, nel dissing che si era innescato con altre musiciste baresi contro Brancale, io sono del team Miss Fritty. Finora al cinema mi hanno proposto solo ruoli da cozzara del Sud, ma io sono una rockstar. E il mio sogno si realizzerà, prima o poi, per come l’ho sognato. 

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