Home Cultura Interviste Cultura

Leonardo Lidi: il teatro c’è

Nonostante la pandemia, i pregiudizi, la ‘musealizzazione’. A 32 anni, lui vince il premio dei critici per la regia. E anche il cinema se ne accorge: vedere ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’ per credere

Foto: Luigi De Palma

Vincere il Premio della Critica 2020 come regista teatrale è già un grande traguardo, se poi lo ricevi quando hai solo 32 anni allora il tutto acquista una portata decisamente diversa. Anche perché il teatro italiano, da molto tempo ormai, non sembrava più quella fucina di talenti che è stato in passato e appariva avviato a una lenta e inesorabile musealizzazione. E invece la ventata di freschezza è arrivata con l’assegnazione di questo importante riconoscimento a Leonardo Lidi, attore e regista originario di Piacenza e diplomato allo Stabile di Torino che si era già messo in evidenza con diversi personalissimi allestimenti. In particolare, la trilogia con la quale ha “sfidato” testi sacri come Spettri di Henrik Ibsen, Lo zoo di vetro di Tennessee Williams e, da ultimo, La casa di Bernarda Alba di Federico García Lorca.

Lo scrittore Marcello Fois, dopo aver assistito all’ultimo spettacolo, così lo ha definito: «Un classico deve incutere timore, ma anche confidenza, come si trattasse di un consanguineo. A chi lo sa leggere, può indicare punti ineludibili di sé frammisti a zone di intervento anche radicale. Può cioè autorizzare spostamenti apparentemente arditissimi senza che ciò significhi inficiarne il senso primo. Ci vuole un lettore attento, un regista coltivato, un pensatore sensibile, e Leonardo Lidi, nonostante la sua giovane età, c’è». E, come spesso accade, il cinema si è già accorto di lui. Non a caso, dal 9 dicembre sarà tra i protagonisti del film L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, insieme a Elio Germano e guidato alla regia da Sydney Sibilia. Per conoscerlo meglio, così come per celebrare uno spiraglio di ottimismo dopo un anno funesto soprattutto per gli spettacoli (e drammatico per il teatro), lo abbiamo incontrato poco prima di ricevere il premio.

Com’è che un giovane oggi si avvicina al teatro, rispetto ad altre attività più di tendenza?
È stata una scelta inizialmente inconsapevole, partita dai corsi a scuola e poi da una voglia dettata soprattutto da una sorta di “momento egocentrico”. Solo in seguito ho capito che c’era qualcosa di più, di centrale, di cui non potevo fare a meno. Ci ho provato a staccarmi, per tre anni dopo le superiori e ho fatto tutt’altro. Solo che più mi allontanavo e più sentito una forte necessità di tornarci, insomma mi mancava. Così mi sono licenziato dal lavoro e sono tornato a scuola. Anche lì, forse, ero ancora inconsapevole, ma la vera svolta, l’ho avuta quando ho cominciato ad approfondire i testi teatrali.

In che modo i testi ti hanno convinto a proseguire su questa strada?
Per me ragazzo di provincia, abituato a una piccola città, a un micromondo, l’affrontare dei pensieri che tutti hanno, mentre fino a poco prima mi sembrava di averli solo io, mi ha fatto provare empatia, quindi che potevano essermi utili. Non ti senti più solo, ma parte di qualcosa. Ai giovani con cui ho a che fare, cerco di restituire quel momento. Di quando, cioè, ti dici “sono qui e non so perché, però mi sento accolto”. I problemi d’amore, di incomprensione con i coetanei o i genitori, insomma tutte le questioni generazionali, non dico che si risolvano, ma almeno sono gestibili, non sono più percepite come gigantesche. È un po’ come se nel teatro trovassimo una sorta di “storico” delle emozioni.

Come ti spieghi che oggi il teatro dai giovani sia considerato, in generale, un luogo noioso e legato più al passato che al presente?
A tratti è vero che esiste questa disattenzione ai giovani, ma anche una paura. In Italia abbiamo una tradizione teatrale fantastica e gigantesca, una delle migliori al mondo, però la sua gestione è delicata. Invece di usarla come un trampolino per il futuro, ci facciamo spesso mangiare da questa tradizione. Sia lo spettatore, che il regista, che il teatro stesso. Fatichiamo a utilizzarla, nel senso più cinico del termine, per il bene del presente e quindi di un nuovo pubblico. Preferiamo non toccarla o nasconderci dietro di essa. In parte può essere utile, ma è un atteggiamento ormai totalizzante.

Foto: Luigi De Palma

Come se ne esce?
L’arte per essere creata ha bisogno di terreno fertile nel suo presente. Nel teatro, poi, i tre tempi: passato, presente e futuro, devono sempre esserci. Se prendi spunto solo dal passato, il “prodotto” che cucini risulterà preconfezionato. Per quanto riguarda il pubblico giovane, non è vero che non ci sia, ma viene indottrinato, abituato e allenato a rapportarsi in maniera vecchia. Ci sono in giro dei giovani vecchi, o dei giovani spaventati, che per trovare in questo luogo precario una loro posizione ripropongono cose che hanno visto e conoscono e niente di più. Nulla di nuovo, tutta una ripetizione, senza sapere perché stiano facendo quelle scelte in base al loro presente.

Tu hai avuto esperienze anche all’estero, per caso l’approccio è diverso?
Io ricordo di essere andato a Berlino dieci anni fa e di aver trovato un luogo che parlava direttamente a me. C’erano spettacoli molto belli e molto brutti, però tutti con un’attenzione verso i più giovani, anche se in quel periodo non avevo i mezzi per recepirlo appieno. Nonostante ciò, sentivo che si rivolgevano a me. In Italia, invece, la priorità non è parlare a un nuovo pubblico, ma tenersi stretto il vecchio pubblico degli abbonati, grazie al quale un teatro sta in piedi. È logico dal punto di vista manageriale, ma i registi devono mettersi a disposizione del loro presente senza averne paura.

Il teatro ha subìto molteplici ibridazioni per cercare di rinnovarsi. È quella la strada?
In questo rimango un “giovane vecchio”, cioè sono un purista. Perché credo sia in corso un fraintendimento: per stare nel presente contaminiamo il teatro con installazioni, video, musica, fotografia, con letture di scrittori e giornalisti, tutto ciò che non ha a che fare con la prosa. Ma il teatro “di parola” non è solo passato, ma presente e futuro. Già lì sta la novità continua. Non dobbiamo ucciderlo all’insegna della novità a tutti i costi. Il problema è che i classici li teniamo in una teca di sicurezza, mentre se abbiamo bisogno di testi contemporanei siamo pronti ad affidarci anche a quelli di scarsa qualità. Invece il teatro di prosa esiste e può essere rinnovato, purtroppo in Italia è come se non gli dessimo la possibilità di esplodere.

Quali proposte “politiche” di senti di lanciare per far tornare a esplodere il teatro?
Non ho una proposta politica, perché non sono in grado di pormi in questi termini. Ci sono ruoli da rispettare, i miei sono quelli di regista e di attore. Non mi piace quando altri in maniera inefficace cercano di ricoprire il mio ruolo e io non cerco di fare altrettanto. Posso fare degli esempi. In Inghilterra il teatro entra nelle case dei bambini il prima possibile, solo che bisogna essere capaci di approcciarsi a loro. Sono inorridito dai tanti corsi di teatro che vedo in giro, che servono al massimo a riempire la giornata di docenti incapaci. Bisogna invece capire cos’è il teatro. E il teatro non è tutto, la contaminazione è rischiosa. Tutto è utile al teatro, ma allo stesso tempo non tutto è teatro. Se mi fai rotolare per cercare il “me bambino”, può essere interessante una volta ma non devi vendermelo come un corso teatrale. Il teatro di prosa è fatto di parole. Ci sono in giro tanti giovani che hanno una grande passione, ma non sanno verso che cosa. Ad alcuni chiedo: «Hai mai letto Molière?», e loro: «No». Ma è questo il nostro lavoro, parte da lì. Fermiamoci, studiamo e vediamo se siamo interessati, poi facciamo teatro.

Quali approcci sbagliati vedi intorno a te, in particolare da parte dei più giovani?
Che tutti vogliano raccontare la storia della loro vita, ma senza conoscere cosa sia una struttura teatrale. Prima di andare in scena è necessario studiare insieme ai drammaturghi, agli scenografi, ai costumisti, su come inserire la tua storia in un processo. So di essere noioso e tradizionalista, però è il punto mancante. Molti, presi dalla paura di non lavorare, allestiscono uno spettacolo alla bell’e meglio, in una miriade di luoghi improvvisati, come a formare le famose “cantine”, che però nel 2020 sono anacronistiche. Questi “spettacoli” vengono presentati ad amici, parenti o compagni di classe, solo che alla fine non gli fanno trovare una loro voce, non gli permettono di parlare davvero a qualcuno. Al contrario, a partire dalle scuole di teatro dove per troppo tempo capita di non recitare, sarebbe necessario rimettere al centro il teatro, con insegnanti sicuri che quella sia la materia giusta per parlare al nostro tempo e al nostro pubblico. A quel punto, lì dentro ci puoi inserire la tua storia, la tua personalità, le tue paure, ma avviene in un secondo momento.

Oggi viviamo nell’epoca dei talent e la gente, non solo i giovani, legge pochissimo.
Sì, purtroppo siamo così pregni di struttura, non di Eduardo De Filippo ma di Maria De Filippi, che la prima cosa che ci viene naturale è di presentare la nostra storia. Come nei talent, prima ti chiedono della tua vita, se hai avuto dei traumi o dei drammi personali e solo dopo assistono a quello che hai da esprimere artisticamente. Invece bisognerebbe fare l’opposto, prima sentire o vedere la tua qualità rispetto alla materia e poi conoscere la tua storia. È lo scarto che il nostro teatro deve compiere. Quando hai dei padri nobili così grandi, bisogna canalizzarli per il bene del presente e non per piccole creazioni individuali.

Personalmente ti sei confrontato con tre testi che sono tre grandi classici, però sei riuscito a personalizzarli. In che modo?
Quelli sono i testi che empaticamente mi hanno avvicinato al teatro. Parlano di case che opprimono, che ti fanno sentire impaurito dal futuro e da cosa ci può essere all’esterno. Le pareti che ti schiacciano, come tema, è molto in linea con il sentire del nostro tempo. E questo avviene, nonostante che con 30 euro potremmo essere in grado, rispetto al passato, di andare in giro in aereo ovunque per l’Europa. Invece spesso i giovani rimangono chiusi nella loro camera, forse nel loro angolo, davanti al computer e lo smartphone. La tecnica ci permette di vedere il mondo, ma le nostre ansie e le nostre paure passano attraverso un filtro di comodo che ci tiene fermi. A differenza di quando sono stati scritti questi testi classici, molte emozioni sono quindi autoinflitte.

Quindi il teatro ora dovrà tenere conto anche della pandemia?
Assolutamente, anche per quanto mi riguarda. Il pensiero legato ai confini, ai limiti, allo stare chiusi in casa, ormai è stato sdoganato. Con il lockdown abbiamo riflessioni quotidiane rispetto a questo, per cui non potrò più inserirlo nel mio teatro. In qualche modo dovrò cambiare, la realtà mi ha rubato il tema di fondo e la mia prossima tappa non potrà più parlare di un argomento esaurito.

Leonardo Lidi con Elio Germano nel film ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’ di Sydney Sibilia. Foto: Simone Florena/Netflix

Nella bella recensione che ha scritto Marcello Fois sul tuo ultimo allestimento, alla fine ti lanciava una sfida: «Ti aspetto a un Čechov». Ti senti pronto a raccoglierla?
Ci sto pensando, perché nel periodo scolastico è stato un autore che ho sentito molto vicino, soltanto che in qualche modo sento il bisogno di liberarmi dalla forma per affrontare quell’autore. Però sono pronto a intraprendere quel percorso e ci metterò mano a breve. Čechov ha compiuto un atto rivoluzionario nel suo teatro, portando in scena attori giovanissimi e che a livello drammaturgico parlavano come le persone tra il pubblico dell’epoca. Richiede dei pensieri ulteriori e c’è bisogno di un periodo di studio, ma fra poco più di un anno potrei iniziare.

Quali emozioni ti ha suscitato questo lungo periodo di teatri chiusi?
C’è qualcosa di più grande di noi, difficile da gestire per tutti. In questo momento io non cerco un nemico, a differenza di altri che si sentono tranquilli in questa ricerca quotidiana. Una volta se la prendono con il ministro, un’altra con il premier, oppure con i colleghi. In un clima di paura è facile trovare un colpevole. Credo si debba respirare a fondo per capire che la vera sfida è la gestione dell’attesa. A livello individuale, prima ancora che di società. Per chi fa il mio lavoro, la vera novità è entrare in una dimensione beckettiana, scoprire l’attesa di questo Godot che sta per arrivare. È difficile e ci porta alla frenesia, infatti in pochissimo tempo sono nate associazioni, vengono istituiti tavoli di confronto, organizzati incontri online. È tutto bellissimo, ma allo stesso tempo nel mio caso mi ripeto di avere calma.

Come te lo immagini il teatro post pandemia?
Vediamo cosa succede e come agire di conseguenza. Non sono un direttore artistico di un teatro, anche se spero di diventarlo un giorno, non sono un politico, io gestisco solo la mia parte artistica. Quindi, imparo dall’attesa e cerco di sfruttarla in favore dell’arte. Ce lo diciamo troppo poco, spaventati come siamo, in iperventilazione, per creare cose nell’immediato, in streaming e attraverso qualsiasi espediente. Nostro malgrado abbiamo un tempo da gestire, per studiare, per farci trovare pronti quando i teatri apriranno e tornare con lo spettacolo più figo che potremo proporre. Ci sarà anche bisogno di nuove parole. La ricerca non deve sfuggirci fra le mani. Sarà un periodo di ricostruzione e forse non ci capiterà più di avere così tanto tempo a disposizione: dobbiamo esserne all’altezza dal punto di vista teatrale. Insomma, non avremo più la scusa di aver fatto un pessimo lavoro a causa della mancanza di tempo per prepararci.

Oltre allo studio teatrale, nel frattempo hai preso parte a una produzione cinematografica importante come quella del film L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?
È un film importante per tanti punti di vista. La grande produzione, un regista che ha già dato prova di maturità, e poi per me l’aver lavorato spalla a spalla con Elio Germano, che è il protagonista, è stato un onore. Lui è una persona ancor prima di un attore. È una pellicola molto intelligente, che ha un bel modo di affrontare il nostro presente attraverso una commedia mai volgare, che parla di politica e della storia italiana recente usando la forza del cinema con leggerezza. In questo momento imparare a far ridere è molto importante. Mentre tutti siamo circondati da paure e incertezze, mettere al centro un sano divertimento è fondamentale. Forse non sarà la bellezza a salvare il mondo, ma l’ironia.

Dulcis in fundo, oggi hai ricevuto il premio della critica 2020 dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro a soli 32 anni. Allora c’è speranza per il teatro.
I premi sono un punto e virgola, ti impongono una attenzione rispetto al tuo lavoro per renderti conto di quello che hai fatto e capire come puoi avanzare. Ringrazio chi se ne è fregato della mia carta d’identità. Magari sarà utile a dimenticare questo concetto che troppe volte si interpone fra i giudizi. Chi se ne importa di rottamare i vecchi o di far avanzare i giovani, forse dobbiamo solamente capire chi ha le qualità per “guidare la macchina”, smettendola con questa guerra sterile fra generazioni che non ha più senso, che non mi appartiene. I maestri per me sono uno stimolo, perché voglio diventare bravo come loro, mentre ci sono tanti giovani che si rincoglioniscono incapaci di elaborare qualsiasi pensiero. Il premio della critica non è da tutti, anche se c’è una forte e nuova generazione che sta venendo fuori. Lo condivido con i miei collaboratori e, nonostante io finga di essere forte e non ami esternare il dolore, lo vorrei dedicare a chi si sente perso. Chi ha trovato nel teatro la bussola della propria vita, come me, e in questo momento ne è stato privato.