La Stryxia: «A Mengoni ho detto: complimenti, ma tifavo Paola e Chiara» | Rolling Stone Italia
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La Stryxia: «A Mengoni ho detto: complimenti, ma tifavo Paola e Chiara»

A tu per tu col personaggio cult delle notti milanesi. La libertà, la musica, il gender e il Plastic (spiegato bene). E le “stryxiate”: «Nei miei sermoni dico sempre: “Applaudite anche se tanto siete scemi e non capite niente”»

La Stryxia: «A Mengoni ho detto: complimenti, ma tifavo Paola e Chiara»

La Stryxia

Foto: Stefano Righi courtesy La Stryxia

Se siete cresciuti a Milano – cresciuti nel senso che avete mosso i primi passi del vostro divertimento ed emesso i primi vagiti della vostra emancipazione, sessualità e trasgressione a Milano – non potete non sapere cos’è il Plastic. E se sapete cos’è il Plastic, non potete non sapere chi è La Stryxia. E se non lo sapete, peccato. Perché lei è una figura mitologica della notte meneghina. Mitologica nel senso che appartiene solo alle tenebre, ma a quelle più belle fatte di luci, paillette, baci e libertà. La Stryxia appartiene a quell’immaginario di felicità che tutti dovremmo sperimentare.

Le ho chiesto questa intervista via mail. E con un leggero timore, a dire il vero, visto che il personaggio non è sempre semplice. «Meglio se mi whatsappi, e sono reperibile solo di pomeriggio», mi ha risposto. Ho scoperto poi – davanti a un aperitivo durato due ore – che la sua vita è affascinante perché invertita rispetto a quella delle persone più comuni, eppure così comune a sua volta: «Quando non ho feste private lavoro due serate a settimana, più o meno», mi ha raccontato. «Per il resto faccio lavatrici, da mangiare, pulisco, cucio quando ne ho voglia».

Parliamo di una massaia, di fatto, che la notte si trasforma. Un po’ come la zucca di Cenerentola. O come Superman. Di una persona normale che diventa straordinaria, da uomo diventa donna e poi, ancora, diva. Un filo di trucco, un filo di tacco, come la miglior letteratura suggerisce, et voilà. E se non vi interessa, peccato. Perché se non sapete di cosa stiamo parlando è opportuno che vi documentiate e, altresì, se ne avete contezza non potrà che farvi piacere partecipare alla lunga chiacchierata fatta con Graziano, celebre e celeberrimo deejay di uno dei più storici locali della movida, della Milano forse ancora da bere ma che comunque si diverte.

Che poi deejay pare davvero riduttivo.
In effetti… Io faccio qualcosa di più del deejay, io intrattengo. Ci vogliono moltissime energie, sai?

Non lo metto in dubbio. E a 44 anni ne hai ancora così tante?
Ci sono sere in cui sono stanco.

E come fai?
Faccio. Il mio è un lavoro e devo essere professionale.

E se sei di cattivo umore?
Male che vada quella sera mando tutti affanculo. Tanto fa parte del personaggio. In fondo è quello che la gente vuole dalla Stryxia.

Concordo. Com’è la tua frase di apertura?
“Ricordandovi che la morte vien per tutti e augurandomi che la vostra venga prima della mia, benvenuti al Varietà”. Ma la verità è che io sono buono come il pane. Il problema di essere un personaggio da tanti anni è che poi non riesci a uscirne neanche tu, però.

E allora ti faccio una domanda marzulliana: ti senti più Stryxia o più Graziano?
Né l’una né l’altro. Esistono contemporaneamente. Potresti fare questa domanda a chiunque faccia un lavoro di spettacolo perché ognuno di loro porta con se una dualità, una maschera.

Però la tua maschera è manifesta…
Questo rende le cose ancora più complesse, in effetti.

Il fatto è che se sei La Stryxia hai una notorietà e la gente ti riconosce e se sei Graziano no. Fa strano, sai?
Sì, lo comprendo. È una dinamica in effetti complicata. Ci guadagna tanto la mia analista a riguardo.

 

 
 
 
 
 
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Hai mai pensato di provare a fare spettacolo televisivo?
Sono una persona da comfort zone. Sto solo in posti dove sono abituato a lavorare. Lo spettacolo mi mette ansia.

Ma sei serio?
Sì. Pensa che a Natale ho acceso l’albero in Duomo con la Cinica e ho preso due settimane di Xanax prima. Le cose nuove mi destabilizzano.

E come fai a stare sempre a contatto con centinaia di persone?
Le persone mi stanno tutte tendenzialmente simpatiche, non mi mettono a disagio. La gente alla fine è la mia vita. Solo due ce ne sono che non sopporto.

Si può sapere perché?
Certo. Uno perché non me l’ha dato. E l’altro perché è borioso. E poi mi incazzo con quelli che non si divertono. E con quelli che vengono a chiedermi canzoni.

A me è successo più volte di farlo.
E cosa mi chiedevi?

Boh, non ricordo. Avevo una passione per Jo Chiarello.
Allora ok, mi correggo: non sopporto quelli che vengono a chiedermi canzoni poco pertinenti col mio repertorio. Cioè, se metto musica anni ’80 e mi vieni a chiedere Aspetterò di Nadia Biondini, ti perdono.

Come nasce La Stryxia?
Sono arrivato al Plastic alla fine degli anni ’90 come amico di Sergio Tavelli, che già lavorava lì. Io ventenne preso molto bene dal concetto di vestirmi da soubrette anni ’80 e lui con questa idea di mettere musica italiana.

E i vestiti dove li prendevi?
Taglio e cucio, faccio tutto io: è l’unico modo per vestire degnamente un uomo taglia 48, ma anche 50, in modo più o meno femminile.

Mentre lo dice si indica la pancia, addentando con gusto olive e noccioline che ci hanno portato per il nostro aperitivo. Lui una bionda, io uno spritz Aperol. Graziano è un bel ragazzo, bello quanto La Stryxia. Ma con la barba. I lineamenti allungati, portamento sinuoso, favella pronta, originale, colta, guizzante.

Sapevi anche truccarti?
No. All’inizio mi truccava la mia amica Masha, e poi ho imparato. Ma uno ne so fare di trucco e quello è. Ho trovato la parrucca, e un’identità. Non mi sento Madonna che ha voglia di cambiare sempre. Mi sento più Ornella Vanoni, riccia coi capelli rossi. O come la Carrà. Una volta che trovi la tua dimensione, perché cambiarla?

Ma tu cos’hai studiato, scusa?
Io sono un architetto. Ma ho esercitato poco perché presto l’hobby è diventato lavoro. Quello che mi aiutava all’inizio poi è diventata la mia fonte di reddito, e a un certo punto mi sono detto: chi me lo fa fare di stare otto ore in ufficio?

Non fa una piega.
Forse inconsciamente ho finito per investire più su questa carriera che non su quella.

Hai sempre avuto un’attitudine per il travestimento, quindi?
Sempre direi, sì. Io ero un ragazzino gay e come tanti ragazzini gay ho avuto quella fase in cui ho sperimentato vestendomi in modo bizzarro o comunque in modo neutro. Senza genere.

Eri uno di quelli che oggi diremmo fluidi?
In termini di abbigliamento, sì. Mettevo magari il tacco ma lasciavo la barba, per dire. Ma le definizioni sono complesse, oggi più che mai.

Perché dici? A me sembra che oggi, invece, definiamo tutto.
Ho idea che uno che si definisce “non definito” si sta definendo. La Drusilla mi è molto piaciuta a Sanremo. Ha parlato di unicità. Unicità è un bel concetto, è un termine che funziona perché definirsi unico non è una definizione. Personalmente considero che anche il genere sia un’invenzione sociale.

Da che punto di vista?
Mi spiego. Omosessualità e eterosessualità sono aspetti della sfera sessuale sentimentale. Il genere non porta con sé nulla che non sia stereotipo storico sociale. Il fatto che l’uomo abbia il pene e la donna la vagina non ha nulla a che fare col genere, se ci pensi.

Parliamo di genere inteso come serie di comportamenti e non come fatto biologico, quindi?
Sì. Sulla carta d’identità, infatti, c’è scritto “sesso”. Non “genere”. Con un certo sesso ci nasciamo, ma il genere è un’identità per cui si presuppone che una donna abbia certe caratteristiche e un uomo ne abbia altre, e in base a questi presupposti certe cose vengono forzate, insegnate.

Stereotipi?
Esattamente. Per me “uomo” e “donna” andrebbero eliminati dai documenti, serve solo a tutelare il maschio dominante proprietario del mondo. L’eliminazione del genere tutelerebbe in primis le donne, e poi anche i gay.

Donne e gay hanno molto da dirsi, non trovi?
Ovvio, sono entrambe categorie discriminate.

Cosa possiamo aspettarci da questa politica?
Nulla. Ma cosa vuoi fare… qualche scemo li avrà votati.

Più di qualche.
Ed è preoccupante, infatti. Perché i sali e scendi storici parlano chiaro: quando sembra che ci sia una grande apertura e libertà, come fu per la Berlino degli anni ’20 che pare fosse la Las Vegas del secolo scorso, poi ci si ritrova deportati da un giorno all’altro. Non mi stupirebbe se tutti i nostri diritti venissero negati improvvisamente.

Tu da dove vieni?
Dalla Valtellina.

E come prendevano lì la tua, chiamiamola così, originalità?
In realtà molto bene. Nessuno mi ha creato grandi problemi, forse perché sono sempre stato deciso, ero una serpe. Avevano paura più loro di me che io di loro.

Ma se prima hai detto che sei buono come il pane?
È la verità, sono buonissimo.

 

 
 
 
 
 
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Senti, come spiegheresti a uno straniero cos’è il Plastic?
È un club notturno, un night club.

Solo?
Guarda che club è una bella definizione, è un luogo con delle sue caratteristiche, con una clientela bene o male partecipe del posto stesso, molti ci si identificano.

Lo definiresti un locale gay?
Assolutamente no, anzi. È per antonomasia il locale senza definizioni, ed è questo che attira un po’ tutti.

Un posto unico?
Senza dubbio. E poi è il luogo dove io posso permettermi di fare i miei sermoni al microfono: “Fate finta di capire”, dico, “applaudite anche se tanto siete scemi e non capite niente”.

Una delle stryxiate per cui la gente va in visibilio.
Esattamente.

Me ne dici un’altra?
“Signore tante, signori pochi”, mi rivolgo così di solito. Nel senso che in effetti di sciùr ghe ne no, e poi perché è il mio modo di dire al mio pubblico che comunque sono tutte donnacce.

Le stryxiate non cambiano, ma il locale invece com’è cambiato, se è cambiato, rispetto a 15 anni fa?
Ti posso dire cosa non è cambiato: lo spirito. Resta un po’ un rifugio. Un posto di libertà, di felicità, dove non devi pensare a come vestirti. Un posto in cui anche i borghesi si sborghesizzano.

E un posto dove ascolti musica che non trovi da nessun’altra parte, aggiungerei. Da dove arriva la tua ammirevole conoscenza di una certa musica italiana revival di super nicchia?
Grazie a Sergio, che mi ha iniziato. E poi guardando, la notte, le vecchie videocassette o le trasmissioni del passato, comprando dischi ad cazzum magari solo perché ci piaceva la copertina. Ai tempi dovevi possedere la musica, dovevi girare per trovare il tal disco, il tal cd. Ora si trova tutto grazie a Internet, a YouTube. Ai miei tempi ci sbattevamo un sacco.

Anni fa avevi anche prodotto una tua canzone, o sbaglio?
Non sbagli. Luxury. È un esperimento ancora in corso. Concepita da me nel 2001 come ritornello, poi è stata musicata da Sergio successivamente. Ci stiamo mettendo mano da mille anni. Presto o tardi la rifaremo. C’è nei progetti di ripulirla, risistemarla e ridarla al mondo.

Senti, definirti drag queen è corretto?
No. Io sono un personaggio en travesti. Un po’ come la Drusilla, che è il personaggio a cui mi sento più vicino. Di Drusilla nessuno si è mai sognato di dire che è una drag queen.

E qual è la definizione giusta?
Un alter ego en travesti dell’attore che c’è sotto. E io anche sono un personaggio di fantasia en travesti. Le drag hanno delle specificità artistiche, basta pensare a Drag Race. Se vedessi La Stryxia su quel palco, cosa potrebbe fare? Nulla, perché non è esagerata, sta solo dentro un personaggio che fa un suo racconto, che fa il deejay e sceglie certa musica. Comunque vengo sempre descritto nei modi più disparati. Ma deejay en travesti è quello che sento corretto.

Hai guardato Sanremo, immagino.
Certo, è fondamentale.

Chi hai tifato?
Ma Paola e Chiara, evidentemente. Totale. Ho fatto un tifo sfrenato. Ho incontrato Mengoni l’altra sera e gli ho detto: complimenti, anche se avrei preferito che vincessero Paola e Chiara.

L’ha presa bene?
Ma certo, si è messo a ridere. Poi grazie a dio che c’è lui, che forse oggi è il nostro migliore cantante pop. Povero pop messo alle strette da tutto questo rap, trap, cip, ciap.

Non ti piace Lazza, oserei?
Non sapevo neanche chi fosse. A essere sincero, pensavo fosse una marca di caffè.

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