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La preside che ha trasformato la scuola peggiore d’Italia in un simbolo di bellezza

A Caivano, una delle peggiori piazze di spaccio del Paese, Eugenia Carfora – ospite alla Fondazione Feltrinelli per il lancio di "Stagione Alternativa" – ha dimostrato che la bellezza è la vera alternativa all'illegalità

Eugenia Carfora, preside dell'Istituto Morano di Caivano.

Foto: Fondazione Feltrinelli

Eugenia Carfora è la preside dell’Istituto Morano, scuola “di frontiera” costruita in una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa: il Parco Verde di Caivano, un complesso costruito negli anni ’80 a pochi chilometri da Napoli. Qui, tra i casermoni “con i buchi nei muri e le armi sugli alberi”, il tasso di dispersione scolastica è tra i più alti d’Italia e la maggior parte dei giovani proviene da famiglie disastrate dalla droga e dalla camorra.

Poi, nel 2007, è arrivata Eugenia Carfora. Della scuola che aveva scelto di dirigere – tra gli applausi “liberatori” dei colleghi – non era rimasto granché: aule vuote e sporche, zone “occupate” da famiglie abusive, una pistola sotterrata nel giardino, addirittura una tintoria. Ma la nuova preside non si è arresa, e ha iniziato a lavorare. Prima ha reso la scuola agibile, poi, armata di megafono, ha iniziato ad andare casa per casa per trovare i suoi studenti.

Oggi “la scuola peggiore d’Italia” è diventata un simbolo di legalità e un modello da seguire. Per questo, la preside Carfora è stata invitata a partecipare al lancio della nuova stagione di iniziative, incontri, dibattiti, rassegne e concerti della Fondazione Feltrinelli, chiamata “Alternativa” e dedicata a cinque temi: memoria e storia, sostenibilità ed ecologia, lavoro e intelligenza artificiale, territori fragili e povertà educative, ecologia (trovate il programma completo a questo link). Qui, nella sede della fondazione in via Pasubio, a Milano, abbiamo incontrato la preside.

Da sinistra a destra: Massimiliano Tarantino, direttore di Fondazione Feltrinelli, Eugenia Carfora e Maurizio Ferrera dell’Università Statale di Milano

Che cosa ricorda del primo giorno a scuola?

Il silenzio. Non c’era nessuno in strada, solo una donnina che con una scopa spazzava le foglie. I cancelli della scuola avevano le catene. Poi birre, materassi… Mi avevano detto che quella sede era oggetto di interventi, e che il preside precedente si era trasferito in una succursale.

Era sola?
No, con mio marito. Lui era già preoccupato da prima, perché quando ho scelto quella sede e quel luogo gli altri presidi mi applaudirono. Si sentivano liberati, si erano tolti un peso. Io sapevo che in quella realtà c’erano delle difficoltà, ma non immaginavo fossero così gravi.

Perché ha scelto di andare lì?

Io ho sempre lavorato nel volontariato e con i migranti. Ho vissuto esperienze molto forti. Quando sono arrivata lì non ho mai pensato di non farcela. Anzi, mi sono detta: “qui si può lavorare”.

Quant’è stato difficile far capire ai ragazzi che fuori dal parco c’era un mondo diverso? E che magari l’unica strada per raggiungerlo partiva proprio dalla scuola?

Sa, chi va in quei luoghi deve avere pazienza. Noi sappiamo che fuori ci sono altri colori, loro no. Per loro il mondo è quello. Per cui devi avere pazienza, essere pronto a diventare impopolare, a essere deluso. Ma a volte qualche germoglio fiorisce, ed è una gioia immensa.

Le delusioni maggiori saranno arrivate dagli adulti… 

La cosa più bella di quel posto sono i ragazzi. Sono belli. L’età adulta è un nemico silenzioso, sta in disparte e potrebbe rapire un ragazzo in qualsiasi momento.

Come vive questa enorme esposizione mediatica? È un’occasione da sfruttare o un problema?

In realtà è successo tutto per caso. La stampa è arrivata in giorni di grande disperazione, perché in quel periodo, nel 2007, indicarono la scuola che avevo preso da pochi mesi come la peggiore d’Italia. Io avevo già cominciato, insomma, a essere un po’ fuori luogo. Quell’etichetta, “la scuola peggiore”, non mi stava bene. C’era da lavorare, bisognava darci dentro e cambiare le cose. In pochi ci hanno creduto. Io ci ho creduto dal primo momento.

Guardando le sue interviste in rete, è evidente che ha sviluppato un legame particolare con i suoi allievi. C’è qualcosa che pensa di poter insegnare a chi ha la responsabilità di una comunità (sia piccola che grande), ma non riesce a comunicare con chi gli parla, con chi ha bisogno di aiuto?
Non bisogna farsi prendere dal pregiudizio. Bisogna essere se stessi. Di fronte a un ragazzo non puoi avere sovrastrutture o pensieri. Chi è cresciuto a Caivano non cammina dritto, non vede il sole o un bel negozio. Vede tentazioni. Con i ragazzi non bisogna mai recitare, per carità. Se ne accorgono se sei lì perché insegnare è solo un lavoro. Tu ci devi andare perché credi in quel che fai. È diverso.

Come si fa a portare la scuola ovunque, fuori dalle aule, e addirittura fuori dalla città?

I primi anni sono stati duri, volevo convincere gli altri che i ragazzi, con tanta cura e con tanto amore, potevano dare il meglio. Poi è venuta fuori un’altra necessità, cioè convincere gli altri che in un mondo difficile può esserci l’oro. E l’unico modo per farlo era portare i ragazzi della mia realtà in giro per l’Italia, così che tutti potessero smettere di immaginare quel luogo come fonte di disagio. I ragazzi devono viaggiare, io devo stare a scuola e lottare. Chi vive lì ha avuto tante delusioni, tante promesse disattese, e non possiamo più perdere tempo. Perché ogni ritardo è un ragazzo perso. Lì bisogna fare presto.

Come si fa a rendere la legalità “attraente” per ragazzi cresciuti nella violenza e nella sopraffazione?

È difficile. È complicato. Loro, come tutti i ragazzi, vogliono tutto e presto. La legalità non si gusta subito, serve tempo. Tu devi essere vigile e avere pazienza, verrà il giorno in cui ti diranno “avevi ragione tu”. Io spero che questo tempo sia molto breve, perché molti ragazzi sono già persi.

Nella terra dei fuochi è più deturpato il paesaggio o la capacità delle istituzioni di formare i ragazzi?
Guardi… nella natura c’è la bellezza. A furia di far vedere questa bellezza rovinata dimentichiamo che ce n’è altrettanta nei ragazzi. È da lì che bisogna iniziare. Per questi ragazzi la bellezza non esiste. Il nostro compito è aiutarli a pensare, così che possa venire fuori. Ma questi sono concetti astratti, poi bisogna esserci sul territorio. Senza avere paura. Senza avere paura di restare soli. Anche una casa sgarrupata può essere bellissima. Quand’è che risparmi di più? Quando non ci sono soldi. Il disagio è anche catarsi. Il disagio ti deve ispirare.

Non ha mai pensato di mollare? 

Queste non sono cose che decidi razionalmente. Tu quando vedi un bambino, che fai? È inutile lamentarsi. L’unica cosa che ci rimane da fare è il fare, tutto il resto viene da sé.

I ragazzi della sua scuola sentono il tema del clima o è percepita come una battaglia lontanissima?
Se fai una passeggiata da queste parti hai l’impressione che la natura non faccia parte di questa realtà. C’è immondizia dappertutto, la signora che lancia la busta, le bottiglie di plastica poggiate fuori dalla scuola… di tutto. Nel tuo piccolo devi fare la tua parte. Io sono innamorata delle regole, cerco di farle condividere e di farle rispettare. Abbiamo cominciato con la borraccia. Sai, a volte un piccolo gesto cambia la vita. Noi quest’anno abbiamo iniziato così.

A un certo punto, durante il suo percorso, su Facebook è apparsa una pagina contro di lei: “Ti odiamo a morte preside”. Che cosa ha pensato quando l’ha scoperto?
Ricordo con molta amarezza quel periodo, ci furono tanti blitz e molti genitori vennero arrestati, i ragazzi erano soli e vennero affidati ad altre famiglie. Io scrissi ai servizi sociali per una situazione molto grave. Lì la gente non è molto morbida, e quando hanno scoperto quello che avevo fatto hanno reagito così. Io in quel momento pensai: vivrò per voi.

Che cos’è la bellezza?
È la vita. Tutto ciò che si muove è bello. I ragazzi si muovono e sono belli. La natura è bella. Non c’è niente di brutto.

È evidente che tutto quello che ha fatto si regge su un equilibrio molto fragile. Non ha mai pensato a quello che potrebbe succedere dopo di lei?
Ho passato i primi anni qui a cercare di convincere gli altri che si poteva cambiare. Non ci sono riuscita. Ho vissuto dei momenti molto duri, facendo soffrire anche i miei cari. Poi, con il tempo, lo sguardo di un ragazzo mi ha dato la forza. Sono molto preoccupata. A Caivano non si può fare il mio lavoro due ore al giorno, non puoi partire per i corsi di formazione, perché ogni minuto fuori da lì è l’occasione per perdere un ragazzo.

Ha pensato a una soluzione?
I ragazzi potrebbero fare la differenza. Io ho un’idea, vorrei aprire una fondazione, ma in questo momento non posso dire di più. Io desidero che quella scuola venga presa a modello. Ma non perché c’è la preside Carfora, perché quella è la scuola di tutti, è un luogo dove tutti possono mettere qualcosa. E se ognuno di noi dà qualcosa allora sarà naturale opporsi a chi vorrà distruggerla. Dobbiamo preservare il metodo. Dire agli altri che c’è un modo per agganciare quei luoghi al mondo del lavoro e dell’università. Ma serve che contribuiscano tutti, qui come a Milano o a Roma. Questa storia dev’essere di tutti. Non lasciamola al territorio, perché il territorio non è pronto a dire: “Io ho un potenziale”. Io ci ho messo la vita, ora è il momento che i ragazzi si prendano la scuola e ne facciano motivo d’orgoglio. Non mio, ma di tutti.

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