Home Cultura Interviste Cultura

Kouichi Okamoto, l’uomo che registrava la pioggia

Per presentare la sua nuova capsule collection “Nomad”, Canada Goose ha portato alla design week di Milano un’installazione dedicata alla pioggia e alle 50 parole che i giapponesi usano per descriverla

Kouichi Okamoto

Nomad Jacket - Rain Shell

«Durante le riprese a Wakayama mi sono svegliato con il suono dell’acqua come se fosse la prima volta», dice Kouichi Okamoto, designer di riferimento dello studio Kyouei Design e autore, insieme all’esperta di calligrafia Poi Yamaguchi, dell’installazione che accompagna il lancio della Nomad capsule collection di Canada Goose, una nuova linea di giacche outdoor pensate per sopportare le condizioni atmosferiche più estreme. L’installazione, e in un certo senso anche la collezione, è ispirata alla pioggia e alle 50 parole che i giapponesi usano per descriverla: c’è un grande soffitto, ricoperto di speaker direzionali che trasmettono i diversi suoni della pioggia, e un muro pieno di ideogrammi da “tradurre” grazie allo smartphone. Abbiamo incontrato Okamoto e gli abbiamo chiesto di raccontarci la genesi del progetto, e di come si fa a passare con così tanta agilità dalla techno al field recording, e persino al product design minimalista.

Quando hai capito che saresti diventato un sound designer?
Ho 47 anni adesso, è passato tanto tempo! All’epoca, ero poco più che un ragazzino, mi piaceva suonare la techno e passavo tutto il giorno nella mia stanza a produrre. Poi, a 25 anni, ho deciso di mandare le mie cassette a un’etichetta olandese. Sapevo che la concorrenza sarebbe stata spietata, e volevo essere notato: ho registrato dei suoni fatti con la frutta, e sull’etichetta della cassetta ho scritto “sweet inside”. Così ho ottenuto la mia prima offerta.

Una strategia di marketing innovativa…

Sì! C’era anche il suono di un chewing gum. Sono queste, in un certo senso, le radici del mio interesse verso il sound design. Più avanti mi sono trasferito in Olanda, e lì ho avuto l’opportunità di incontrare molti designer, ed è così che tornato in Giappone ho provato a lavorare nel product design, che ha dato vita alla parte più artistica della mia carriera.

Sei un esperto di field recordings. Come fai a scegliere i suoni giusti?
L’ispirazione arriva da qualsiasi cosa, ma devo ammettere di essere particolarmente attratto dai suoni della natura. Ultimamente sto cercando di farli convivere con il suono del metallo, più specificamente di due metalli che si scontrano. Vorrei far incontrare questi due mondi.

Perché i musicisti e gli artisti giapponesi sono così attratti dal minimalismo?
Io ho una teoria, ma non posso dimostrarla (ride). Non ho le prove. I giapponesi sono intrinsecamente meticolosi, e vivono in un’isola molto piccola e popolosa. In un contesto del genere si diventa più consapevoli, sia di noi stessi che degli altri, e si fa più attenzione a tutti i dettagli. Credo che sia per questo che la semplicità è alla radice della cultura giapponese.

Per la capsule collection di Canada Goose hai realizzato un’installazione per “catturare l’essenza della pioggia”. Ma come si fa a restituire un suono così particolare?
Il mio obiettivo principale era restituire la casualità anche sonora della pioggia. Per questo ho scelto gli speaker direzionali e ho assegnato a ogni cassa un suono specifico. A seconda della tua posizione dentro l’installazione, sentirai un suono diverso e leggerai sul muro una delle 50 parole giapponesi per descrivere la pioggia. In futuro vorrei sperimentare qualcosa di ancora più drammatico, magari aggiungendo speaker anche sulle pareti, così da rendere tutto ancora più intenso.

Com’è nata la collaborazione con il marchio e qual è la parte del progetto ti ha colpito di più?
È la prima volta che collaboro con un marchio di abbigliamento e, soprattutto, con un brand di capi outdoor con forti legami con la natura. La cosa più interessante, però, era la possibilità di dare libero sfogo alla mia passione per i suoni della natura. Ho parlato con Canada Goose e ho proposto di sviluppare ulteriormente il concetto, creando un’opera che utilizzasse l’acqua.

Perché proprio la pioggia?

Sono sempre stato affascinato dalla pioggia, perché ha tanti volti diversi, tante possibilità di interpretazione. Per esempio: quando inizia a piovere è possibile distinguere e ammirare ogni singola goccia; se c’è un temporale, invece, si crea un suono avvolgente e rumoroso. La pioggia ti dà una grande varietà di esperienze e suoni diversi, ed è incontrollabile. E poi mi interessava studiare il grande ciclo della natura, l’ho sempre considerato un fenomeno affascinante, grandioso, pieno di significato. 


Il giapponese ha ben 50 parole diverse per descrivere la pioggia. Come spieghi questa particolarità?
Il Giappone ha quattro stagioni chiaramente delineate. A causa del paesaggio montuoso dell’area insulare, i giapponesi hanno vissuto e avuto modo di esplorare una serie di paesaggi naturali diversi. Nonostante l’urbanizzazione, la campagna è prospera e ci sono molti luoghi e ambienti diversi da visitare: dalle montagne di Wakayama alle spiagge di sabbia bianca di Okinawa. Le stagioni cambiano e così la pioggia, che muta seguendo il trascorrere del tempo e le variazioni della topografia, come se avesse una sua personalità a cui i giapponesi fanno riferimento.

Cosa vorresti che provassero i visitatori dell’installazione? 

Vorrei che potessero sperimentare gli “zampilli” di parole e i rumori della pioggia. Vorrei che ragionassero sul tema della casualità e sulla natura accidentale della pioggia. Mi piacerebbe anche convincerli a guardare questo fenomeno atmosferico con una prospettiva diversa: il temporale è una celebrazione della natura, una gioia.

Leggi anche