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Herbert Ballerina getta la maschera

E proprio ‘Getto la maschera’ si intitola il libro che ha appena pubblicato, intriso della sua comicità surreale. Una lunga chiacchierata dagli esordi ‘improvvisati’ al rapporto con Maccio Capatonda. Fino a una dichiarazione choc: il Molise esiste!

Herbert Ballerina

Foto: Mauro Fagiani/NurPhoto via Getty Images

Herbert Ballerina è una meravigliosa anomalia nel pantheon mediatico italiano. Con quella parlata incerta e claudicante, quell’aspetto da Adam Driver proletario che mangia in canotta e ciabatte 200 grammi di pasta burro e parmigiano, più di dieci anni fa è entrato da imbucato nel dorato mondo della tv grazie ai celebri fake trailer realizzati da Maccio Capatonda che impreziosivano programmi cult come Mai dire lunedì e Mai dire martedì della Gialappa’s e non se ne è più andato. Nel panorama zoologico dei personaggi neorealisti che ritroviamo nelle produzioni del comico/regista/sceneggiatore Capatonda, Luigi Luciano (questo il suo vero nome) spicca per espressività e per potenza interpretativa. Diventa noto al grande pubblico come “l’uomo che usciva la gente” e, anche se con questa pandemia globale non è più potuto uscire nessuno, Ballerina ha dato prova di essere negli anni un talento multiforme. Attore, comico, produttore, conduttore radiofonico: Herbert non è nessuna di queste cose, eppure in qualche modo le rappresenta tutte benissimo. All’elenco da un giorno si aggiunge anche la voce “scrittore”. È infatti appena uscito per Mondadori Getto la maschera, una specie di autobiografia scritta sotto l’effetto di allucinogeni che sembra passata sotto le maglie di un filtro frassichiano: i capitoli della sua quarantennale esistenza alternano momenti surreali a vorticosi e puerili giochi di parole passando per gag irresistibili (l’incipit sulla recensione di Rocky IV nel capitolo Il mio papà Frankenstein mi ha fatto ridere come un idiota in metropolitana mentre intorno a me le persone mi guardavano giustamente male). Approfittando di questo esordio letterario, abbiamo fatto quattro chiacchiere sui suoi esordi, le sue passioni, il suo approccio alla vita e la sua bizzarra e incredibile parabola artistica. Leggere per credere.

Ciao Herbert. Cominciamo dalla fine. Tv, cinema, radio e ora un libro. Come sei arrivato fin qui?
Totalmente per caso. Anche perché io sono uno talmente pigro che non avrei mai combattuto per arrivare. Il mio problema è quello, che io non ho fame di successo. Purtroppo, perché forse avrei potuto fare molte più cose.

Forse però no. Forse ne avresti fatte meno, con i casting director che ti scartano commentando “questo no, che ci manda tremila mail e ci scassa sempre le palle”.
(Ride) Sì, in effetti io sono proprio tranquillo e la gente importante magari dice “prendiamo quello che non rompe”. Io nel mondo di Maccio ci sono entrato per caso perché conoscevo sin da ragazzino Enrico (Venti, aka Ivo Avido il produttore e fondatore insieme a Maccio della società di produzione Shortcut, nda), e quando sono arrivato a Milano l’ho chiamato: “Enrì, guarda che io sto a Milano, se qualche volta ci vogliamo vedere…”. E lui mi ha chiesto: “Ma tu che hai fatto?”. Io gli ho risposto che avevo appena finito il DAMS indirizzo cinema, e allora lui: “Noi domani giriamo, ma tu la camera la sai usare?”. E io quella notte, te lo giuro, ho aperto per la prima volta il manuale “come si accende una telecamera”. Così mi sono ritrovato sul set del primo video di Mariottide e io ero l’operatore. Per fortuna la camera che mi hanno dato aveva l’autofocus, altrimenti non avrei potuto fare nulla. Invece così ho schiacciato REC e ho fatto il video. Il giorno dopo mi chiama Enrico: “Guarda che Marcello è molto incazzato perché le inquadrature sono tutte storte”. Io ho confessato: “Enrì, ti devo dire la verità, non ho mai fatto questo lavoro in vita mia”. E da lì allora mi hanno spostato in produzione, poi a fare l’autore e poi, visto che non avevamo “attori”, una volta uno una volta l’altro abbiamo fatto tutti gli attori, anche io.

Però sono stati bravi: invece di cacciarti via a calci ti hanno fatto fare altre cose in ruoli diversi. Evidentemente Marcello aveva visto qualcosa in te.
Marcello, che era molto cattivo, mi voleva cacciare subito, mentre Enrico, che mi conosceva da quando ero piccolo, ha capito che magari… no, in effetti mi ha tenuto perché a Milano era solo e voleva un amico. Quindi ha convinto Marcello a mettermi in produzione: ovviamente ero scarsissimo in produzione, ho le mani di ricotta, non so fare niente. Lì però io e Marcello ci siamo conosciuti, lui ha visto che sparavo una dose di cazzate abbastanza elevata e abbiamo iniziato a scrivere insieme.

E al cinema come ci sei arrivato?
Anche lì, col primo film che feci, Che bella giornata del 2011, venni contattato da Checco Zalone… su Facebook! Un giorno mi arriva ‘sto messaggio di un tale che scrive: “Ciao, sono Luca Medici”. E io (fa la sua irresistibile faccia tra l’inebetito e l’assonnato, nda): “Boh, sì, ciao…”. Lui prosegue: “Volevo chiederti se volevi fare un film con me, ho visto i tuoi video a Mai dire gol, mi farebbe piacere che fossi nel mio nuovo film”. Io non avevo manco l’agente, figurati! Quindi ho fatto il suo secondo film, quello che batté tutti i record (superò l’incasso italiano di Titanic, nda), totalmente a caso. Quindi ho pensato: “Ma allora so’ forte!”. Invece il merito era tutto di Zalone.

Ma tu sei il Forrest Gump della comicità italiana!
Sì, be’… ti ringrazio.

Intendevo Forrest Gump, meno la limitatezza cognitiva. Comunque, tornando a te e Maccio, mi sembra abbiate un retroterra comune: il gusto per la parodia, la parola sbagliata, il surreale, il cinema…
A me è sempre piaciuto far ridere, fin da bambino, poi sono fissato per il cinema, infatti ho fatto il DAMS a Bologna. Quando ho incontrato Maccio, lui mi ha fatto capire quello che potevo essere, perché io non lo sapevo.

Con Maccio le cose sono cresciute fino a farvi arrivare al traguardo del primo film, Italiano medio, una versione estesa del celeberrimo trailer omonimo consacrato capolavoro dal web.
Sì, io ero l’ultimo a essere entrato nel gruppo di Maccio ma il primo ad aver fatto un film, quello di Zalone… checculo! E poi dopo feci il mio da protagonista, Quel bravo ragazzo.

Ho sempre pensato che Luigi Luciano fosse un nome perfetto per un mafioso old school, di quelli col mitra a ruota e il doppio petto.
Invece io il doppio mento c’ho. Se ci pensi quel film, tranne me, c’ha un cast incredibile: Tony Sperandeo, Enrico Lo Verso, Ninni Bruschetta e tantissimi altri… C’è pure Jordi Mollà, che aveva fatto Blow con Johnny Depp. Insomma, lì ci siamo voluti divertire. Dopo il film di Maccio, abbiamo detto a un po’ di case di produzione: “Guardate che ci sarebbe anche Herbert che vorrebbe fare un film da protagonista”. E me l’hanno fatto fare!

Fantastico… Ricordo che anche la clip promozionale del film faceva molto ridere. Quando hai iniziato invece a fare radio?
La radio è arrivata prima di Italiano medio, quando la squadra dello Zoo di 105, quella classica, si era smembrata perché alcuni erano andati a Radio DeeJay. E quindi hanno chiamato noi. E, anche lì, io non avevo mai fatto manco un minuto di radio in vita mia e mi ritrovo di colpo nel programma più forte d’Italia, seguito da un milione e mezzo di persone. Non ci siamo resi conto di quello che succedeva, solo dopo abbiamo realizzato quanti fan avesse lo Zoo, anche perché il lavoro era tanto, bisogna scrivere, ci sono le scenette da preparare… Mazzoli ci disse “Venite”, e noi andammo. E anche lì una serie di successi…

I tuoi genitori che dicono?
Sono contentissimi che mi sono tolto dai piedi! È mia sorella che si incazza sempre perché lei è chirurga toracica a Londra e di lei che è un mezzo scienziato non si parla mai, solo di me che faccio il cretino in radio.

Ma tu non le hai detto “Non è colpa mia! Io non ho fatto niente! Le cose mi sono piovute addosso!”.
Esatto, io non faccio niente! L’unica cosa che ho fatto di proposito è stata questa linea di maglie con la mia ragazza. Entrambi siamo patiti di moda. Guarda questa di Shining! (mostra la shirt che indossa, che riprende il suo trailer parodia, nda). Insomma, io faccio un po’ tutto. Male, ma chi se ne frega.

Forse la chiave del successo è proprio questa: non pensarci. Il che mi porta a chiederti: se le cose non fossero andate così, cosa avresti fatto?
Con questa domanda mi metti in crisi, perché non ne ho la più pallida idea. Finito il DAMS a Bologna, ormai conoscevo una tale quantità di pazzi sclerali che ho detto: “Io da qua me ne devo andare, se no non ne esco vivo. Andiamo a Milano e vediamo che succede”. Non avevo proprio idea di nulla. Lo spirito è ancora questo. A me, quando qualcuno mi critica dicendo “Eh vabbè, ma tu accetteresti qualunque tipo di film!”, io rispondo: “Ma perché dovrei dire di no?”. Parliamo di un film!

C’è un lavoro che ti hanno proposto ma che hai rifiutato?
No. Se ho detto di no a qualche film, è perché ero impegnato su qualcos’altro. Ecco, magari ho detto di no a un marchio di mutande che non si ricordava più nessuno… Cioè, io l’avrei anche fatto, ma ho pensato che forse la gente non avrebbe capito l’ironia.

Sei nato e cresciuto a Campobasso. Quanto ha influito sulla tua comicità e il tuo stile l’essere molisano?
Noi molisani siamo pochi. Io, Fred Bongusto, Aldo Biscardi e Di Pietro. Secondo me il Molise ha inciso tantissimo in quello che ho fatto. Nascere lì ti mette nella posizione di vedere la realtà delle cose da un altro punto di vista. La comicità surreale credo venga da questo. Se sei nato a Milano in piazza San Babila, le cose le vedi in un modo, se sei nato a Campobasso la vedi in un altro. Al Molise ci tengo tantissimo infatti. Se sono arrivato fin qua, è perché sono di Campobasso. Lì ho visto tante di quelle cose che, in un contesto come quello di Milano, le rigetti e fanno ridere.

Penso alla cifra “paesana” dei video di Maccio, al suo uso di “attori non attori anziani”, ai suoi “matti del paese”. Perché secondo te la gente dice che il Molise non esiste?
Be’, noi abbiamo il mare, ma in macchina in dieci minuti lo fai tutto. Poi, se sei di Campobasso, il treno nemmeno ci arriva da te. Arriva a Termoli, poi da lì devi prendere la Freccia del Molise, che impiega 3 ore e 10 per arrivare nella mia città. Quindi proprio non ci passi da lì. E se esci da Campobasso, c’è poco. Dove vai? Napoli sta a due ore di macchina, c’è Pescara. Insomma, siamo sempre stati un po’ tagliati fuori. Però tanti ci vivono pure bene, eh. Stai tranquillo, non succede niente. Lo scrivo anche nel libro: “Lì la macchina la puoi anche lasciare aperta”.

Ecco, parliamo del libro. Leggendolo, ti confesso che sembra che ogni passaggio sia recitato dalla tua voce inconfondibile. In questo credo sia pionieristico: il primo libro cartaceo che è anche un audiolibro.
(Ride) Sì, infatti l’ho scritto proprio come parlo. Non mi ha aiutato nessun editor, niente! L’idea del libro ce l’avevo da un sacco di tempo, ma il tempo non ce l’avevo. Quindi ho sfruttato il lockdown per farlo. È una raccolta di storie un po’ surreali che raccontavo sempre e che sono molto mie. Gli amici mi dicevano “Ma perché non le scrivi?”, e io: “Ma no, non so scrivere”. Ma col lockdown avevo un po’ di tempo libero, e quindi…

Nella tua comicità, come in quella di Maccio, rivedo lo stile di un grande maestro col quale sei amico: Nino Frassica.
Certamente, sono d’accordo. Quando lavorammo per la prima volta con lui, per me fu un sogno perché io, anche se piccolo, ero cresciuto con Indietro tutta: litigavo con i miei perché volevano che andassi a letto e io volevo stare sveglio a vedere il programma. Da allora Frassica l’ho sempre seguito.

Qual è la tua idea di comicità?
È una domanda difficile. La comicità credo che sia innata. Ci sono persone che dicono qualcosa e hanno una faccia che genera una risata. Poi ovviamente c’è chi scrive cose divertenti. Io sinceramente sono sempre stato attratto solo dalla prospettiva di far ridere le persone, conosco solo questo tipo di interazione con la persona, che sia mia zia o Barack Obama. Io devo dire la cazzata e gli altri devono ridere. Ho iniziato col teatro di Eduardo De Filippo. Mio padre aveva comprato un videoregistratore e questa collana di videocassette del teatro di De Filippo, e io la domenica mi mettevo lì in salotto e rifacevo dei pezzi. Poi Totò, Troisi, Verdone, Benigni, Guzzanti… questi mi hanno tutti preso molto. Ma diciamo che parto dalla scuola napoletana.

Maccio ha recentemente dichiarato che parteciperebbe volentieri a LOL, il programma di Amazon Prime Video che è un po’ il caso dell’anno. Tu che ne pensi?
Ti dico, io ho iniziato a vederlo e ho riso di gusto. E io sono uno che ride poco quando vede un comico in televisione. Ma è abbastanza chiaro questo: quando una cosa è giusta, quando il format è azzeccato, funziona. Sono molto contento del suo successo, perché rappresenta una boccata d’aria fresca nella comicità in tv. Vuol dire che fare qualcosa di nuovo paga, a volte. I comici, buttati lì da soli, senza pubblico e senza copione, se sono arrivati dove sono arrivati ti faranno per forza ridere.

C’è qualcosa che non hai ancora fatto in cui ti piacerebbe cimentarti? Il regista, forse?
Il regista non l’ho fai fatto e credo non lo potrei fare mai, è un lavoro troppo serio, non ci si può improvvisare. Poi ci vuole polso sul set, se fossi io il regista dopo dieci minuti comincerebbero tutti a cazzeggiare alla grande. Poi io sono pigrissimo, e il regista ha una serie di sbattimenti pazzeschi. Una cosa che che non non ho mai fatto ma che mi piacerebbe? L’astronauta.

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