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Giorgio Montanini: «Io sulla televisione italiana ci piscio sopra»

Torna alla stand-up dopo averla sdoganata in Italia, reduce da cinque film, con una rinnovata carica e un nuovo spettacolo. E come sempre non fa sconti a nessuno, neppure nell’ambiente della comicità che vede ormai lontano anni luce: «Checco Zalone? Un dilettante. Ho fondato l’Impero di Giorgio I. Aspetto che le province (i colleghi) vengano a rendere omaggio all’Imperatore»

Giorgio Montanini

Foto courtesy Giorgio Montanini

Va specificato subito: nessun minore è stato maltrattato per realizzare questa intervista. Nonostante a un certo punto della chiacchierata, mentre si sente uno strano rumore di fondo, si stacchi dal cellulare dicendo: «Aspetta, ci sta mia figlia che continua a suonare uno strumento. Adesso le spacco la faccia e torno». Lui è Giorgio Montanini, 44 anni (45 il 17 dicembre, se volete prepararvi agli auguri), colui che ha sdoganato la stand-up comedy In Italia, un genere che oggi dilaga in ogni trasmissione televisiva o serie streaming. Reduce da diversi impegni cinematografici – attualmente è sul set con Pietro Castellitto, che l’ha voluto anche nel suo esordio I predatori –, da qualche settimana è tornato nel suo ambiente naturale, il teatro. Lo ha fatto con un lavoro che già dal titolo non ammette fraintendimenti: Lo spettacolo nuovo. E se da un lato sente di non essere mai stato così consapevole sul palco («È tre passi avanti nell’anticipare i tempi»), dall’altro ammette che nell’ambiente in pochi esulteranno per questa sua rentrée: «Novanta comici su cento mi odiano. Alcuni mi vorrebbero morto». È anche vero che non è mai stato tenero con i colleghi, così come non lo sarà in questa intervista: «Ma ‘ndo stanno? Sono ancora lì a fare marchette». Da Nemico pubblico su Rai 3 alle Iene su Italia 1, «dove Davide Parenti non mi ha mai pagato», passando per alcuni monologhi a Ballarò e Dritto e rovescio, il suo destino in televisione, che fosse pubblica o privata, è sempre stato lo stesso: cacciato! Troppo libero, troppo urticante, troppo fuori dagli schemi per un’epoca che oscilla fra la permalosità estrema (pompata dai social) e il politicamente corretto più ipocrita. Lui però non sembra per nulla dispiaciuto: «Sulla televisione italiano ci piscio sopra. Che bello poterlo dire».

Ma se una porta si è chiusa, come recita l’adagio, si è aperto un portone. Quello del cinema, che lo ha visto impegnato quest’anno in ben cinque pellicole e lo ha portato a un passo da un traguardo storico: «Da outsider sono entrato nelle nomination per il David di Donatello, intanto che altri fanno i podcast o LOL». E quando gli faccio notare che è a teatro in parallelo a Checco Zalone sbotta: «È un dilettante, con il nulla è diventato popolare. L’esempio del capitalismo dell’arte. Io le canzoni le storpiavo alle medie». Non c’è scampo da Montanini. Soprattutto ora che è convinto di aver superato «una prova di forza» dovuta alla pandemia «dove ci volevano trasformare in dei cazzo di prodotti di consumo». La politica («Se ho paura della Meloni? Ma che, me prendi per il culo?»), gli artisti al governo («Morgan non ha capito che l’artista è il contrario del politico»), la guerra in Ucraina dove «l’unica cosa lucida l’ha detta Berlusconi, lo rimpiango». E ancora, le follie del politically correct («A Fiorella Mannoia piaceva il catcalling quando cantava Quello che le donne non dicono») e molto altro ancora finirà nelle sue invettive. Ma nessun timore per chi vorrà andare allo spettacolo, e stavolta l’appello lo ha fatto lui: «Prendete alla lettera quello che dice un politico e e ridete di quello che dico io. Non c’è niente di cui aver paura, soltanto il gusto di divertirsi».

Giorgio, il 17 dicembre compirai 45 anni.
Compio gli anni insieme al nostro caro Papa Francesco.

Forse non è un caso…
Ma l’Anticristo ne ha qualcuno in più.

È una data importante per te?
Ho fatto un film con Daniel Brühl e quest’estate ha compiuto 45 anni, li abbiamo festeggiati insieme a Sanremo. Lui mi ha detto che questa età è l’inizio della fine o la fine dell’inizio.

Per te cosa potrebbe essere?
Io credo che sia la fine dell’inizio.

Il meglio di Giorgio Montanini deve ancora arrivare?
A meno che non abbia sbagliato tutto nella vita, ne sono più che certo.

E già non eri partito male.
Non ero partito male perché la concorrenza era miserabile.

Giorgio Montanini in scena. Foto: Margherita Zannoni

Cosa ci puoi dire nel nuovo spettacolo che stai portando in giro, che si intitola, appunto, Lo spettacolo nuovo?
Che lo sento proprio mio, fa parte di un processo di maturazione, ci ho messo dentro tutto ciò che deve fare un artista. È tre passi avanti a tutti gli altri nell’anticipare i tempi. Poi uno può sbagliare o no, però mi sento empaticamente in contatto con la società di oggi, ma con una visione originale che dovrebbe essere sempre quella di un un vero artista.

Si sentono dei rumori in sottofondo, Montanini si stacca dal cellulare e precisando: «Aspetta, ci sta mia figlia che continua a suonare uno strumento. Adesso le spacco la faccia e torno». Si sente un po’ di trambusto e, passati alcuni secondi, prosegue a parlare mentre i rumori sono scomparsi.

Giorgio, però diciamolo che per questa intervista non è stato maltrattato nessun figlio.
No no, per ora no. Comunque ti dicevo che in questo spettacolo sono nella posizione giusta rispetto al palco e al pubblico. C’è chi sta allo stesso livello del pubblico o chi gli sta dietro. Invece io sento di stare proprio nella posizione ideale tra palco e pubblico.

Non ti abbiamo più visto in tv, ma a teatro in questi anni sei stato molto prolifico.
Ho prodotto 12 spettacoli inediti in 13 anni. E la gente mi chiedeva: “È nuovo quest’anno? O è quello dell’anno scorso?”. Altri tornavano tre volte e domandavano se era lo spettacolo della sera precedente. Amico mio, se vieni tre volte nella stessa tournée non sono io in crisi, ma sei tu a essere compulsivo, o no? Quindi adesso si chiama Lo spettacolo nuovo, così la gente non può sbagliare.

Cosa c’è di nuovo in questo spettacolo?
Intanto sono 40 chili in più, ed è un aspetto che deve cambiare in fretta. A parte questo, dopo due anni di Covid sento che siamo in un momento spartiacque per gli esseri umani. E io personalmente sono convinto di avere molta più consapevolezza dopo varie batoste e aver accusato vari colpi, che però mi hanno portato una grande serenità nella capacità di discernimento e di analisi. Sono ancora più lucido, ma non solo io, anche il carpentiere o la commessa del market credo abbiano raggiunto questo stato mentale. Perché c’è una parte della popolazione che ha superato una sorta di test.

La pandemia è stata una sorta di prova di forza?
Esatto, hanno provato a forzarci psicologicamente. E adesso è arrivato il momento in cui si fa reclutamento. C’è chi ha perso l’anima, ma non intendo Dio, quanto la propria spiritualità, e chi invece è tornato a capire che l’essere umano è composto di anima e sangue, non solo di cervello e lavoro. Insomma, ci volevano trasformare in dei cazzo di prodotti di consumo, ma resistiamo.

Qualcuno potrebbe accusarti di essere complottista.
Eh certo che sono complottista, amico mio! Se un italiano non è complottista, non è un italiano. Ti dicono qualcosa la P2, il caso Moro, Peppino Impastato, Giulio Andreotti, il patto Stato-mafia? Perdonami, ma siamo stati settant’anni immersi in un complotto continuo, per cui se non lo fossi sarei un ritardato. Ma non vedo i complotti dove non ci sono, li vedo dove sono già successi.

Quali sono questi complotti?
Non dico che adesso arriveranno i rettiliani, di quelle stronzate non me ne frega nulla. Io parlo di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale, della Russia in Ucraina e della NATO, dei diritti civili che stanno sostituendo i diritti sociali. Pier Paolo Pasolini ci spiegò che quando arriveranno a pioggia i diritti civili retrocederanno i diritti sociali e l’uomo sarà fottuto. L’ha detto lui, non io.

Il tuo spettacolo è nei teatri in concomitanza con quello di Checco Zalone. Anche lui porterà una sua parodia di Putin sul palco, ma che parlerà in barese…
C’è chi nella vita ha un ruolo e chi un altro. Se io facessi quello che fa lui sentirei di aver sbagliato tutto. Io non faccio intrattenimento, sono un comico, quindi un artista. Lui è un intrattenitore. Guadagna miliardi più di me ed è centomila volte più popolare, ma io sono un artista.

Che differenza c’è?
L’intrattenimento è quella cosa che piace a tutti, belli e brutti. Non voglio tornare a parlare di Enrico Brignano, perché Checco Zalone è molto più furbo. Crea nel pubblico un inganno clamoroso. Lo fa sentire più intelligente di quello che è, spacciando degli stereotipi falsi in cui nessuno si riconosce e quindi credono tutti di essere superiori. Infatti non attacca nessun potere. Un conto è la popolarità e un conto la fama. Michel Petrucciani non era popolare, ma era famoso. Zalone è popolare, ma la sua fama è zero. Io non sono popolare, ma la mia fama lo ricopre.

Non sei mai stato tentato dallo scendere a qualche compromesso per soldi?
Se c’è una cosa che mi contraddistingue è che posso insultare e arrabbiarmi, ma non prendo per il culo. Mai una volta nella vita ho pensato alle mie scelte in base ai soldi. Mai una volta! Tutto quello che mi arriva è solo una conseguenza. Per me come artista è fondamentale che sia così.

Non si può essere famosi e anche ricchi?
Se qualcuno ha un concetto dell’arte diverso da questo può spiegarlo anche in maniera più intelligente, però deve rimanere un artista legato a una regola: servo dell’arte e non ambiguo.

È per questo che il tuo rapporto con la tv è stato così difficile? Dalla Rai a Mediaset, ti hanno chiamato tutti ma dopo poche puntate hanno interrotto la tua partecipazione.
E a Mediaset non mi hanno mai pagato. Mi hanno cacciato senza darmi un euro di ciò che era stato pattuito. Non ho mai fatto causa perché un artista non deve passare alle cause legali. Ma puoi scriverlo a caratteri cubitali: Davide Parenti alle Iene non mi ha pagato per i tre monologhi che ho realizzato.

Non ti conviene dirlo in giro che non ti fai pagare, sennò poi non ti paga più nessuno.
Eh però sai che c’è? Che a un certo punto io meno pure.

Se la televisione ti ha rigettato, il cinema invece sembra averti accolto a braccia aperte.
In questo momento sono di nuovo sul set con Pietro Castellitto. In un anno ho partecipato a cinque film. Il primo di Pietro, poi Buon viaggio ragazzi da co-protagonista con Riccardo Milani, Antonio Albanese, Sonia Bergamasco e Vinicio Marchioni. E ancora uno con Edoardo Leo, uno con Giorgio Colangeli e un altro con Riccardo Scamarcio e Daniel Brühl, oltre a quello che sto facendo con Castellitto. È stato un anno fantastico e in nessun film ho ricoperto un ruolo comico.

Hai superato il problema degli orari sul set?
Sono state esperienze preziose proprio per questo, perché mi hanno disciplinato. Sul set non sei un artista, ma un interprete. Un ingranaggio. Ed è bellissimo calarsi in quella dimensione perdendo di vista tutte le proprie velleità. Ti dicono: ti passano a prendere alle 5 e 12 minuti. I 12 minuti fanno ridere, perché non 15? Perché il cinema è un insieme di più arti, quindi dei professionisti calcolano al secondo le tempistiche di tutti per far funzionare ogni ingranaggio. Ti immagini se ognuno sforasse di tre minuti? Non si finirebbe più.

In pratica hai fatto il soldato con qualche anno di ritardo.
Esatto, perché da giovane soldato non lo sono mai stato. Invece grazie al cinema ho imparato la disciplina. Nell’arte mi ha aiutato molto, ma sempre una disciplina a servizio degli altri.

Qualche tempo fa il grande attore teatrale Franco Branciaroli in un’intervista ci spiegò la sua sfiducia: “Il teatro di oggi è al 90% amatoriale”. Tu hai iniziato proprio con lui nel 2004 nell’Edipo re di Sofocle.
Grandissimo Franco! Vorrei riabbracciarlo, mi ha fatto il mio primo contratto da professionista. Molte delle cose che riesco a fare sul palco ancora oggi le devo anche a lui. Tre mesi insieme a Branciaroli tutti i giorni sono stati la scuola più formativa in assoluto. Sul dilettantismo sono d’accordo, ma è come le pubblicità progresso che ti dicono: “Questo bambino ha bisogno del collirio per gli occhi sennò muore”. Ma non ti dicono il perché.

Secondo te perché?
È colpa della mercificazione dell’arte a causa del capitalismo. È stato tutto inquinato. Anche la possibilità di vivere la dimensione artistica in maniera pura e reale. I dilettanti allo sbaraglio che provano a sbarcare il lunario cercando di fare una vita senza lavorare, tutto qui, perché qualcuno li ha illusi che era possibile. E alla fine si ritrovano a essere dei poracci. Ma scusa, Checco Zalone non è un dilettante?

Adesso non vorrei farti litigare con Checco Zalone.
Lascia stare, analizziamo la comicità di Zalone. Da Zelig a oggi qual è stata la sua evoluzione e qual è la sua struttura comica? È un dilettante che faceva un altro lavoro e con il nulla è diventato popolare. È l’esempio del capitalismo dell’arte. Storpiare le canzoni lo facevo io alle scuole medie. O c’è qualcuno che sostiene che Zalone porti dei contenuti? Chi lo dice lo pregherei di erudirmi. Dargli del genio va bene, ma perché? Purtroppo, non risponde mai nessuno.

Lasciamo la risposta ai lettori. Però te lo devo chiedere, visto che è un caso curioso quello di Vittorio Sgarbi sottosegretario alla cultura che vorrebbe Morgan a capo del Dipartimento Musica. Se ti chiamassero, al di là del colore politico, accetteresti un ruolo simile?
Qui siamo su Scherzi a parte o dentro a The Truman Show. Che uno come Morgan non capisca la differenza sostanziale e compia l’errore madornale del confondere la politica con l’arte è incredibile. L’artista è l’antitesi del politico. L’artista non può entrare in politica. Si può permettere quello che fa proprio perché è scevro dalle responsabilità. Ha la possibilità di tuonare perché serve a lui, infatti l’artista è un egoista che sfoga sul palco le proprie frustrazioni. Il politico è il contrario, si spoglia delle sue frustrazioni e dei sui interessi per mettersi al servizio del Paese. Sono il contrario. A meno che non si tratti di una rivoluzione. Allora sì, quando l’eccellenza della popolazione concorre alla creazione di regole base comuni. Ma non puoi appartenere a un governo.

Hai qualche timore per il governo di Giorgia Meloni, definito di destra-centro?
(Esplode in una fragorosa risata) Ma che me prendi per il culo, davvero? Per carità, mi faceva più paura il governo del Pd che il governo della Meloni. A me i fascisti mi fanno ridere, quelli che vanno a Predappio ancora di più. Ma dove vuoi che vada quella? Non posso avere rispetto di un’istituzione del genere.

Non sei andato a votare?
No, perché non posso andare a votare per gente che di politica ne capisce meno di me. È umiliante. La Meloni era contro l’Europa, contro l’invio di armi in Ucraina, anti-atlantista, ma ora che fa? Per governare è partita dando un bacetto sulla bocca a Zelensky, è diventata pro-Draghi e atlantista, rimangiandosi tutto. Questi non faranno niente di diverso dal Pd. Il problema è che gli italiani si confondono e votano la Meloni o Letta indistintamente, si prendono per il culo da soli e non ce la fanno a dire che la colpa dello sfacelo è soltanto la loro.

Nel 2014, dopo un tuo monologo a Ballarò dove in studio c’era anche Matteo Salvini, hai scritto sui social: “Avere Salvini davanti, durante un pezzo comico, è come masturbarsi pensando a Valentina Nappi…”.
Ormai Salvini è una meteora. C’è stato il suo momento e poi ha perso appeal. È passato dal farsi selfie mentre mangiava la pizza, il tipico prodotto italico, a essere oggi un cane bastonato. Cosa gli deve capitare ancora? Tra un po’ gli fregano pure la fidanzata. Ma quanti voti ha perso? E la Lega lo tiene ancora segretario, a me sembra incredibile.

Questo governo si regge ancora sui voti di Silvio Berlusconi, nella politica italiana non c’è mai nessuno che sparisce davvero.
Non so se vi ricordate la vergogna che si provava quando Berlusconi quando era premier. Ma ti rendi conto? Oggi quando ha detto quelle cose su Putin a molti è sembrato un mezzo pazzerello, in realtà è la verità. Il governo di Zelensky non è democratico. È un comico che è stato eletto con il 70% dei voti dopo tre anni di serie televisive. Io dopo tutto quello che ho fatto non diventerei sindaco neanche di Roccacannuccia se non avessi alle spalle la massoneria.

Vedi troppe ombre dietro al governo di Zelensky?
Per prendere quella maggioranza bulgara deve aver avuto dietro oligarchi, mafia, America, Europa, finanziamenti illeciti, la massoneria e chissà cos’altro. Quindi Putin voleva semplicemente eliminare un governo filo-americano che creava zizzania ai suoi confini, questo ha detto Berlusconi. È la verità. Sai che c’è? Che lo rimpiango, io lo volevo Presidente della Repubblica.

Giuseppe Cruciani ha fatto una campagna radiofonica alla Zanzara per spingerlo almeno alla presidenza del Senato. Anzi, ha proposto addirittura che venisse eletta Marta Fascina, la sua compagna, Presidente della Camera.
Io lo dico come battuta, poi però a differenza di Cruciani non vorrei esagerare. Gli voglio bene ed è un amico Giuseppe, però gioca molto sulla spettacolarizzazione. Ma non si può spettacolarizzare tutto, per poi non spettacolarizzare niente. Ci sono cose da spettacolarizzare, altre che vanno trattate in maniera più seria. Ci vorrebbe un po’ di contegno, per Dio!

Ecco, per via del contegno oggi il politicamente corretto ha ridisegnato quello che si può e non si può dire in ambito pubblico. Ti ha influenzato in qualche modo?
Quando si parla di forma che precede la sostanza, si sta parlando di inganno culturale e sociale. Il politicamente corretto si esaurisce, nella sua morbosità, nel linguaggio inclusivo. Per non offendere nessuno dicono “buongiorno a tutt*”. Ma se questo è il punto di arrivo, allora vuol dire che se domani un negriero entra in un campo di pomodori in Puglia e ai braccianti gli dice: “Per questo lavoro vi pago due euro al giorno, arriverderci a tutt*”, poi potrebbe sostenere: “Che cazzo volete, io li ho rispettati, ho detto: buongiorno a tutt*”. Se è questo che vogliamo, siamo proprio fottuti.

Come dovrebbe avvenire, secondo te, un cambiamento per l’inclusività?
Culturalmente attraverso un processo che non può prescindere da lacrime e sangue. Non ci hanno mai regalato niente. Io voglio che i trans lavorino come commessi ai supermercati o come chirurghi, non che si salutino con l’asterisco.

In tv la censura è severissima, in particolare verso certi atteggiamenti fino a qualche anno fa accettati. Ultimamente ne ha fatto le spese Memo Remigi per la palpatina al fondoschiena di Jessica Morlacchi, mentre ora è nell’occhio del ciclone il direttore Rai, Franco Di Mare, per una serie di atteggiamenti “affettuosi” con Sonia Grey a UnoMattina nel 2004.
Andate a rivedere Sharon Stone ospite dei Telegatti, messa in mezzo tra Corrado e Alberto Castagna. Quello allora è stato uno stupro vero e proprio. Sai cosa succede oggi? Che il maschilismo si castra da solo. Facendo finta di andare verso il rispetto e la parità rende la donna una sorta disabile con la legge 104, oppure un’icona santa che non può essere toccata. E poi alla fine in queste cazzate ci incappano tutti. Mentre nessuno vuole riconoscere la potenza che ha la donna. Ma questi non sono criminali, sono ossessivo compulsivi. Tradotto: sono persone che hanno nei confronti della figa una sorta di soggezione.

E quindi, cosa faresti per evitare che compiano altri gesti simili?
Valorizzando il potere della donna. Non bisogna criminalizzare chi in realtà si rende già ridicolo da solo. Perché se criminalizzi il gesto di quello che ha tastato il culo, stai dando all’uomo un potere che in realtà non ha. E alla fine un ritardato mentale si sente potente. Invece devi delegittimarlo quel comportamento. Al signore di cinquant’anni con la famiglia a casa che guida il Suv e suona alla ragazzina di 14 anni mentre esce da scuola devi paragonarlo a uno che fa i bocchini ai vecchi. Ti piace? No, cazzo! E allora non lo fare più. Va delegittimato, non criminalizzato. Ma sai perché questo è un Paese folle?

Sono qui apposta per chiedertelo.
Nessuno lo dice, ma la femminista per eccellenza Fiorella Mannoia che canta una canzone come Quello che le donne non dicono, l’inno femminista di tutte l’8 marzo, che recita: “E dalle macchine per noi / I complimenti dei playboy / Ma non li sentiamo più / Se c’è chi non ce li fa più”. Allora alla Mannoia le piaceva il catcalling? E le spiaceva pure rinunciarci? Grazie al cazzo, l’ha scritta Enrico Ruggeri, ma non se ne è mai lamentata. E tutte le donne dietro a cantare orgogliose. Te lo dico io, questo è un Paese folle e culturalmente disintegrato.

Ma quindi in tv non ti vedremo più?
Giorgio Montanini alla televisione italiana gli piscia in testa. Adesso sto nel mondo del cinema in maniera abbastanza solida, ho altri progetti da realizzare e la tv, quando la guardo, ci piscio sopra. Sempre che non sia troppo lontana dalla poltrona. Che bello poterlo dire.

Con Lo spettacolo nuovo intanto sei tornato nel tuo ambiente naturale, che è la stand-up comedy, tu che l’hai sdoganata in Italia. Come guardi alla scena attuale, o come pensi che gli altri emersi in questi anni guardino a Giorgio Montanini?
È una domanda difficile dal punto di vista umano. Dovessi parlare da questo punto di vista è una tragedia, perché su cento comici mi odiano in novanta. Alcuni mi vorrebbero anche morto.

Addirittura morto?
Sì sì sì, me l’hanno detto più persone. Da alcuni milanesi ad altri cagliaritani, non possono essersi messi d’accordo. Umanamente mi dispiace. Ma è indubbio che se molti fanno questo lavoro è grazie a me. Le sagre non le hanno fatte mai, io sì. E se non le hanno fatte dovrebbero dirmi grazie. Dal punto di vista professionale mi rendo conto che quello che faccio io lo posso portare avanti perché ho una determinata struttura emotiva in grado di reggere questa solitudine, anche perché rispetto agli altri sono a una distanza siderale. Fra trent’anni non so se nasce un altro come me.

Come scrisse Andrea Pinketts: “Io ignoro la modestia. È troppo modesta per essere presa in considerazione”.
Io non so fare niente nella vita, neanche cambiare una lampadina. Ma di comici come me ne nascono uno ogni trent’anni. Sono umile, ma non modesto. La modestia è il Dio dei poveracci. Come comico, per quello che ho creato io, non ce n’è per la prossima generazione. Ho fondato un Impero, quello di Giorgio I. Mettiamola così rispetto a tutti gli altri: aspetto che le province vengano a rendere omaggio all’Impero. Immagina quanto mi odiano ancora di più dopo questa dichiarazione. Ma la modestia mi sta sul cazzo perché è ipocrita. L’umiltà è un valore, la modestia no. Mi devo riconoscere quello che ho fatto. Con me sono severo ma giusto.

Come un vero imperatore.
Guarda, nella mia vita ho fato due workshop. Solo quelli, poi mai più. Decine e decine di comici italiani sono stati seguiti da me gratuitamente per mesi e mesi, non ho mai chiesto un euro a nessuno. Mi sono messo a loro disposizione sempre gratis perché amo questo lavoro, solo che gli altri sono frustrati. È un appello che lancio: non fate i comici! La comicità vi disintegra. Se siete frustrati e volete diventare famosi, fate come Anna Maria Franzoni, ammazzate un bambino e parleranno di voi per molto tempo. A parte le battutacce, la comicità ti umilia sul palco.

Ci sarà qualcuno che apprezzi nell’ambiente, no?
Sono passati ormai dieci anni, ma ‘ndo stanno questi? Sono lì a fare marchette di qua e di là. Io sono entrato nelle nomination per il David di Donatello e non l’ho vinto per una manciata di voti. Ci sono arrivato da outsider totale, eppure ero lì. Quelli fanno i podcast, fanno LOL… ma per piacere.

Visto che sei in vena di appelli, cosa diresti a un genitore che vorrebbe venire a un tuo spettacolo con suo figlio minorenne ma ha timore per i contenuti espliciti?
Abbiate timore di quello che dice un politico, perché quelle parole vanno prese alla lettera. Non abbiate timore di quello che dice un comico, sarebbe una follia. Certa gente prende alla lettera me e prende in barzelletta Giorgia Meloni. Invece prendete alla lettera lei e ridete di quello che dico io. Non c’è niente di cui aver paura, soltanto il gusto di divertirsi.

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