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Giorgio Faletti: l’ultima intervista di Rolling Stone

Poco meno di un anno fa, il nostro Paolo Madeddu ha incontrato quello che era uno dei più amati scrittori italiani. Vi riproponiamo qui il racconto di quella giornata

Ci ha lasciato oggi Giorgio Faletti

Ci ha lasciato oggi Giorgio Faletti

Giorgio Faletti - spettacolo

Di Paolo Madeddu

Alza le spalle con un sorriso gentile per la mia (originalissima) battuta sulla somiglianza con Peter Gabriel: “Lo so. Un vantaggio per i giornali, possono risparmiare sulle foto. Lo hanno fatto davvero, eh”. Indossa una maglietta dei New York Knicks. “Me l’ha regalata Gallinari”, mormora. Ha appese in corridoio una decina di chitarre elettriche: Gibson, Fender, una Pensa-Suhr serie limitata. “Progettata per Mark Knopfler”, dice a mezza voce. Quando andiamo al ristorante assieme, lui esce di casa così come lo trovo: in braghette. Diciamo pure che il suo concittadino Paolo Conte ha un altro tipo di profilo. “Oh, lui quelle poche volte che si vede per Asti fa certamente più sensazione”. Per sovrammercato mi spiega, sempre con quel mormorio molto piemontese, che qualche sera fa era a cena a casa dei De Gregori, e la signora ha chiesto a lui di suonarle una sua canzone, precisamente Angelina.
Ora: il cliché dell’artista che non se la tira è stucchevole quasi quanto quello dell’artista che se la tira. Però Faletti, anche se dice di avere un ego smisurato, lo nasconde benissimo. Specie rispetto a gente che non ha avuto un’oncia del suo successo di comico e scrittore – e tutto sommato, anche di cantante, visto che è arrivato secondo a Sanremo (Signor Tenente, 1994). Tuttavia, anche se parlando con lui si salta da un argomento all’altro, raramente c’è confusione. C’è al contrario rispetto dei generi. Così come nei suoi romanzi non c’è comicità, nelle sue canzoni non ci sono umorismo né delitti. Perché Giorgio Faletti, con grande calma e tranquillità, fa quel che va fatto. E quello che sta facendo in questo periodo è uno spettacolo musicale. Ha pubblicato Quando e Ora, due album che contengono brani scritti per sé e per altri. Abbinati a Da Quando a Ora, libro in cui spiega il suo rapporto con la musica. E mette in scena il tutto con l’aiuto di fior di musicisti, tra i quali il più noto è Lucio Fabbri. Chi lo ha visto ne è entusiasta.
Insomma, Faletti è un caso bizzarro, davvero. Perché Faletti piace. Qualunque cosa faccia, piace. E di questa cosa forse l’Italia non si è ancora fatta realmente una ragione. Proviamo a chiederla a lui.

La tua carriera è fatta di impennate seguite a fasi di crisi, mi pare anche di rifiuti. Seguiti da nuovi successi, e in diversi campi. Come se ti fermassi per capire cosa non andava. Si direbbe che tu capisca sempre, prima o poi, come avere successo.
“È una frase un po’ impegnativa, eh. Comunque, posso dire una cosa, e la dico contro il mio interesse: non esistono geni incompresi. Se uno non arriva a farsi capire, nel 99 per cento dei casi è colpa sua. Forse il pubblico ha bisogno di tempo per acquisire determinate cose e l’artista ha bisogno di tempo per far recepire quanto ha da proporre. Per questo ho sempre preso le critiche nel modo giusto. Anche se una critica non fa mai piacere”.

Beh, no, come dici tu stesso, c’è la critica costruttiva.
“Critica costruttiva un cazzo, la critica rompe i coglioni”.

Non mi dire così, sono un critico. Voglio il bene di tutti, per definizione…
“Dai, la maggior parte delle critiche sono fatte contro la persona, non contro l’opera. Comunque io sono andato avanti per la mia strada”.

Ma cos’è che dà più fastidio di te? Il fatto che arrivi alla gente?
“Fastidio… Che fastidio dò? Ho sempre pensato che se una persona è brava a fare una cosa, non è che distruggendola il critico diventa più bravo. Non è che Bolt va più veloce se vengono eliminati Powell e l’altro. Se io vedo qualcuno bravo, non mi dà fastidio. Anzi, mi fa dire: allora posso arrivarci anch’io. Cerco di imparare dal suo talento. Se non ha successo chi è bravo chi lo deve avere?”.

Sì, ma quando eri comico non pensavi mai di un tuo collega: “Quello lì sta prendendo la strada più facile”?
“È vero, lo facevo. Ma sono pensieri oziosi. Che si fanno in momenti di scoramento. In realtà è il pubblico a decidere tutto. Se una persona arriva alla gente, quale che sia la strada, ha ragione lui. Quando mi dicono che Dan Brown non è uno scrittore, io ribatto: primo, nessuno fa i libri per NON venderli. Secondo, ha venduto 40 milioni di copie. Era facile? Lui potrebbe dire ai detrattori: bene, allora scrivete un libro che vende 40 milioni di copie, poi buttatemelo in faccia dicendo: visto come era facile? Ora, io non so se IO dò fastidio a qualcuno. Se è così mi dispiace, dato che sono una persona felice, mi piace fare tante cose, vorrei che le mie giornate durassero 48 ore, e A ME non dà fastidio nessuno”.

Sei una persona felice? Le tue canzoni sono molto malinconiche. L’impatto della loro malinconia è abbastanza forte, perché nonostante il tuo successo come scrittore, la memoria dei tuoi personaggi comici è ancora molto forte.
“Penso che siamo tutti malinconici, in varia misura. Da giovane esorcizzi con lo sberleffo, la battuta, facendo lo stupido con gli amici. Poi, più avanti nella vita, con questa malinconia scendi a patti. E, magari, hai anche il piacere di raccontarla. In certi casi acquisisci anche il bagaglio tecnico per raccontarla nel modo giusto. Rimango dell’idea che una risata sia uno dei più grossi regali che un uomo possa fare a un altro uomo. E infatti nella vita privata, con gli amici, io credo di essere un idiota totale, felicemente idiota. Poi non scrivo solo canzoni malinconiche: ne scrivo anche altre di goliardia assoluta. Ma non mi interessa che siano pubblicate”.

Però quando facevi cabaret cantavi.
“Sì, negli anni ’70 facevo pezzi che facevano ridere. Ma in alcuni c’erano già i semi di ciò che sarebbe arrivato dopo”.

Dai la sensazione di considerare la comicità un capitolo chiuso.
“Mai dire mai. Però credo che la comicità sia un tipo di comunicazione che ha una vita abbastanza circoscritta. Il momento bruciante e benedetto in cui sali sul palco e fai contorcere la gente dal ridere e ti senti invulnerabile, prima o poi finisce. Poi subentra altro: mestiere, esperienza”.

Nell’ultimo libro di Ligabue, un personaggio dice: “Il comico è la rockstar del 2000”.
“Assolutamente sì. Ma anche le rockstar a un certo punto finiscono la benzina, come nello sport. Fai il tuo record, poi cominci a faticare. Se guardi il panorama comico, il Benigni di adesso che propone Dante non è più quello degli inizi. C’è qualcosa che dentro si asciuga”.

Tu hai frequentato Jannacci. Lui si è proposto contemporaneamente come cantautore malinconico e come saltimbanco.
“Come tutti i grandi era abbastanza ombroso, particolare. Mi ha insegnato che la comicità è fatta non solo di battuta ma anche di intenzioni, di silenzi. Ci siamo conosciuti quando facevo parte del Gruppo Repellente, con Abatantuono, Boldi, Ernest Thole, Giorgio Porcaro, Mauro Di Francesco. Con Jannacci c’era stima, ma qualche scintilla: ci fu una furibonda litigata, poi per fortuna ricucita nel tempo. Credo fosse colpa mia. Nel personaggio che lui e Beppe Viola avevano inventato per me nello spettacolo La Tappezzeria c’erano i prodromi malinconici di quello che sarei diventato. Ma io all’epoca volevo avere la risata subito, il segnale di successo immediato. Ero giovane e, lo ammetto, infiammabile: non avevo capito che potevo anche emozionare, oltre a far ridere”.

Chi ti fa ridere adesso?
“Checco Zalone. Mi fa ridere tantissimo perché ha il coraggio di essere stupido”.

Haha, è una bella frase.
“La comicità di per sé non ha messaggio. Per me la massima espressione di comicità di tutti i tempi sono Stanlio e Ollio. In Totò c’è forse un messaggio? In passato mi dicevano “Che messaggio porta la tua comicità?” E io: faccio ridere. Se poi vuoi un messaggio ti scrivo. Sto parlando di comicità, non di satira, che è una cosa diversa. Crozza fa satira politica eccelsa, ma non è comico, anche se siamo sempre nell’umorismo. Tra comico e comicità c’è il rapporto dicotomico… Oh, che parola. Il rapporto dicotomico che c’è tra ventriloquo e pupazzo. Perché il ventriloquo odia il pupazzo. Perché è il pupazzo che ha successo. E allora spesso il comico è tentato di far vedere che lui non è SOLO quello. E fa battute che il personaggio non dovrebbe dire”.

Ok. Torniamo alla musica, e a come è entrata nella tua vita. Intanto, è vero che i tuoi genitori sono stati arrestati perché ballavano?
“Sì, nel giugno del 1943. Il regime fascista aveva vietato i balli”.

Questa non la sapevo. Ma perché?
“Anche per rispetto a chi moriva in guerra, credo. Però sai, la gente – era già un periodo di merda, se gli togli pure quello. Allora ci si radunava nelle aie, nei magazzini, e si facevano i rave dell’epoca. Con una fisarmonica e un violino. Una sera è arrivata la polizia e se li sono bevuti tutti quanti. Ho recuperato persino il verbale. Mio padre e mia madre non me ne avevano mai parlato”.

Si vergognavano?
“Credo che mio padre temesse che io diventassi uno scapestrato, non volevano darmi pure questo alibi… Mi ha fatto una tenerezza immensa, avevano 19 e 17 anni”.

E tu, alla loro età, cosa facevi. Andavi ai concerti?
“Il primo che ho visto non lo ricordo. Ne ho visti parecchi, eh: gli Stones, i Queen in Inghilterra, i Jethro Tull coi Gentle Giant, mi pare a Vercelli, nel 1972. Quello che mi ha colpito di più in assoluto è stato Rod Stewart a Torino. Non saprei perché”.

Ma alla musica come lavoro, come ti sei avvicinato?
“La prima cosa seria nel 1977, è stata scrivere testi per Dario Baldan Bembo”.

Ho come la sensazione, anche pensando ai personaggi con cui hai lavorato, che tu abbia amato sia il rock sia i cantautori, ma che piuttosto che alle “avanguardie”, le tue simpatie personali vadano alla canzone italiana che un tempo si sarebbe chiamata “non impegnata”.
“Ho fatto un Sanremo con Orietta Berti. Tutti mi hanno chiesto perché. Ma lei aveva una purezza incredibile, era la rappresentante di un tipo di musica che per me è rispettabilissima. E poi aveva un senso dell’ironia e dell’umorismo che successivamente Fabio Fazio ha valorizzato in Anima Mia. Poi sai, io come tanti altri della mia generazione ho visto concerti di cantautori che si prendevano talmente sul serio che c’era da disperarsi”.

Tipo?
“Non faccio nomi perché chi sale su un palco merita rispetto. Ma sto parlando di gente che è praticamente scomparsa, e che trascurava il lato istintivo della musica. Mentre una canzone di Orietta Berti come la geniale Fin che la barca va ha superato il verdetto di quelle che il mio amico Enrico Ruggeri chiama ‘le tre giurie’: pubblico, critica, tempo”.

Oddio, la critica la fece a pezzi.
“È vero, ma poi è stata rivalutata. Comunque c’è sempre la rivalsa di Dan Brown. Se arrivi alla gente, arrivi. Anche qui si snobba la roba troppo facile. In realtà, tutta l’arte la puoi dividere in ‘Quella che ti piace’ e ‘Quella che non ti piace'”.

Hai inciso sette dischi, hai iniziato nel 1990. E hai scritto canzoni per gente importante. Però, sempre dando la sensazione di fare tutto in punta di piedi. Ora invece ne parli e la porti sul palco.
“È stata la musica che ha tenuto lontano me. Ricordo che un mio collega comico prese in giro Branduardi perché si era fatto scrivere i testi da me. Come dire che era caduto proprio in basso. Io, nel mio piccolo, nel mio palmares di autore ho avuto delle soddisfazioni, ho lavorato con Mina, Milva e un’artista straordinaria come Gigliola Cinquetti, che ha avuto molto meno di quel che meritava. Ma c’è sempre stata una forma di snobismo verso chi non è consacrato cantante o autore. Mentre Ligabue può fare un film, e un libro, e tutto va bene. Vorrei vedere come sarebbe preso Paolo Sorrentino se facesse un disco. Molti cantanti hanno fatto gli attori, più o meno bene. Attori che hanno cantato, non sono mai stati presi molto sul serio. Anche se, come Alessandro Haber, hanno fatto un disco bellissimo, come La valigia dell’attore.

Scritto, en passant, da De Gregori. Dicevi che sei stato a casa sua. Sembrerebbe che quando hai cominciato a gravitare nel giro della musica tu sia stato abbastanza accettato, non ci sia stato snobismo. Lui peraltro passa per essere uno che dà pochissima confidenza a tutti. Figurarsi all’artista precedentemente noto come Vito Catozzo.
“Ci siamo conosciuti anni fa, poi abbiamo approfondito a Lampedusa, ospiti del festival di Baglioni. Ci siamo trovati bene umanamente. Penso che in assoluto De Gregori sia stato e sia tuttora il più grande. Da autore di canzoni penso che sei molto fortunato se nella vita scrivi una canzone come La donna cannone. Se ne scrivi due, sei molto, MOLTO fortunato. Se ne scrivi tante, sei Francesco De Gregori”.

Ma la gloria di Asti, Paolo Conte?
“Lui fa una vita più appartata, è difficile incontrarlo. Lo stimo tantissimo e mi piace pensare, gonfiandomi un po’, che abbia avuto una sorte simile alla mia. Perché nel momento in cui ha iniziato a proporre di persona le sue cose gli hanno detto: No, cosa fa, va sul palco a cantare? No, con quella voce ineducata – al massimo può scrivere per gli altri. Poi quando all’estero lo hanno scoperto, tutti hanno detto: Ah, ma lo sapevamo noi… Essere uno che viene dalla città di Paolo Conte è un onore. Poi adesso oltre a lui abbiamo il Papa”.

Siete pieni di star.
“Abbiamo agganci”.

Ascoltando le tue canzoni ho avuto una specie di nuova ipotesi sul tuo stile come scrittore. Perché ci sono certe frasi nei tuoi libri che, penso, starebbero bene in canzoni. Forse anche in un rap. Mi permetto di citare, per esempio: “Il tempo è un naufragio e solo quello che vale davvero torna a galla”. “Lasciami solo a sognare mostri e lascia che mi divorino se hanno fame e sete di me e delle mie tranquillità”. “Io non posso dirti quanto, io non voglio dirti quanto, io non devo dirti quanto odio c’è in me”. Ed è molto rap questa: “Quando vivi cercando di rompere il culo al mondo, è inevitabile che prima o poi il mondo rompa il culo a te”.
“Sai che dicono che i miei libri li scrive un americano e io li faccio tradurre, vero?”.

Ah, no, ignoravo.
“Ora salterà fuori che copio i rapper… Però è un po’ che sto pensando, siccome mi hanno fatto presidente della Biblioteca di Asti, di portare qui dei rapper, a parlare della parte letteraria delle loro canzoni”.

Hai nomi in mente?
“No. Non ne conosco nemmeno uno. Poi hanno certi nomi. Zibibbo, DJ Bunga. Conosco Frankie Hi-Nrg e Fabri Fibra ma è chiaro che se li porto qui c’è l’assalto alla biblioteca”.

Quello, con chiunque. Se dici “C’è un rapper”, arrivano duemila sedicenni.
“In ogni caso, provo a risponderti sul linguaggio. Dunque: chi scrive una canzone, come anche un pezzo comico, è uno sprinter: bruci tutto in 4-5 minuti. Un romanzo ha tutto un respiro diverso, da maratoneta. In un romanzo c’è l’analisi, contro la sintesi. Perché sia di uno sketch sia di una canzone la gente ricorderà solo due battute. Il problema è che tu non sai quali sono. Ed è per questo che curi il testo con un’attenzione diversa: ogni parola può essere quella che dà l’impronta al pezzo. Lo sketch deve concludersi dando alla gente la voglia di rivederti. La canzone deve dare la voglia di risentirla immediatamente. Il romanzo, invece, deve farti venire voglia di girare la pagina e leggere cosa succede dopo. Questo porta a cambiamenti di passo ma soprattutto di linguaggio”.

Tu però nelle canzoni sembri più te stesso, rispetto a scrittura e comicità.
“Quello che sono entra in tutte le pagine e le canzoni, e anche in quello che ho fatto come comico. Ma nei romanzi come negli sketch, la scelta era di entrare nel personaggio. E in particolare, come comico, la mia scelta stilistica è stata di non usare l’attualità. Riguardando Drive In recentemente temevo di ritrovarmi a dire: ‘Che cagata’, o ‘Quant’è datato’. Invece, i monologhi sono ancora abbastanza freschi, perché non facevo ridere usando riferimenti stretti alla cronaca, all’attualità, alla pubblicità. Certi miei personaggi, con le dovute correzioni, fatti oggi funzionerebbero ancora. Tant’è che oggi vedo in giro personaggi che mi sembrano ispirati ai miei. Mi fa molto piacere, ed è naturale: anch’io mi sono ispirato a chi mi precedeva. E così è per la canzone, mi sono ispirato a chi adoravo, come De Gregori o Fossati”.

Ma quanto del tuo metterti su un palco a cantare, a 62 anni, è esigenza artistica, e quanto è invece sfizio che ti vuoi togliere dopo tanti anni?
“Per dirti quanto la musica sia una cosa seria per me, ti basti sapere che sono disposto anche a fare la gavetta. E, forse, per certi versi è uno sfizio, visto che lo faccio senza aspettarmi un riscontro economico che mi faccia dire: va bene, faccio questo di lavoro. Ma amo talmente tanto la musica che mi piace l’idea di farla senza inseguire il successo. Peraltro, il riscontro è stato inaspettato: non dico strepitoso, ma sorprendente. A Firenze qualche sera fa mi hanno applaudito tanto che non riuscivo a ricominciare. Vedere che a qualcuno piace, mi fa ancora più piacere. E mi emoziona tanto”.

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