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Gabriele Tinti: «Ecco come ho riportato in scena Kevin Spacey»

Il poeta italiano è riuscito a convincere l'attore a recitare una sua composizione. Ecco com'è andata

«Come l’ho convinto? Grazie alla bellezza di un’idea». Quando è entrato in scena in molti non avranno creduto ai loro occhi: un imitatore o un ologramma? E invece era proprio lui, Kevin Spacey in persona, riapparso a Roma inaspettatamente dopo quasi due anni di silenzio dalla vita pubblica. L’occasione è stata la performance – tenuta segreta fino all’ultimo minuto – con la quale ha letto una poesia dedicata al Pugile a riposo, la statua bronzea attribuita a Lisippo.

Una composizione di Gabriele Tinti, 40enne scrittore italiano (originario di Jesi) che ha avuto l’ardire di rivolgersi al due volte premio Oscar nonostante negli ultimi anni stesse vivendo un auto esilio dopo la denuncia del 2017 che ne decretò l’esclusione da House of Cards e un po’ da tutto il mondo del puritanissimo cinema americano. Ma a fine luglio i procuratori del Massachusetts hanno lasciato cadere le accuse di molestie sessuali e aggressione da parte del cameriere diciottenne di un bar di Nuntucket e così l’attore deve aver sentito l’esigenza (che sentivano un po’ tutti gli appassionati di cinema) di un ritorno a quel che sa fare meglio: recitare.

Per la foto si ringrazia Mauro Maglione

Straniante, però, ritrovarlo davanti a quella minuscola e selezionatissima platea assiepata al Palazzo Massimo del Museo Nazionale romano, che ha potuto assistere alla magia di un Kevin Spacey in grande spolvero recitare proprio a fianco alla emblematica opera bronzea rinvenuta intatta alle pendici del Quirinale nel 1885.

Non è la prima volta che Tinti collabora con attori per mettere in scena i suoi scritti, come già avvenuto con Joe Mantegna, Robert Davi, Burt Young, Franco Nero, Marton Csokas, così non è nuovo ad ambientare tali rappresentazioni in location esclusive per l’arte, come il Metropolitan di New York, il Getty di Los Angeles, il British Museum di Londra e molti altri. Certo è che in pochi avrebbero potuto scommettere sul sublime interprete di Keyser Söze ne I soliti sospetti, il ruolo che gli aprì le porte dell’Olimpo del cinema. E così abbiamo raggiunto il poeta italiano di cui si parla ormai da una parte all’altra dell’Atlantico per capire meglio com’è nata questa collaborazione.

La domanda è tanto banale quanto capitale: come hai fatto a convincerlo?
Di solito sono molto diretto. Gli ho mandato una mail facendo parlare il mio lavoro. E poi è rimasto colpito anche da una statistica che avevo allegato, secondo la quale solitamente il fruitore medio di opere d’arte, in particolare statuaria, rimane attratto dai 10 ai 15 secondi. Pochissimo. Quindi anche Spacey deve essere stato intrigato, da amante della cultura quale lui è, perché questo lavoro rende viva l’opera stessa e in più tiene incollato lo spettatore, non per pochi secondi ma per tutta la durata della performance. In questo caso al Pugile a riposo. La poesia, come altre contenute nel volume Rovine non è stata scritta per Spacey ma ispirandomi all’arte statuaria. Quest’opera, poi, è particolarmente interessante perché di solito si trovano frammenti o parti, invece il pugile è stato ritrovato intatto. Ma anche in questo caso mancava qualcosa: il contesto. E quindi l’attore compensa questa nostalgia con la voce e l’interpretazione.

Kevin Spacey a Palazzo Altemps, courtesy Mauro Maglione

E come hai trovato Kevin Spacey dopo quasi due anni di assenza dalle scene?
Molto bene. È una persona generosa. Si è dato completamente al progetto, si è impegnato con grande dedizione. E poi l’ho visto sereno, di una serenità psicologica e filosofica. A parte che non era possibile che se ne andasse dalle scene, lui è una icona incancellabile del cinema internazionale. Ha subito apprezzato il coraggio e la particolarità della mia proposta. Ha messo nella collaborazione una intensità di partecipazione da me inaspettata, a testimonianza del grande artista che è. Non c’è dubbio infatti che egli sia uno dei più grandi attori viventi. Per me è stato un onore abbia accettato di leggere i miei versi, essere riuscito ad affidarli proprio a lui e poterli così sentire risuonare nella sua voce è stato un privilegio.

Possiamo dire che in questa bella storia c’è anche un coprotagonista altrettanto importante. Cosa ti ha ispirato del Pugile a riposo?
Di fronte a lui non ho potuto far altro che cantare tutta la fragilità, la solitudine, il peso d’una vita drammatica. Rappresentato dall’artista nell’atto di volgere il capo nel mentre qualcosa di speciale sta accadendo, il pugile è seduto, fortemente segnato da ferite profonde e da un copioso sanguinamento su tutto il lato destro del corpo. Non sappiamo con certezza che cosa significhi quel volgersi del capo: è forse l’ascolto del verdetto del giudice? O una nuova chiamata al combattimento? È uno sguardo alla folla incitante? O forse una muta interrogazione a Zeus alla ricerca di una qualche risposta? Le numerose controversie scaturite nel tentativo di spiegare quel gesto ha fondato tutto il mistero e la poesia, tutta la seduzione dell’opera.

Colgo l’occasione per chiederti in che stato è la poesia. Un giorno sembra estinta, un altro crea momenti entusiasmanti come questo.
Prima di tutto bisogna avere qualcosa di convincente tra le mani. Ci sono molti poeti, però la maggior parte farebbero meglio a smettere. Poi ognuno è libero di fare quello che vuole, a volte è una liberazione e altre è una condanna. Io, poi, mi ispiro all’opera statuaria come spesso è avvenuto in passato, per esempio a Goethe e Schiller o al contrario Bernini che si rifaceva a fonti letterarie per le sue sculture. Per me è importante avere un attore che esprime a voce quello che scrivo. Ma questa separazione poeta-attore c’è stata da più di duemila anni. In origine il poeta era colui che scriveva, cantava e suonava, ma già i tragici greci avevano iniziato a scrivere per l’attore, per la rappresentazione. C’era stata una dissociazione. Il poeta non era più colui che rappresentava ciò che scriveva, le arti si sono separate tra poeta, musicista e recitazione. Quindi per forza oggi più che mai ho bisogno di qualcuno che interpreti i miei versi.

E in Italia, rispetto al resto del mondo, come siamo messi con la poesia?
C’è tanto fermento. Il nostro problema è il solito: il clientelismo. I soliti gruppetti che si creano e fanno emergere gli amici degli amici. Ma c’è vivacità. Al di fuori ne ho trovata in Sudamerica, in Inghilterra, in America, tutti paesi con grande attenzione alla poesia e anche degli investimenti. Il problema è sempre trovare chi la compra, la poesia. Non so se siano i canali ad essere cambiati per la fruizione, bisognerebbe interrogarsi prima su chi sono i lettori oggi, che si fermano spesso al romanzetto. Almeno i pittori hanno qualcosa in mano da vendere. L’attore delle prestazioni su commissione. Il poeta cosa può avere? Nulla. Il poeta non ha niente. È il più disgraziato di tutti.

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