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Francesco Vezzoli: «Le dive sono come l’archeologia: immortali»

Con “Casa Iolas: citofonare Vezzoli”, l’artista bresciano celebra uno dei più importanti galleristi del ‘900. Qui racconta l’eredità di Iolas, la fine della separazione tra alto e basso, il rapporto con il glamour e l'arte classica

Casa Iolas, ingresso

Foto: Riccardo Gasperoni

Alexander Iolas è certamente uno dei più importanti galleristi del ‘900: a lui si deve l’introduzione del surrealismo negli Stati Uniti, ma anche la prima mostra di Andy Warhol, quando il padre della Pop Art espose alla Hugo Gallery (diretta da Iolas) una serie dedicata a Truman Capote. Nato nel 1907 ad Alessandria d’Egitto con il nome di Costantino Koutsoudis in una famiglia greca di commercianti di cotone, Alexander Iolas meriterebbe un romanzo per tracciare la sua incredibile vita, che lo vede scappare dalla famiglia per inseguire il sogno di fare il ballerino, per poi innamorarsi dell’arte visiva e diventare amico, quando viveva a Parigi, di Braque, Man Ray, Picasso, de Chirico e molti altri. Il trasferimento a New York e un infortunio che lo costringono a smettere di ballare sanciscono la sua ascesa nell’Olimpo dei Mercanti d’Arte. Dopo la sua morte, tolta una strettissima cerchia di addetti ai lavori, viene sostanzialmente dimenticato. La villa di Atene dove teneva la sua incredibile collezione, il sogno di una vita, viene abbandonata a causa di una lotta tra eredi. Ecco che allora Tommaso Calabro, che ha da un paio d’anni aperto una galleria in uno spazio mozzafiato a Piazza San Sepolcro a Milano nel quale realizza sofisticate esposizioni, decide di evocarne lo spirito e ricreare l’ideale abitazione del genio visionario di Iolas. A celebrare questo rito, un’artista che si fa curatore, un altro genio: Francesco Vezzoli.

Da questa triangolazione nasce “Casa Iolas: citofonare Vezzoli”, una mostra da museo che riunisce Victor Brauner, William N. Copley, Giorgio de Chirico, Niki de Saint Phalle, Max Ernst, Leonor Fini, Lucio Fontana, Edward Kienholz, Paul Klee, Yves Klein, Les Lalannes, René Magritte, Georges Mathieu, Roberto Matta, Eliseo Mattiacci, Pino Pascali, Man Ray, Martial Raysse, Ed Rusha, Fausta Squatriti, Takis, Dorothea Tanning e Jean Tinguely proprio sotto il segno di Francesco Vezzoli, che in questa “Casa Iolas” irrompe con le sue opere e la sua raffinata visione. Da sempre Vezzoli gioca con la citazione e la memoria, con un mix di culture che nei suoi lavori trovano una sintesi e non ha paura di dare una venatura glamour a statue dell’antica Grecia o di decodificare con la matrice storica le grandi dive di oggi. Non tanto unendo il sacro e il profano o l’alto e il basso, ma dicendoci che non esiste più nessuna distinzione tra questi ambiti. Vezzoli è abituato a frequentare il gotha delle superstar contemporanee e a offrirci un’arte che mostra il “lato psichiatrico”, più che psicologico, della celebrità: lo abbiamo incontrato per fare quattro chiacchiere, fresco fresco di una polemica (a senso unico, lui non ha risposto) con il Codacons di cui vi abbiamo già parlato e dell’apertura di questo nuovo progetto.

Casa Iolas, sala 5. Foto: Riccardo Gasperoni

Con Iolas sareste stati amici?
Non so, non lo posso dire. Diciamo che se ammiri molto una persona è già una buona base…

Cosa ti intriga di lui?
Oltre agli aspetti più prevedibili, c’è grande rispetto perché lui al di là delle sue eccentricità, a partire dalle sue “origini” di ballerino, non ha lasciato che le sue passioni e manie si sovrapponessero alla serietà della sua linea editoriale. Ecco, Casa Iolas vuole essere non solo un omaggio a un grande gallerista quasi dimenticato, ma anche a una cultura galleristica basata su relazioni personali di amicizia, fiducia e stima reciproche, che il sistema del mercato dell’arte contemporaneo sembra aver definitivamente cancellato.

Il mondo di Iolas non esiste più?
Diciamo che non è originalissimo da dire, ma è così. È un peccato, ma quando un sistema di qualunque natura creativa raggiunge una così vasta e globale dimensione finanziaria, è impossibile che possa mantenere una autenticità di rapporti. Il peso dello scambio economico condiziona troppo e allora non può esistere più uno Iolas che va al matrimonio di Paloma Picasso a dire a Yves Saint Laurent quale meraviglioso Magritte René abbia appena prodotto per lui.

Si è incasinato tutto?
Oggi le dinamiche sono più complesse. Altrettanto affascinanti eh… Diciamo che è un riflesso del grande cambio culturale che stiamo vivendo. Per molti anni abbiamo convissuto con una élite che era molto informata, ma chiusa.

Difficile inserirsi tra Paloma Picasso e Yves Saint Laurent.
Appunto. Era un dialogo altissimo, meraviglioso, ma chiuso. Adesso il mondo si è aperto, ma a qualcuno devi anche spiegare chi è Magritte, perché non lo sa.

Tu sei parte di questo sistema. Ti senti parte del problema?
Lasciami sentire un po’ Madame Bovary: io sono il problema.

Le tue opere però presuppongono una certa preparazione culturale.
Io mi diverto a mettere il coltello nella piaga, quindi faccio queste opere usando sculture veramente antiche e lì succede un cortocircuito totale, perché arriva il collezionista americano che ti dice “ma gli egizi vengono dopo i romani”. Ti metti le mani nei capelli, certo, ma in realtà questa cosa è parte dell’opera stessa, perché a quel punto speri che qualcuno gli metta in mano un libro.

Deve essere tutto cotto e mangiato, non c’è più voglia di fermarsi e capire.
Alcune mie opere invece hanno dei titoli che sembrano i film di Lina Wertmuller… Robe che presumevano una didattica intorno all’opera o una preparazione dello spettatore molto alta. Le opere che vengono prodotte oggi hanno inevitabilmente una dinamica molto più immediata.

CONTEMPORARY PAINTING OF A SCULPTURE (JULIA THE ELDER, DAUGHTER OF EMPEROR AUGUSTUS) 2013 Stampa a getto d’inchiostro, acquerello e pennarello su tela, ricamo a filo metallico; orecchini fenici in pasta vitrea (circa V secolo a.C.) 55x32cm (con cornice: 78x55x6cm) Pezzo unico

Oggi c’è Instagram. Tu non hai un profilo.
Ci sono, ma solo per spiare.

Iolas come sarebbe andato su Instagram?
Alla grande.

Ti senti a tuo agio a casa Iolas?
Trovo che l’unica chiave per rispondere a un multiculturalismo molto complesso sia il rispetto, soprattutto verso le culture degli altri. Io di mio potrei navigare sereno all’interno di qualunque decor, l’importante è che sia coerente.

La tua ossessione per queste culture così difformi, dal glamour alla grande arte classica, viene da lontano?
Temo di sì. Per esempio, i miei genitori mi portavano in questi low-budget grand tour e praticamente per 10 anni non abbiamo fatto altro che la Grecia antica, quindi qualcosa è rimasto. Il glamour c’è sempre stato: mia nonna ricordava sempre che quando avevo 7 anni e stavamo per partire per gli Stati Uniti per andare a trovare dei parenti, io non facevo altro che dire “mi portate allo Studio 54?”. E quelli erano davvero gli anni dello Studio 54. Il mio radar di bambino doveva avere letto che lì succedevano delle cose. In realtà poi, se ci pensi, l’archeologia e le dive hanno una cosa evidente in comune, che ossessiona la mia arte: sono immortali. E benché io dichiari razionalmente che non importi cosa rimarrà del mio lavoro quando io non ci sarò più, in realtà inconsciamente sono molto ossessionato dalla durata della credibilità di un pensiero.

Hai paura di morire?
No, ho paura di vivere dimenticato.

Con le tue opere tu parli degli aspetti più profondi e introspettivi della celebrità. Ti interessa di più capire cosa scatta nel cervello delle grandi star o di chi quelle grandi star le venera?
È difficile. Istintivamente ti direi il fan, però in realtà nella testa del fan del divo ci ho vissuto, conosco quell’ambiente. Era il mio, quando ero adolescente… Mi basta andare un po’ indietro nel tempo, allo storico concerto di Madonna a Torino: io c’ero e il ricordo è vivo. Questo magari non scriverlo altrimenti la gente capisce quanto sono vecchio! Invece a livello psicanalitico è molto più interessante capire che cosa faccia scattare, nella mente umana, questa parvenza di onnipotenza che la vera celebrità ti può dare. Ti racconto un aneddoto: stavamo entrando al Gala del Metropolitan ed io, fantozziano e assolutamente per caso, ero dietro a Nicole Kidman. Lei era al picco della sua fama e della sua bellezza, era l’anno in cui aveva fatto il contratto con Chanel. Ecco che a un certo punto sento un boato fortissimo, che mi fa prendere il batticuore. Erano i fotografi. Sì, erano tanti, ma non parliamo di 80.000 persone che improvvisamente infiammano uno stadio perché Mick Jagger esce sul palco. Questi fotografi, che sono gli intermediari tra lei e il mondo, urlano a squarciagola il suo nome per intercettarne lo sguardo e il boato è così forte da spaventarmi. In quel momento mi sono chiesto: cosa proverà questa donna? Cosa le passa per la testa? Ecco, per rispondere alla tua domanda, questo è un aspetto davvero affascinante. Guarda, Belen.

Che cosa?
Belen e il Fatto.

Cosa c’entra?
No, niente. Pensavo a noi che parliamo di sovrapposizioni e qui c’è Belen intervistata dal Fatto Quotidiano

È nell’esaltazione della scomparsa di questa separazione tra alto e basso che si manifesta la peculiarità del tuo lavoro?
Fin da quando Beniamino Placido, sommo intellettuale e corsivista per Repubblica, negli anni ’80 dichiarò candidamente di guardare Dynasty, penso che questa separazione tra alto e basso non ci sia più. Non è merito mio, ma non è nemmeno demerito mio. Nel momento in cui Roberto Saviano decide di essere ospite di Amici di Maria De Filippi la simbologia è cancellata.

Sei critico su questo punto?
Assolutamente no. Maria de Filippi è creatrice di un linguaggio diverso. Nel momento in cui lei, che da alcuni è additata come il diavolo, ha in trasmissione Saviano che decide di divulgare il suo verbo tramite la sua trasmissione più importante, quella più formativa e seguita dalle giovani generazioni, non esiste più l’alto e il basso. In qualche modo siamo tutti attori dello stesso palcoscenico, dove ci viene richiesto di dire qualcosa di nuovo, di innovativo, affascinante.

Cosa guardi in TV?
Tutto.

Tutto?
Tutto tutto. Barbara D’Urso, Imma Tataranni, Maria de Filippi, Gomorra, The Good Wife, The Good Fight, Un posto al Sole, Don Matteo

Fermo fermo… Don Matteo?
Lo sai che d’estate fanno repliche di Don Matteo tutte le mattine? Ci vorrebbero maestri di semiotica, ma una narrativa fatta per essere a cadenza settimanale, vista a cadenza quotidiana cambia completamente.

Hai da poco fatto una mostra sul tema Rai. È ancora così importante?
La TV è ancora il mezzo più importante e c’è un motivo se siamo una delle poche nazioni dove c’è la Rai, dove i canali più forti sono espressione del governo. Guardarla è manifestazione dell’identità dello Stato, è una cartina di tornasole. Negli altri stati non c’è una presenza del genere e io credo che la loro sia un’occasione mancata, perché perdono una prospettiva. La Rai è pensiero pubblico: a livello sociologico noi vediamo lo sceneggiato della rai e seguiamo i cambiamenti della società. Se a Un posto al Sole arriva la bravissima Vittoria Schisano, attrice Trans, capiamo che dietro c’è una politica di apertura culturale. È interessante.

Chiudiamo come farebbe un qualunque presentatore TV: prossimi passi?
Mi hai ispirato un nuovo progetto con questa storia dell’alto e il basso: dare un pacco di soldi all’Istat e dirgli “smettete di fare sondaggi inutili e concentratevi per capire se chi guarda Maria de Filippi poi compra Balenciaga o Armani o che altro”. Magari scopriamo che c’è un cortocircuito.

Vezzoli finanzia l’Istat, non male.
Ma non finanzia il Codacons.

CASA IOLAS
CITOFONARE VEZZOLI
Omaggio ad Alexander Iolas
Fino al 16 gennaio 2021
Galleria Tommaso Calabro
Piazza San Sepolcro 2, Milano

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