Francesco Sossai e Nicole Trevisan, senza Veneto non si può stare | Rolling Stone Italia
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Francesco Sossai e Nicole Trevisan, senza Veneto non si può stare

Che si tratti di una nuova "wave" o no, il Nord-Est italiano sta facendo molto parlare di sé, al cinema e tra le pagine dei romanzi. Abbiamo messo in conversazione due autori venetissimi per capir meglio tutto

Nicole Trevisan

La scrittrice Nicole Trevisan

Foto: Zoltan Bodo

Io non lo so, se quel verso forgiato bene di Enzo Carella, maaaare è tutto un mare di mare sopra e sotto, fosse ispirato alla pianura padana. Credo di no, però, chi lo sa. La descrive terribile e alla perfezione. Orizzonti che si perdono come spuma nel cielo, mediati da una cappa di acqua perenne, afa estiva o nebbia invernale. Il cielo che opprime, grigissimo o azzurro diafano, albino, costretto nel sole. Sopra e sotto solo acqua, terra d’emersione imbrigliata di fossili.

Io sono emiliana e lì da noi si impazzisce, per questa cosa. Ci si aggira per i fossi, nelle città che paiono miraggi, l’impressione è camminare in tondo. Tanti, poveri Yorick. In Veneto funziona uguale, mi par di capire. Solo che, forse per non straparlare, da quelle parti preferiscono ammazzarsi di lavoro. Lo diceva Vitaliano Trevisan, da Sandrigo, Vicenza. Dopo i gangli economici, su tutto ci sputò, vedasi soprattutto Works e Black Tulips, romanzi che, tra la denuncia anticapitalista e di classe, infilano anche quella, senza speranza, sull’auto-afflizione di un popolo.

Pure altre voci, recentemente e di generazione Millennial, sembrano arrivare a questa diagnosi. Forse senza sconforto, sempre dal Veneto producendo, e come forma di resistenza. Non Veneto Wave, ma corazzata. L’ultimo baluardo per resistere al freddo che arriva da sempre, agli Estranei che sono poi i compagni di tutta una vita, di tutte le giornate, veneti loro come noi. Sono tutti uguali. Siamo tutti uguali.

Giulia Scomazzon, per esempio, hailing from (un)fair Vicenza. Il suo ultimo libro, di due pubblicati da nottetempo, si chiama 8.6 gradi di separazione, ed è un percorso doloroso e senza filtri attraverso la dipendenza da alcol della sua protagonista. Nel 2023 un’altra veneta (di famiglia) era la protagonista del romanzo di Greta Pavan ambientato però in Brianza, Quasi niente sbagliato (uscito per Bollati Boringhieri). Anche qui, l’anamnesi era chimerismo del successo, un doversi sistemare a ogni costo, la stanchezza di una generazione che vorrebbe guardare oltre senza la forza, pratica o morale, di riuscire ancora a farlo.

Poi, l’anno scorso, un film-caso: Le città di pianura del feltrino Francesco Sossai. Bello e atteso, in un certo senso. Spontaneo. Ha riattivato la conversazione non solo su un certo tipo di cinema (italiano), piccolo ma profondo, ma pure sul grande fantasma della provincia, anche se al suo regista il termine non piace, ma vedremo perché…

A ruota di qualche mese, e da pochissimo in libreria con Fandango Libri, ecco Malefica di Nicole Trevisan, from Padova. La storia di Aurora, “stronza” di provincia ed eterna “disadatta”, almeno secondo la sua famiglia che la vorrebbe avvocato danaroso; almeno secondo la società veneta, che la spinge ad acquistare al più presto un macchinone, a sistemarsi in una relazione, a comprar casa. Invece, Aurora non ci sta. Ha bisogno di fuggire. Si mette con una ragazza in una relazione aperta e poliamorosa, fugge a Roma, salta da un lavoro all’altro, cuore del precariato. Chissà se le va bene. Intanto, a casa, i fantasmi premono. Sono quelli di vecchi amici, e in particolare di uno, Andrea. Che se n’è andato senza lasciare traccia di sé.

Sono questi ultimi due autori, Sossai e Trevisan, che abbiamo messo in conversazione tutto attorno al Veneto (Trevisan, se volete, potete incontrarla di persona a BookPride Milano, il 22 marzo alle 12:30, o a Venezia, alla libreria Marco Polo, il 2 aprile alle 19:30). Per capire meglio questo odio che non lascia scampo. E, personalmente, per prendermela con una pianura che non sia la mia, almeno per una volta.

Francesco Sossai

Il regista Francesco Sossai. Foto cortesia

Abbiamo capito che i vostri lavori parlano del Veneto. Ma in che modo?
Nicole Trevisan: Nel senso di una generazione che lo popola, disadatta e non disadattata. In Veneto non si tratta di non riuscire a entrare in uno schema, ma di non avere le possibilità per farlo. La mia protagonista soffre perché non riesce a inserirsi nella macchina del profitto e della performance. Non riesce, e la sua unica risposta è la rabbia. Aurora è lo sviluppo di ogni pensiero intrusivo di chi non riesce ad adattarsi. Soprattutto se vive nella bassa padovana, che ha un sottofondo agricolo spiccato. Bisogna elevarsi a tutti i modi, da lì. E nel mentre anche le cose che verrebbero spontanee non ci stanno bene, addosso.
Francesco Sossai: Io tiro fuori una citazione di Coppola. Parlando di Apocalypse Now, diceva che il film non parlasse del Vietnam, ma che fosse proprio il Vietnam. Allo stesso modo in cui il mio film non parla del Veneto, nel senso che lo narra perché non ha alternative. Le città di pianura parla di questa cosa qua, del bisogno di elevarsi e di verticalità. Sulla pianura. Dove l’unico modo è alzarsi anche di poco. Questo è il caso della Tomba Brion e di Carlo Scarpa, alla ricerca di un’estrema verticalità anche nella morte. Quindi non direi che il mio film o il libro di Nicole sia identitaria del Veneto, ma che dimostrino come lo spaesamento, in Veneto, sia diventato un’identità. È una presa di coscienza, non è dire che figo che siamo veneti.È riconoscere che una certa forma dell’esistenza, quella della provincia prima del salto economico, noi non k’avremo mai.

Il protagonista è la pianura, e si sente, nel film come nel libro. E la verticalità di cui parlate si ricerca anche rispetto agli inferi: la pianura sta sotto e sopra e attorno e non si sa più dove guardare. Quando avete capito di essere legati e trattenuti, spaesati in questo modo?
NT: Be’, io dal Veneto non me ne sono mai andata…
FS: Siamo all’ergastolo.
NT: Il Veneto però l’ho detestato profondamente, infatti ho ripreso questo tratto nella protagonista. Mentre nella mia storia privata ho cercato di cancellare il mio accento. Mi dava fastidio quando gli altri parlavano dialetto, mi sentivo diversa e volevo rimarcare questa cosa. Però pensa: mi hanno proposto di vivere a Parigi prima, a Roma poi, e ho sempre detto no. Ho capito che non era il caso di andarsene. Ho capito che quello che mi danneggiava in realtà mi rafforzava. Mi dava la forza di guardare le cose e di metterle in discussione. Poi, certo, ci sono delle eredità locali, diciamo, che danno forma anche alla mia identità: alcolizzarsi al centro bocce degli anziani, per esempio. Il mio percorso è sempre passato tra l’accettazione di questa identità e il diventare qualcosa di altro. La domanda allora diventa anche: come abbiamo attraversato questa terra? Come l’abbiamo trasfigurata? Io ho una formazione come ingegnere edile, e la pianura è infestata dalle case. Francesco Maino, nel suo libro di esordio, Cartongesso, definisce il mondo del Veneto come “mondo di merda”. Il Veneto nasce con i capannoni e diventa il mondo della fabbrichetta lombarda, snaturandosi. Ecco, bisogna anche chiedersi che cosa sia successo nel mezzo.
FS: È una prospettiva contemporanea, questo senso di spaesamento comune che viene sublimato… Penso anche ad altri libri, a quelli di Giulia Scomazzon, anche lei veneta. È una dimensione etica, raccontare queste cose, si tratta di consegnare a qualcuno gli strumenti per sopravvivere. Io sono stato via più di dieci anni dal Veneto, ero a Roma poi a Berlino, un intermezzo in Argentina. Però i miei sogni sono sempre ambientati al paese. Ho fatto sei anni a Berlino in cui non riuscivo a girare niente, ero in estrema difficoltà. Il primo cortometraggio l’ho ambientato in una cava che simulasse la pianura. Per me è inconcepibile inquadrare le strade di Berlino, non saprei nemmeno come farlo. Non ho un’immaginazione geografica o spaziale, ogni storia avviene in Veneto e non so pensare ad altro. Mi sono detto che forse era una cosa che semplicemente avrei dovuto accettare. E che i miei film si cibassero anche di questo sostrato che avevo dentro. Magari un giorno arriverò all’estinzione di questa cosa, strappandomela da dentro, come direbbe Thomas Bernhard. Ma non ci sono ancora arrivato.

Questa etica mi piace. E mi fa pensare che forse sta emergendo una provincia diversa, negli ultimi anni. Non più o non solo del Sud, ma anche del Nord. Dove forse si è più ricchi, ma si sta male uguale. Magari è pure una questione generazionale?
NT: Se fosse così mi piacerebbe, tanto. Sarebbe il segnale di un inserimento in un discorso consolidato, anche da parte di generazioni non nostre. Il Sud ha una forza immaginifica e narrativa incredibile, molto spinta. Dipende anche dal fatto che si tratta di paesaggi noti perché ci si va in vacanza, non sempre per appartenenza. È la cartolina, è il setting di Montalbano, è consolidato nei media. Si vende molto facilmente. La storia della letteratura vira in quella direzione. Mi piacerebbe pensare che ci sia in gioco anche una corrente Millennial o Gen Z. Importante è una brutta parola, ma dico che raccontare il Veneto come la terra del SUV e del padre di famiglia ammazzato di lavoro si deve fare, che sia importante, ma che abbia uguale importanza farlo anche con la sua dose di misticismo. Nel film di Francesco si vede benissimo…

Malefica Nicole Trevisan

‘Malefica’ di Nicole Trevisan. Foto cortesia Fandango

Tra l’altro, Francesco ha anche girato un cortometraggio, Il compleanno di Enrico, che è sempre ambientato in Veneto, e che bello mistico lo è davvero…
FS: Nicole non lo sa, ma io e lei raccontiamo un compleanno in modo molto simile…
NT: Ma dài, è bellissimo! Come lo è sentire persone che leggono il libro e sapere che si riconoscono nel disagio, nelle situazioni che hai provato tu. Mi sembrano ci possano essere in gioco delle regole nuove di rappresentazione, che potremmo trovare collegialmente. Che potremmo trovare e scombinare a seconda della sensibilità.
FS: A me viene il mal di pancia a pensare alla parola “provincia”, per tornare alla domanda iniziale. Perché che cosa significa, per me è il centro dell’universo. Non lo è solo per chi sta in città. Io vengo dalla Valbelluna, dalle Prealpi, e lì non c’è la questione della provincia, abbiamo altri riferimenti psicogeografici. È l’unica materia che sento di poter sviscerare. C’è un sentire comune anche se non succedono le stesse cose, si parla di cose inconsce e mistiche. E allora là c’è qualcosa. Allora quella materia è densa, esiste. È materia oscura latente.

E tra i contorni di questa materia oscura, io infilerei anche l’alcol. Liquido e oscuro.
NT: Cito il passaggio del libro dove Aurora va al bar e beve lo Spritz anche se le fa cagare…
FS: Stavo pensando la stessa cosa!

E io stavo pensando alla mappa dei cocktail che facevamo qualche tempo fa con Francesco in un’intervista. Sostanzialmente, ti diceva da dove venivi in base a che cosa mettevi nello Spritz.
NT: “Mi fa schifo ma lo bevo ugualmente” è proprio la risposta a tutto. È la frase che ti fa capire come vanno le cose. L’alcol in Veneto è una questione sociale, è come vestirsi. Non sta bene girare nudi per strada, non sta bene non bere. Uscire significa uscire a bere, è difficile immaginare di fare qualcosa lontano dall’alcol. Che è un mezzo di interazione sociale prima che una dipendenza psicologica o fisica. Diventa un problema, anche per alcuni della mia età. Io sono una persona che beve, conta che prima di riempire il frigo compro le birre. Magari non le bevo, ma so che devono esserci. Sono dipendente psicologicamente dall’idea dell’alcol. Una volta ho traslocato e l’ultima cosa che ho portato via è stata la borsa con gli alcolici. È lo sfogo, è la nebbia che ti cala nel cervello e che ti impedisce di considerare le rotture di palle della giornata. Anche in altre regioni si è dediti alla materia, ma in Veneto l’alcol è diventato parte integrante dell’identità. E in Malefica l’alcol valica ogni logica, anche se in modo più sottile rispetto ad altre narrazioni. L’alcol supera tutto, anche il buonsenso. E noi viviamo cullati da questa cosa, come una consolazione: comunque vada, posso dimenticarmi della realtà.
FS: Nel mio film il bere ha una connotazione quasi sciamanica del bere. Per accedere alla “zona”, per avere le mappe della zona, bisogna bere. C’è una ritualità del gesto. È una mistica dei viaggi alcolici dove a un certo punto accedi a un altro strato del reale e riesci a navigare in questo punto dell’esistente in maniera diversa. Il viaggio dei miei (dei protagonisti de Le città di pianura, nda) l’ho visto sempre così. Partedo dal meccanismo narrativo perfetto dell’ultima, che non arriva mai. Quante cose son successe tra l’ultima e l’ultimissima. Non volevo fare un’analisi della situazione dell’alcol in Veneto, quanto prendere quella cosa e renderla un acceleratore di storie. Però di contorno ovviamente loro incontrano molta gente che beve. A questo, va aggiunto tutto quello che ha detto Nicole. Quando qualcuno fa un periodo in cui non beve è come dire che è malato, qui.

Siamo arrivati al punto in cui non vi chiedo qualcosa, ma vi comunico che, a me, i vostri due lavori, Malefica e Le città di pianura, mi hanno salutato con due sensazioni molto differenti. Malefica mi ha lasciata con una sorta di angoscia per Aurora, come se il finale fosse negativo. Da Le città di pianura sono uscita pensando che, tutto sommato, i tre protagonisti si erano almeno divertiti.
NT: Secondo me Malefica non ha un finale negativo. Anzi, è un finale che cambia Aurora. Perché lei arriva a far pace con una cosa successa a una persona cara di cui è indirettamente responsabile. Lo fa a modo suo e questo cambia le cose. Fa pace anche con un’altra persona, che non la perdona, e Aurora capisce perché è così. Si accorge di essere come gli altri e di essere figlia di questa terra. Una stronza in una terra di stronzi. Il fratello è al limite della violenza domestica, la madre è manipolativa. Dobbiamo guardare gli altri per evitare di sentirci maledetti. Per rispecchiarci negli altri. Riavvolgo il gomitolo sapendo di più di me stesso, e questo cambia la prospettiva anche sul paesaggio.
FS: in psicanalisi, il fine dell’analisi è capire che non vuoi cambiare. La protagonista del libro fa esattamente così. Va contro l’idea che qualcuno debba cambiare e spero che anche il mio film dia questo messaggio. Perché cambiare di solito vuol dire rientrare nei ranghi della produzione dell’economia. Quando troverai qualcosa, quella che ti manca, allora sari un bravo soldatino… io non ci credo che si possa cambiare, e non credo a questa cosa qui. Arrivi al punto in cui ti accetti come sei. I miei fanno questo lavoro nel film: “Siamo troppo vecchi per crescere”. D’altronde hanno sempre avuto una vitalità antisistema. Non ci sono finali, ma solo traslazioni verso un altrove, diceva Whitman. E il cinema lo può fare. Pensa al finale di Salò di Pasolini, due ragazzi ballano e uno chiede all’altro se abbia la fidanzata, e come si chiami. Assurdo.

Ci sono due temi invece che ho visto trattare in modo simile da Malefica e Le città di pianura: l’orientamento sessuale e la sua fluidità, e poi il rapporto di odio con l’aristocrazia.
NT: Sì, c’è una parte del romanzo in cui denuncio il privilegio, ma soprattutto quello culturale. I soldi, che si sia nobili di nascita o meno, alla fine si collezionano, si fanno, si nascondono, non è un problema. Il privilegio culturale è tutta un’altra cosa. Perché fa la differenza tra chi è ricco anche spiritualmente, o che almeno sa comportarsi in società e che viene rispettato, e tra chi invece è un arricchito con la quinta elementare. E se non hai il privilegio culturale, ti senti lontano da una certe dimensione, e allora si genera un orgoglio identitaria malsano, che genera odio.
FS: Ecco sì, il parón in elicottero che dice di avere solo la quinta elementare…
NT: È una distanza incolmabile, che fa soffrire e che fa ricadere una responsabilità sui figli e sui nipoti. È un fastidio che si riversa anche in ambito politico e che ti fa odiare chi ha ancora meno.
FS: Chi non ce l’ha fatta fa schifo. Dovevi solo lavorare, così va il pensiero comune, avevi tutti gli strumenti. Che cazzo è successo? Perché non sei riuscito ad affermarti, a fare il salto di classe? Ecco perché Aurora è guardata dalla famiglia in modo basito. Il conte del mio film, tra l’altro, per i protagonisti che non sono nobili non è un personaggio elevato, fa parte della loro stessa decadenza. Non è un’ispirazione, un desiderio. Il parón invece per alcuni è un simbolo del divino, è la mistica del lavoro realizzata. Poi sì, in effetti c’è la questione di Carlobianchi, che cresce nel mito di una mascolinità ostentata e che ostenta la sua, ma che poi va a bacare il conte per cento euro… E naturalmente il rapporto con Doriano non è trasparente, perché la logica è sempre che si fa ma non si dice. Sono cose informi, non hanno letteralmente una forma che può essere detta. E si va avanti nella norma.
NT: Anche in Malefica è sempre un si fa ma non si dice. Si vede anche nel contesto della relazione aperta di Aurora, in cui comunque riesce a tradire la sua ragazza. Perché è arrabbiata e perché a prescindere non vuole quel modello relazionale. Non importa se sta con un uomo o una donna, per lei andare con qualcuno è tradire. Direi che il mio è un romanzo-tragedia sull’incomunicabilità di una generazione. Dove niente si esplicita, che si tratti di una relazione omosessuale o qualsiasi altra cosa.
FS: C’è una cosa bellissima nel romanzo, quando Aurora chiama Rebecca e le dice una mezza balla su dove sia, che ci sono delle tose in giro e lei non capisce. E Aurora deve spiegare a Rebecca che cosa voglia dire tosa in Veneto. Lì ho detto: ah, ecco perché non staranno mai insieme. Non può funzionare.

Il Veneto ha preso il sopravvento.